Casamecocci a Vignanello e le prime tre annate del Malandrino

Ho bei ricordi di Vignanello, anche se adombrati da una multa per divieto di sosta in una giornata in cui il paese era in festa e trovare parcheggio era praticamente impossibile. Ricordo il bellissimo Palazzo Ruspoli con i suoi giardini, motivo della mia visita, mi riferisco ad una ventina di anni fa.
Questo solo per dire che allora i vini che si potevano trovare nella zona erano ben diversi da quelli di oggi, è bene sottolinearlo, perché in questo lasso di tempo sono cambiate tante cose, anche se in ritardo gran parte del Lazio ha preso la giusta direzione verso la qualità e la ricerca; oggi è possibile trovare eccellenti vini dal Frusinate al Viterbese, dai Castelli Romani al Reatino. Ci sono ancora zone che non hanno trovato la spinta per il cambiamento, forse per mancanza di un’azienda trainante, ma sono davvero una minoranza.
Tornando a Vignanello, quattro anni fa, giusto prima dell’arrivo di quel virus che ha cambiato la nostra vita, due giovani vignaioli, Giacomo Andreocci e Marcello Lagrimanti, avviano un progetto di recupero di una tradizione vinicola che in questo territorio, che si estende a sud-est di Viterbo alle falde orientali dei Monti Cimini, ha antiche origini. Come in gran parte del Lazio, anche qui siamo in zona vulcanica, testimoniata dalle tracce magmatiche e morfologiche indotte dall’attività dei vulcani Cimino e Vico (oggi ricoperto da un lago) tra 1.300.000 e 100.000 anni fa.
Primo passo da fare puntare sui vitigni autoctoni, la località Casamecocci diventa la base su cui lavorare, il vigneto risiede lì dal lontano 1950 e oggi dà vita al Malandrino, primo vino aziendale ottenuto da trebbiano per il 70%, malvasia bianca 15%, greco di Vignanello 10% e grechetto 5%. La raccolta si svolge mediamente nella seconda decade di settembre, dopo la pressatura il mosto fiore è ottenuto tramite decantazione statica a freddo; la fermentazione si svolge a temperatura controllata e il vino permane a contatto con le fecce per circa 6 mesi, in acciaio, con periodici batonnages.
Di seguito le mie impressioni sulle prime tre annate prodotte:

2019 (13% vol.) – non mi soffermerò sul colore poiché non riscontro quasi differenza fra i tre vini, che si attestano su un paglierino medio con nuances verdoline; dopo un’iniziale sensazione di rusticità, il 2019 si è aperto molto bene a note di ginestra, biancospino, cedro, pesca ed erbe aromatiche. Al gusto ha una freschezza ben integrata con il frutto, la componente agrumata è giustamente matura, priva di certi eccessi citrini che si colgono spesso nei bianchi d’annata; una delicata vena sapida accompagna un finale altrettanto delicato di mandorla.
2020 (13% vol.) – meno marcato dalla componente agrumata, spinge su fieno ed erbe di campo, leggera salvia, maggiorana, susina; al palato mostra già un buon equilibrio e un frutto ampio ben sorretto dall’acidità, come nel precedente rivela una bevibilità estremamente piacevole, con sensazioni che rimandano ai tanto dibattuti sentori minerali.
2021 (13% vol.) – nonostante qualche differenza fra le tre annate, il timbro rimane riconoscibile, parliamo davvero di piccole cose, qui l’agrume si esprime con maggior vigore ma è del tutto logico, è più “verde”, vira verso mapo e limone, anche all’assaggio conferma tutta la sua giovinezza nella trama agrumata spiccata, ma già promettendo un ampio spettro di fiori ed erbe aromatiche.
Nel complesso ho avuto l’impressione di un vino che di anno in anno è meglio compreso dagli autori, più preciso, nitido, rifinito, ma la 2019 al momento è quella che ha la beva più trascinante, ha già una bella complessità e lunghezza, è il vino da bere adesso, mentre la 2021 chiede almeno un altro anno per essere apprezzata appieno. Vini comunque espressivi, ben fatti, molto territoriali e onesti, espressione di antiche terre interpretate al meglio con le conoscenze di oggi.
Roberto Giuliani



