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Ovada DOCG, una degustazione singolare per confrontarsi sulla fisionomia di un vino

Rocca Grimalda
Rocca Grimalda

Considerato per troppo tempo un vino facile, il Dolcetto è un vitigno che ha potenzialità intrinseche per stare al fianco dei grandi rossi piemontesi famosi in tutto il mondo. In occasione della dichiarazione della Regione Piemonte, del 2019 come l’anno di questo vitigno, il Consorzio di Tutela dell’Ovada DOCG, ha pensato bene di dedicargli più di un momento di approfondimento investendo tempo e risorse per far emergere le sue potenzialità e la sua versatilità. Così ha preso il via l’#ovadarevolution di questo giovane consorzio, che tra le diverse iniziative ha organizzato una interessante giornata di confronto e scambio dedicata ai tre Dolcetti DOCG del Piemonte: Dogliani, Alba e Ovada. “Un importante segnale di ottimismo e fiducia nel nostro vino” ha affermato Italo Danielli, presidente del Consorzio dell’Ovada DOCG, vincente l’idea di trovarsi e di fare squadra. Radunare le tre DOCG ha fatto in modo di veicolare la conoscenza, non solo della denominazione stessa, ma soprattutto delle numerose peculiarità dell’ovadese. Questo territorio del Piemonte meridionale è contraddistinto dai fiumi Stura e Orba che confluiscono subito a valle della città di Ovada che sorge su uno sperone terrazzato tra le due acque, da qui l’origine del suo nome da vadum, guado.

Ovada incontra il Piemonte

Alla prima occhiata di chi, come noi, giunge a Ovada dalla strada di Alessandria-Asti, sfugge il perimetro irregolare della vastissima piazza, che è quella delle corriere, del mercato, delle stazioni di benzina(…) …affacciandomi al parapetto dell’antico guado, e guardando verso i ripidi bricchi coperti da boschi e da vigneti che s’indovinano al di là, nella nebbia bassa, provo uno straordinario senso di sollievo, una giuliva certezza di ritrovare un’atmosfera aspra, montana, povera, indenne dagli eccessi consumistici. Partiamo subito.

Ovada incontra il Piemonte

Ci dirigiamo, neanche lo avessi sentito, proprio verso quei ripidi bricchi sottolineati da cirri nebbiosi al di là dall’Orba, a San Lorenzo: dove Ratto, coi risparmi di tutta la vita non ancora lunga, ha comprato due vecchie cascine coi loro terreni, gli Scarsi e le Olive: “Scarsi” perché sono insediamenti sparsi nell’impervio pendio, “Olive” perché tra le vigne ci sono anche degli uliveti… Fascino della collina ormai spoglia e fasciata di nebbia.(…)Non ha veramente nulla dei Dolcetto delle Langhe. Mi piace moltissimo, lo trovo un po’ duro, ma stranamente vivo e gustoso. (…) mi chiedo se a volte un vino, prima di gustarlo, non lo si possa immaginare dalla faccia e dai discorsi della persona che lo fa. Ma altre volte, dopo averlo gustato, accade addirittura che non lo si possa più ricordare se non pensando alla persona che lo fa. Una identificazione, una immedesimazione per sempre inscindibile tra la persona e il vino, come tra alcuni artisti molto spontanei e la loro opera.” addirittura artistiche.” Inizia così uno dei racconti di Mario Soldati, che ben coglie l’essenza di questi luoghi, dove il vitigno Dolcetto, rispetto alle altre dodici denominazioni, è il vero protagonista. La zona di origine delle uve è formata da 22 comuni dell’Ovadese, con ben due vini protagonisti di questo territorio, il Dolcetto di Ovada Doc e l’Ovada Docg, (denominabile anche Dolcetto di Ovada Superiore Docg), entrambi regolamentati da due disciplinari varati rispettivamente il 1° settembre 1972 per il vino Doc e il 17 settembre 2008 per quello Docg.

