Un San Leonardo di 22 anni e un Orvieto di 10: l’affidabile e il sorprendente

Un rosso trentino e un bianco umbro, due mondi lontani, ma figli di un territorio dove la viticoltura è la sua dimora ideale. Una coppia che più scoppiata non si può non poteva che stimolare la mia insana curiosità, non tanto per trovare cos’hanno in comune, sarebbe sciocco, ma per mettere in evidenza i molti, troppi luoghi comuni che aleggiano da sempre nell’ambiente enoico.
Sto parlando del mitico San Leonardo, classe 1999, cabernet sauvignon, cabernet franc e una piccola quota di merlot, un colosso che ha pochi rivali e che non avevo alcun dubbio potesse reggere oltre vent’anni sulle spalle, tanto più da una signora annata come questa. Ma ci si può aspettare dall’Orvieto Classico Superiore 2011 di Tenuta Le Velette che regga un decennio e addirittura sia più buono che appena messo in commercio? Sinceramente no, o almeno è cosa rara, poiché in quel comprensorio che coinvolge anche un paio di comuni laziali, sono davvero pochissimi i produttori che hanno sempre concepito bianchi destinati a durare. Le ragioni sono dovute sia a una vecchia abitudine di non credere più di tanto alle loro potenzialità, sia a un mercato e a una ristorazione che hanno sempre guardato con molta diffidenza vini bianchi non d’annata.
La questione si fa ancora più interessante se vi informo che i due vini sono stati conservati in modo del tutto diverso. Infatti il San Leonardo è rimasto dal lontano 2003 sempre in cantina a temperatura di 12-13 gradi, l’Orvieto Classico Superiore, invece, ha subìto per 8 anni il giogo dei mutamenti climatici della mia casa, parliamo di temperature che vanno dai 18 gradi invernali ai 30-31 gradi estivi. Un processo che metterebbe in ginocchio non pochi vini, invece…

Intendiamoci, il vino la sua evoluzione l’ha avuta, ci mancherebbe, basta guardare il colore oro intenso quasi ambrato per capirlo, ma quell’ossidazione data dal tempo e dalla non ideale conservazione è molto più contenuta di quanto ci si aspetterebbe, il “miracolo” sta nella fusione perfetta di tutte le componenti del vino, che si è straordinariamente arricchito di mille sfumature, un altro vino, che dell’Orvieto iniziale ha solo un pallido ricordo. Il meglio di sé lo da attorno ai 13-14 gradi, temperatura da rosso giovane, l’acidità è ancora lì a dare spinta a un tessuto complesso e variegato, dove emergono note di frutta candita, mela cotogna, miele di acacia, curcuma, albicocca disidratata, mentre al palato è assolutamente vivo, intenso e con una perfetta corrispondenza aromatica, non cede per nulla, ha ancora buona energia e una profondità decisamente superiore peer questa tipologia. Corrado Bottai ne sarà contento…

Del San Leonardo 1999 che posso dire, un vino ancora perfetto, ha un colore granato lucente, con ricordi rubini, che già è un bel segnale della sua integrità. Il bouquet richiama prugna e mora in confettura, cannella, cioccolato fondente, liquirizia, grafite, venature di cuoio e tabacco, cardamomo, toni ematici, leggera polvere da sparo.
Bocca matura, con il terziario che fa capoccella su una base ancora molto fresca e balsamica; del legno sentito alla sua uscita non v’è più traccia, ora è tutto in armonia, senza alcun cenno di cedimento, un capolavoro.
LA CHIOSA: si dice tanto sull’importanza di conservare i vini in ambienti idonei ed è giusto, ma è altrettanto vero che la temperatura stazionaria, soprattutto dai 13 gradi in giù, tende a fare evolvere molto lentamente il vino, non è detto però che sia sempre un vantaggio, non di rado ho aperto vini che sembravano fermi, senza quella naturale progressione che dovrebbero avere nel tempo. Di contro, lasciati coricati all’ombra, ma a temperatura variabile, sono evoluti più velocemente ma hanno raggiunto degli equilibri e delle complessità spesso superiori agli stessi tenuti al fresco. A mio avviso ogni tipologia e annata ha diverse caratteristiche e uniformare il modo di conservarli non è detto che sia la soluzione sempre più giusta, pensate ai Barolo ’96, tanto affascinanti quanto irregolari, spesso molto chiusi, rigidi, magari trattati come il mio Orvieto la storia potrebbe cambiare…
Roberto Giuliani


