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C’è un sole inaspettato, a guardarmi mentre viaggio diretto ad ovest, a festeggiare con la Galzega degli Allegrini la fine della vendemmia e le pergole che indorano sulle marogne¹. Torno a Fumane e mi accoglie, incastrata fra i boschi e le file di cipressi lungo le strade agricole, la fine trama delle bine², lavorata dalle mani precise di questi orafi vignaioli. Villa della Torre sarà solo una tappa però, di questo viaggio benedetto dalla luce del sole, un viaggio che ormai conclude un anno di celebrazioni e anniversari: i 30 della prima bottiglia de La Grola (1983-2013), i dieci anni di Poggio al Tesoro, tenuta in quel di Bolgheri (2002-2012). Gli asini pascolano e si gustano la bella giornata e l’erba del vigneto attorno alla villa, spiantato ormai completamente, per fare posto nei prossimi mesi a nuove vigne. Saliamo verso il tempietto del Bucintoro, camminando vicino alle vigne impiantate di recente, con qualche marogna recuperata. Il nome è un piccolo tributo alla Serenissima che arrivò, negli anni di massimo splendore, ad espandersi fino a questi territori. Ma non contaminò l’architettura, e così il Palladio, le cui ville sono uno dei simboli della nobiltà veneta rinascimentale, non arrivò con la Repubblica in questi territori (ma qualche bellissima villa “palladiana” si trova). E infatti Villa della Torre rimane un unicum: le narrazioni zoomorfiche e antropomorfiche dei camini a mascherone, con l’architettura dal sapore romano, con il peristilio – il cortile centrale – chiuso solo in apparenza, invaso dall’azzurro del cielo, dall’aria che scende dalla Fumana e dalla luce che sale nella valle. Dicevo del Bucintoro, il tempietto che sulla collina che inizia a salire, domina la villa. Un omaggio agli antichi, alla cultura retica, e forse anche un ponte culturale, tra Paganesimo e Cristianesimo, tra Dogi e Scaligeri.

Ci aspetta il pranzo, prima di metterci in viaggio per Bolgheri (l’avevo detto che sarebbe stata solo una tappa). E ad aspettarci è il matrimonio tra cibi e vini veronesi. Sapori e profumi autunnali del cibo che si mescolano a quelli della corvina che matura tra fine settembre e ottobre e qualche volta rimane ad aspettare i grandi freddi per farsi vino, vivendo tutto l’autunno. La Grola 2010 – ancora giovane e irruente ma già educata a parlare di quella collina a gradoni da Giovanni nel 1978, introduzione di una piccola rivoluzione in Valpolicella – ci accoglie vestita dell’etichetta di Manara. Ci perdiamo presto fra La Poja 2007, corvina matura e piacevole, una Grola 2001 (dalla fine speziatura e profondità balsamiche, il tempo si fa sentire) e poi qualche prova da botte di Poja e Amarone di due vendemmie fa (2011) e l’Amarone 2009, risoluto, morbido. E per finire (d’altronde il viaggio sarà lungo, e bisogna prepararsi a dovere) il Recioto Giovanni Allegrini 2009, colui che sognò La Grola impiantata a vigna. Ed è un peccato che siano così pochi a continuare a produrre questo racconto fedele della Valpolicella, tramite il suo “vino retico”. Sul litorale bolgherese, a pochi km dal mare, sono piantate le vigne di Poggio al Tesoro: quasi tutti piccoli campi circondati da ulivi, o da macchia, sughere. Ormai sono passati dieci anni da quando è iniziata quest’avventura: e subito fu una scommessa, fortemente voluta da Walter, che si innamorò già dalle prime visite di quella terra, ma purtroppo rimase per lui solo un sogno, realizzato dai due fratelli. Marilisa era la più convinta dei due, però, e quando decise assieme all’agronomo Bartolomei di destinare parte del collage variegato di quei suoli – terra vocata e diventata famosa nel mondo per i propri rossi – al vermentino, Franco pensò che fossero pazzi. E invece piantare vermentino dove i sassi e le sabbie rosse lasciano posto alle argille calcaree e alle Sondraie, si è rivelata una scelta azzeccata. Forse come successe anche a Giovanni, con la corvina messa a dimora su quella collina sopra Sant’Ambrogio. I tecnici ne seguirono la maturazione e quando vinificarono quell’uva luminosa e croccante, maturata nella luce e l’aria portata dal sole su Bolgheri, al finire della prima annata rimaneva da scegliere il nome. E dalle vigne toscane la proposta lanciata alle pergole veronesi fu semplice e immediata: Solosole.

