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Sideways, un viaggio tra i vigneti della California


 


Sideways, un viaggio tra i vigneti della California

Un film “on the vineyard” che ci avrebbe fatto piacere fosse stato ideato in Italia

 

Sideways - Miles e Jack osservano il vinoNon vado spesso al cinema, pur essendone stato per una vita appassionato estimatore, ma da una decina d’anni a questa parte mi sono reso conto di quanto sia difficile trovare un film, almeno americano, che non si regga su effetti ipertecnologici di sicura presa su un pubblico non esigente, bensì su una trama che abbia un minimo di spessore e originalità. Beninteso, non disapprovo l’uso della tecnologia, delle immagini create o elaborate al computer, ma le apprezzo e giustifico solo quando non sono fini a se stesse, quando senza di esse il film si svuota di qualunque interesse. Mi viene in mente il mitico Blade Runner, se non sbaglio girato nel 1980 e uscito in Italia nel 1983, un esempio di come si possa fare un grande film di fantascienza i cui contenuti, sostenuti da una scenografia eccellente, coinvolgono lo spettatore in un’atmosfera cupa ma straordinariamente introspettiva e realistica (ma è anche vero che il film è tratto da un romanzo di uno dei più bravi scrittori di fantascienza: Philip K.Dick).

Sideways - Jack feritoC’è però, scremati i vari Kolossal-polpettoni e i Rambo-Cyborg, un’altra America, più “umana”, più sottile e ricercata, che sembra quasi influenzata dalla cultura e dal cinema europeo, l’America fatta di persone comuni e, proprio per questo, straordinarie per la loro storia piena di sentimenti e debolezze reali, e di voglia di riscatto. E’ il caso di Sideways (ovvero il mondo visto con gli occhi di chi ha bevuto troppo, obliquo, storto e, al tempo stesso “svolta”, “sterzata”), un film uscito agli inizi di febbraio nelle sale italiane, diretto dal Alexander Payne (“About Schmidt”, “Citizen Ruth”, “Election”) e distribuito dalla Fox Searchlight Pictures, che ci interessa da vicino perché percorre con lo spettatore, nella più sana tradizione “on the road”, gli splendidi vigneti californiani della Santa Ynez Valley e ci presenta uno spaccato di quella che oggi è l’opinione dominante in America sul vino “che sa troppo di legno”, che ancora imperversa in molte zone vitivinicole del Nuovo Mondo.

Sideways - Miles e Jack degustanoI protagonisti di questa commedia, a tratti esilarante, sono Miles (uno straordinario Paul Giamatti), scrittore fallito, che tenta disperatamente di riprendersi dal recente divorzio proponendo al suo vecchio amico Jack (Thomas Haden Church), ex attore di soap e spot pubblicitari e prossimo al matrimonio, di trascorrere insieme la sua ultima settimana da scapolo, viaggiando da un’azienda all’altra, per assaggiare (ma dai modi in cui sorseggia Miles, direi più trangugiare) le ultime novità vinicole californiane. Se la storia si fosse delimitata a una banale descrizione delle realtà vinicole, credo che anche il più appassionato cultore di vino si sarebbe annoiato a morte. La storia, invece, come qualsiasi commedia che si rispetti, è giocata su relazioni e vissuti che si intrecciano, su gag e momenti drammatici, dando vita a situazioni spesso paradossali, dove il vino fa da accompagnatore e da stimolo alle crisi depressive di Miles e alle smanie sessuali di Jack, che sembra non voler rinunciare al suo ruolo di “macho conquistatore”. In questo contesto, apparentemente leggero ma che progressivamente testimonia il disperato bisogno di entrambe i protagonisti di risalire dall’oblio di un’esistenza sbandata e incerta, alla ricerca di un’identità e di un futuro più positivo, si possono osservare gli splendidi vigneti della Santa Ynez e della Napa Valley, percorrere strade piene di colori e atmosfere patinate californiane e, soprattutto, si può prendere nota di importanti aziende locali quali Andrew Murray Vineyards, Fess Parker, Kalyra Winery, Au Bon Climat, Hartley Ostini (the Hitching Post), Sanford Winery, Whitcraft Winery, Sea Smoke Cellars e Fiddlehead. E vale la pena ricordare i vini menzionati, fra cui Lo Chateau Cheval Blanc 1961, pregiato Bordeaux St. Emilion Grand Cru dal prezzo inarrivabile, il Pinot Noir Richebourg, il Sauvignon Blanc Fiddlehead ’99, il Syrah Andrew Murray riserva ’97.

Non mi sono volutamente dilungato sulle scene del film (che vi consiglio di andare a vedere prima che sparisca), ma non posso fare a meno di segnalare la splendida, commovente descrizione che Miles fa del Pinot nero e della sua assoluta particolarità e inimitabilità (il primo vino che si beve nel film è proprio uno spumante a base Pinot nero, il Byron ’92), che lo distacca completamente dai più “facili” Cabernet e Merlot. E una gran bella figura la fa anche un nostro vino in un breve dialogo fra Miles e Maya che, a mia memoria si svolge più o meno così: Miles – “Come hai imparato ad amare il vino?”, Maya – “La bottiglia decisiva è stata un Sassicaia del 1988”. Certo potevano citarne molti altri…

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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