Statistiche web
Cibo e Cultura

Ricordo le lunghe estati calde. Bibite a km zero. Storia di bevande e economia locale, uccise da multinazionali e TV

Maurizio FavaPiemontese, figlio della terra del Gavi, con agganci familiari nella Tuscia viterbese e radici culturali in Liguria, oggi piccolo editore, consulente marketing-commerciale per aziende vitivinicole e docente ai Sommelier, ieri collaboratore di testate nazionali in campo turistico e enogastronomico, direttore di aziende vinicole a Barolo e Gavi, primo Direttore del Consorzio Tutela del Gavi, e prima ancora responsabile dei distillati per Slow Food, primo direttore della Banca del Vino di Pollenzo (fase di progettazione e avviamento), collaboratore di guide enogastronomiche (Vini d’italia SF\Gambero, per molti anni, Osterie d’Italia, Le tavole della Birra L’Espresso, …) direttore di corsi per Guide Turistiche specializzate in enoturismo per la Regione Piemonte, gastro-archeologo autore della riscoperta dell’antico formaggio Montebore. Un solo premio nella vita, quello di “Grande Piemontese”, ma ci tengo molto perché con me fu premiata la Juventus (!)“.
Ecco, tutto questo è Maurizio Fava, che annovererei ben volentieri fra i miei amici, se non fosse che la lontananza mi impedisce di frequentarlo come vorrei. Maurizio è persona di grande intelligenza e piena di energia, basta guardarlo per rendersene conto, ha anche un dono prezioso, quello dell’autoironia, che non è cosa da poco ai giorni nostri. E’ per me un vero piacere accogliere fra le pagine di Lavinium questo suo articolo, spero proprio che in futuro vorrà proporcene altri.

Bibite gassate dell'AbbondioNon sono ancora del tutto decrepito, ma ho ricordi chiari degli anni sessanta.
Da noi, poche famiglie possedevano un apparecchio televisivo, e si vedevano i programmi dell’unica rete tv nei locali pubblici. Bar, circoli parrocchiali, società di Mutuo Soccorso erano ancora centri di aggregazione e socializzazione vera. In quei luoghi, le generazioni si mescolavano senza contrasti particolari, tra una partita a carte e una discussione di argomento sportivo.
La politica? Solo nei pressi di qualche elezione, per pochi giorni, e senza particolari impeti. Del resto, tutto era deciso a priori. Clericali democristiani di qua, mangiapreti di sinistra di là. I primi sapevano già che avrebbero vinto, i secondi che sarebbero stati dall’altra parte, ma senza il rischio di essere traditi dai loro rappresentanti. Per tutti, l’avvenimento mondano clou di ogni settimana era la messa “grande” domenicale. Roba da vestito buono e lucido da scarpe.
Per noi bambini, che di giorno giocavamo nei prati e nei boschi, non c’erano mediazioni tecnologiche di sorta. Giochi, amicizie, allegria e magari anche scazzottate, nulla di virtuale. La realtà estiva era fatta di ginocchia sbucciate, capanne costruite tra gli alberi, corse in bici sulle polverose strade di campagna, partite di calcio interminabili su spazi improponibili: la piazza del paese col portone del Castello a far da porta, spiazzi a ghiaia, prati attraversati da fossi e buchi, magari con in mezzo il palo della luce da dribblare come un terzino. Lividi e sudore veri, sete.

La sete, dicevo. Si andava in bici alle fonti sperse per le campagne, per lenirla. A volte portandosi un bicchiere (di vetro, le plastiche inquinanti erano da venire) e una bustina con 20 lire di “citrato”, comprato sfuso dal droghiere, per rendere più “chic” quell’acqua fresca che sgorgava dalla terra.
Ma a volte, grazie al lascito generoso di una nonna o di una zia (la stessa che ci offriva, deliziosa ma sottovalutata da noi modernisti, acqua e sciroppo di tamarindo da quella bottiglia quadrata fasciata di carta), ci si concedeva la botta di vita, e il “lusso” ci raggiungeva impudico e sfrenato, sotto forma di una bottiglietta di bibita gassata, che usciva fredda e imperlata di goccioline dal frigo sotto il banco di un bar.
Era piacere allo stato puro, quel liquido frizzante che saliva alle nostre bocche dalla cannuccia. Si cominciava da piccoli con la gazosa, acqua zucchero, acido citrico e anidride carbonica, ma poi si arrivava alla voluttà delle bibite aromatizzate e colorate: assai gettonate la menta verdissima, una cosa rossissima che si chiamava “ginger” (dubito che avesse mai visto da vicino un grammo di zenzero), e poi le “spume” classiche, quella chiara (tuttora bevutissima in Austria, per mia gioia) e quella scura, che forse differivano essenzialmente per il contenuto di zucchero caramellato. Per i più grandi, poi, subentrava il gusto amarognolo.
Il chinotto di allora, diverso da i surrogati attuali, anche in età adulta resta ricordo indelebile foriero di sospiri nostalgici.

Chinotto PaolettiI marchi di queste bibite, però, non erano le etichette super-standardizzate di adesso, vendute a decine di milioni di litri a colpi di spot e campagne pubblicitarie. Macché. Tutto prodotto in zona, a distanza di bicicletta.
Per noi, nel nostro collinare ombelico del mondo tra Tassarolo e Pasturana, tutto arrivava da Novi Ligure, a soli 5 km di distanza media. In quegli anni a Novi c’erano ben tre fabbriche di bibite in regolare attività. La “Novesina“, la più diffusa e popolare, era leader del mercato per la gazzosa standard. Nei locali più giovanili, invece, erano da poco arrivate le bibite “Romy“, forse una americanizzazione del cognome del titolare, ne ricordo le gassose leggermente meno dolci, forse più dissetanti.
Ma a me piacevano più di tutte le bibite “Bagnasco“, la spuma scura in primis. Era quella che bevevo dalla cannuccia, tirandola su fino all’ultima goccia con gorgoglii ineducati, all’ombra dei tigli della trattoria Pessenti a Rovereto, frazione di Gavi, alle tre del pomeriggio. Mentre aspettavo che mio padre rimettesse in moto la corriera del ritorno per la corsa delle 15.30, guardavo gli anziani giocare a bocce, e ridevo alle battute calcistiche di Renato, oste e re di lepri, ravioli e funghi.
Avevano il tappo a corona rosso e senza scritte, le spume di Bagnasco. Erano le “padellette” più eleganti e belle a vedersi. Farle correre con colpetti delle dita sulle piste tracciate nella polvere era come guidare una Ferrari. Bei tempi davvero.
Poi sono arrivati i marchi della TV, dalle acque “brillanti” alle cedrate bolognesi, e fu subito multinazionale.
Le centinaia di fabbriche di bibite locali sparse in ogni città chiusero repentinamente, travolte dalla massificazione del mercato. Il sapore delle bibite forse peggiorò, almeno a mio parere. Di sicuro peggiorò l’economia locale, e la nostra qualità di vita.
Novesina, Bagnasco e Romy oggi non si bevono più. In pochi le ricordano.
Anche Renato è andato, da qualche anno, lasciandoci orfani dei suoi ravioli e dei suoi taglierini con la lepre. Sarebbe di sicuro contento di rivedere la Juve con lo scudetto.

Articoli Correlati

Check Also
Chiudi
Pulsante per tornare all'inizio