Ovada incontra il Piemonte

Un territorio spesso trascurato dai normali circuiti turistici che è invece interessantissimo, l’Alto Monferrato con le città di Ovada e di Acqui Terme come punti di riferimento comprende decine di paesi collinari, grandi o piccoli, che ne costituiscono l’aspetto più caratteristico; “un rincorrersi di colline e di declivi che hanno in alto una serie infinita di vigneti più o meno fitti ed in basso un succedersi di ombrose valli e vallette, di forre solcate da mille rigagnoli”[1].

Castello di Tagliolo
Castello di Tagliolo

Tanti i castelli e le residenze gentilizie – ancora oggi abitate come il Castello di Tagliolo o quello di Rocca Grimalda – che punteggiano la terra dei paesi medioevali che amplificano la ricchezza storico-artistica di questi luoghi; buona parte del territorio insiste sulle propaggini appenniniche a nord di quello che oggi, rappresenta lo spartiacque tra Liguria e Piemonte, per secoli influenzato dalla Repubblica marinara e amministrato dalle nobili famiglie genovesi.
Ad oggi sono ben 36 le cantine legate al Consorzio, che in queste colline e nei loro vigneti iniziano a ragionare in termini di territorio, per cui non solo il mondo del vino, ma anche Comuni, locali, ristoranti, negozi, il settore dell’accoglienza e i cittadini perseguano – in quest’annata dedicata al Dolcetto – l’obiettivo comune di dare un riconoscimento a un vitigno che ha caratterizzato il Piemonte e che per i questi territori è una bandiera identitaria, con aziende che siano capaci di “rispolverare orgoglio e senso di appartenenza. Questo – dice Danielli – per l’Ovada potrà essere l’anno della svolta, che servirà a uscire dall’anonimato, se giocheremo la partita insieme, ritrovando il nostro orgoglio”. Così come sottolineato più volte dallo stesso Danielli: “A noi interessa sradicare il mito della pronta beva che troppo facilmente viene affiancato al nostro vitigno. Poi sulle prospettive ci stiamo interrogando anche noi. Ora si tratterà di promuovere queste tipologie di vino, ancora poco conosciute al di fuori dei confini regionali”.

Vigne Casa Wallace Cremolino
Vigne Casa Wallace Cremolino

Non si deve avere il timore di presentarsi al mercato dopo qualche anno dalla vendemmia, ovviamente partendo dalla consapevolezza di produrre vini che nascono con questo intento.
La collina quindi come elemento comune che in modo trasversale connota la viticoltura piemontese e quindi il denominatore comune tra queste tre denominazioni, anche se in alcuni casi nell’Ovadese assume caratteri di particolare asperità.
La tavola rotonda alla quale hanno preso parte giornalisti del settore enogastronomico provenienti da tutta Italia è stata coordinata da Jonathan Gebser, collaboratore decennale di Slow Wine, la selezione delle etichette degustate in questa tavola ha visto alternarsi tre batterie miste, composte da campioni blind dall’annata 2017 alla 1998. Quello che è emerso a grandi linee il profilo peculiare di ciascun territorio, ma soprattutto la consapevolezza, che questo vitigno, se pensato in modo prospettico, ha necessità di tempo, acquistando in tal senso una straordinaria complessità gusto-olfattiva.
Nella prima batteria di vitigni giovani è infatti emerso che in linea generale, soprattutto gli Ovada sono più scontrosi nei loro nei primi anni di vita, tendono a chiudersi e a nascondere gli aromi, per cui andrebbe aspettata almeno l’estate dopo la vendemmia tale da far esprimere il prodotto con un poco più di slancio.

prima batteria Dolcetto di Ovada

Il Dolcetto di Diano d’Alba Sorì Autinot 2017 di Cascina Rossa esprime tutta la freschezza del suo frutto, arricchito da tracce di un piacevole spettro floreale. Agile e beverino. Lo segue il Dogliani Superiore Vescu 2016 di Valletti, dai profumi più carnosi e speziati di incenso, profondo e dinamico. Con l’Ovada Gesusio 2016 di Rocca Rondinaria – ci troviamo davanti ad un vino che ha fatto discutere, visto il suo tratto espressivo “più libero”, che ha avuto bisogno di tempo per assestare le imperfezioni olfattive, che rilasciavano sentori occludenti e terrosi. Un vino che al palato ha marcato un’acidità più spinta. Il Diano d’Alba Sorì Richin 2016 di Casavecchia, ha rivelato un intreccio tra frutto maturo, terroso e floreale, con una sottile traccia speziatura. Proviene da una vigna molto vecchia che produce pochi grappoli e a differenza dei precedenti – affinati in acciaio – per quest’ultimo avviene in cemento.