Attraversiamo il peristilio e rientriamo in un’altra delle sale col camino a mascherone. Il viaggio comincia, siamo a Bolgheri, ma andiamo anche indietro nel tempo, fino alla prima annata prodotta da quel vigneto toscano. Tralascerò l’aspetto cromatico: oltre ad un lieve gradiente dovuto all’età, e qualche lieve sfumatura più calda o più cruda dovuta alle annate, sono poche differenze irrilevanti da raccontare. Solosole 2007 Riporta all’estate, ai fiori che lentamente seccano sotto al sole, assieme al fieno. All’impatto emergono anche note di idrocarburo e miele. È molto ampio, profondo, con note minerali e di zolfo. In bocca è sontuoso e vibrante, avvolgente e profondo, in perfetto equilibrio. Annata asciutta il 2007, con un inverno mite ed una lunga estate, che hanno chiesto una particolare gestione della pianta per trovare l’equilibrio tra la giusta insolazione e la protezione dei grappoli.
Solosole 2008 Più cupo del precedente, quasi autunnale. Sentori di erbe aromatiche, menta erba tagliata si mescolano a note più minerali. In bocca è cremoso e sapido, però più corto. Questa sensazione asciugante domina la degustazione, mentre escono sentori di agrumi e che ricordano il sauvignon. Annata più fresca, e più piovosa fino ad inizio estate, dopo la fioritura. La maturazione ha visto buone escursioni termiche e poca pioggia, situazione mantenuta fino a fine vendemmia.
Solosole 2009 Torna l’ampiezza dei profumi, ancora caldi e avvolgenti: appena un accenno vegetale simile al sauvignon, che subito lascia spazio a camomilla e pesca. In bocca sorprende per la freschezza, un corpo esile che dopo profumi così ampi non ti aspetti. Chiude su note di miele e fiori di campo. Inverno freddo e piovoso, seguito da una calda primavera che, gradualmente, ha preceduto una lunga e calda estate.
Solosole 2010 Profumi di tè che si alternano a note terrose e di paglia, e vegetali fresche e piacevoli. Al gusto è cremoso, complesso con una vibrante acidità. Molto dinamico, in entrambe le fasi. Si riporta su sentori vegetali, ora più profondi, balsamici, e poi miele, fiori secchi. Annata partita fresca e piovosa, ha posticipato un po’ la fenologia della pianta. Durante l’estate le piogge si sono fermate per permettere la giusta ricchezza delle uve, maturate con giornate fresche.
Solosole 2011 Ho trovato un vino introverso, chiuso e inafferrabile, che si è fatto conoscere molto lentamente. Profumi di frutta matura, e lievemente di erba fresca. In bocca è ampio, equilibrato: piacevole pur mancando di “luce”: è sembrato “distratto”. Nonostante l’annata mi venga presentata come eccezionale per un susseguirsi di piogge nei momenti e nelle quantità giuste, e giornate di sole, forse i vini cominciano a peccare di gioventù.
Solosole 2012 Infatti anche qui la ricchezza dei profumi va via via semplificandosi, appiattendosi su note di pesca, di frutta matura, e di erbe di campo, con un particolare accenno di rosmarino. Al gusto equilibrato, salino, giusta presenza di estratti e componenti “dure” (acidità e sapidità”). Annata particolare e impegnativa: partita presto, calda, ha portato consistenti piogge fino all’estate, proseguita secca (e pensierosa per molti). A settembre qualche pioggia ha riportato acqua e serenità.
Solosole 2013 Una torbida prova di botte. Si pone sulla falsariga della precedente, con aromi fermentativi e “chiassosi” di pesca, e banana. Al gusto è molto crudo: chissà come crescerà! Annata difficile per molti: il ricordo è ancora fresco! Primavera eccezionalmente piovosa, spesso più fredda del solito, che ha portato un ritardo generale in tutte le fasi e un aumento di produzione ridimensionato per raggiungere la giusta maturazione. Questo vermentino si è rivelato un vino decisamente interessante, anche nella sua variabilità tra annate. Sempre espressivo del terroir (terreno, annata, territorio) senza deviazioni di legno: giusta la scelta della breve macerazione, dell’uso di un materiale inerte come l’acciaio e della valorizzazione di un patrimonio enorme come quello racchiuso nelle fecce dei vini.

Ormai il sole è al tramonto, e il viaggio a Bolgheri concluso. Salgo a Marega, la collina davanti la villa, prima di partire verso est. I ciliegi si confondono nel crepuscolo di novembre: somiglianze cromatiche. Sceso il sole sul Garda, ne sorge un altro sopra le vigne di Ravazzol e Prognol, oltre la valle. E quando si accende “lei”, allora il nespolo nella corte si sorride, e lascia andare il suo profumo, denso d’inverno.
Nella chiarezza v’è delle autunnali sere un tenero, un misterioso incanto: lo splendore degli alberi sinistro, il languido frusciare delle foglie porporine, il velato e calmo cielo sopra la terra triste e desolata, e, annunzio delle prossime bufere, un brusco, freddo vento qualche volta, un mancare e sfinirsi – e quel sorriso mite di sfioritura, su ogni cosa, che in essere senziente noi chiamiamo sacro pudore della sofferenza. Fëdor Ivanovič Tjutčev
1) Bine: filare, fila di vigne, soprattutto in pergola 2) Marogne: muretti, soprattutto a secco, con la pietra veronese e il tipico disegno a spina di pesce.

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