seconda batteria Dolcetto di Ovada

La seconda batteria è piuttosto varia, spazia dalla 2016 con il Dolcetto di Diano d’Alba Sup. Sorì Piadvenza di Rigo, dal frutto fragrante e fresco, a cui succede il Dogliani Sup. Sorì Pradurent 2013 di Alario Claudio connotato da maggiore cupezza di profumi. Il Dogliani Sup. Vigna del Ciliegio 2012 di Boschis è più leggiadro già nel colore e ravvisa una spinta alcolica importante che gli dà struttura; uno spettro speziato dove note balsamiche e pepate si rincorrono. Sorprendente ed energetico l’Ovada Tre Lustri 2011 di Cà del Bric, dalla matrice succosa e piacevole, è dinamico, godibile e profondo al palato. Un vino che non insegue il tempo, pensato per trascorrere molto tempo in bottiglia ad affinare prima di esser messo in commercio.

terza batteria Dolcetto di Ovada

L’ultima batteria viaggia indietro nel tempo con diverse sorprese, il Dogliani Bricco Botti 2006 di Pecchenino è connotato da sentori di frutta scura, che vanno dalla mora alla ciliegia nera, a cui seguono tinte balsamiche di alloro, tabacco e cuoio. Si prosegue con il Dolcetto di Ovada 2003 di Castello di Tagliolo, un poco sottotono, ma senza dubbio frutto di un’annata non facile, il profilo gusto olfattivo si destreggia tra note polverose di torrefazione e polvere di caffè. Si passa poi al Dogliani Sup. 1998 di San Fereolo, un vino davvero sorprendente per il coinvolgimento sensoriale che esprime al palato una freschezza e leggiadria che conquistano; si susseguono eleganti e piacevoli toni di rosmarino, spezie e un coinvolgente respiro balsamico. Si chiude con il Dolcetto di Ovada Sup. L’Arciprete 1998 di Ghio, senza dubbio meno identitario come Dolcetto, ma con una traccia più terrosa di cacao e sottobosco, ma per nulla stanco al palato.
Dopo questa esperienza non resta che augurare al Consorzio di riappropriarsi delle proprie radici e dare valore al concetto di territorio, come funzione culturale, sociale e di tutela di unicità di paesaggio.

[1] Rocca Grimalda: Una Storia Millenaria di Enrico Scarsi.

Fosca Tortorelli

Fosca Tortorelli

È Sommelier e Degustatrice ufficiale A.I.S. rispettivamente dal 2003 e dal 2004; ha sviluppato nel suo lavoro di dottorato in Industrial Design, Ambiente e Storia, la tesi sperimentale dal titolo “Reinterpretare le Cellae Vinariae. Ambiente, Processo, Produzione” e una successiva pubblicazione in collaborazione con la Prof. Muzzillo F. dal titolo “Vitigni del Sud: tra storia e architettura” (Roma Natan Edizioni, 2012). Ha conseguito il Master Sommelier ALMA-AIS (luglio 2016) presso ALMA a Colorno (Parma). Fa parte dei Narratori del Gusto e insieme al Centro Studi Assaggiatori di Brescia partecipa a panel di degustazione di rilievo nel settore enogastronomico. Fa parte anche dell’associazione Donne del Vino, ha scritto sulla rivista l’Assaggio, oltre che su diverse testate registrate e ha preso parte alle degustazioni per la Guida Vitae, per la guida Slow wine 2017 e per la guida Altroconsumo. Dal 2018 è giornalista pubblicista.

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