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Pioggia e bigné

BignéLa pioggia batte forte sulla terra. Ascolto con le gambe incrociate sul divano, mentre la luce del pomeriggio si fa tenue nella discussione. Qui mi sento a casa quando sono le braccia forti a stringermi e quando assorta in cucina cerco di preparare qualcosa di buono per accoglierle quando torneranno.
Apro il frigo e dopo un istante immobile, con i pensieri che viaggiano veloci tra i piani refrigerati, comincio a prendere ciò che mi serve. Metto la pentola sul fuoco con acqua e burro, aspetto che si sciolga e verso con un gesto unico e veloce la farina, rimetto a cuocere e giro ininterrottamente fino a quando il composto comincia a staccarsi dalle pareti del tegame.
Lascio riposare un po’, poi incorporo le uova, una alla volta. Col cucchiaio prendo delle piccole quantità d’impasto e le metto distanziate sulla placca. Il forno si è scaldato, serviranno trenta minuti di cottura, giusto il tempo per preparare la crema pasticcera: sbatto i tuorli con lo zucchero, aggiungo poca farina, il latte portato a bollore e una scorza di limone.

Continuo a mescolare sul fuoco, ritmicamente, con pazienza e intanto lo sguardo si perde nel bianco candore dei petali d’orchidea, posata sul pensile, che sembra allungarsi verso la finestra, quasi a voler cogliere le gocce che cadono sul vetro.
Non è lei a profumare, ma la crema che è pronta e le bolle fumose spandono l’aroma, allora tolgo il cucchiaio e come d’abitudine (un rito a cui non resisto), passo il dito.
I bigné hanno finito di cuocere da cinque minuti e sono pronti sul tagliere, gonfi e dorati. Li taglio a metà e riempio di generosa crema. Disposti sul vassoio passo una spolverata di zucchero a velo su alcuni e su altri tocca mettere una spalmata di nutella, perché il cioccolato fondente è finito in un altro tegame il giorno prima. Come sempre capita che ce ne sia uno che disattende l’estetica globale e così mentre assaggio il risultato e mi compiaccio, alzo gli occhi e mi accorgo che s’è fatto buio.
Resto un attimo in silenzio e ascolto il cielo e la terra che sembrano aver fatto pace e ora il loro dialogo è dolce, bisbigliato, come quello di due innamorati. E mentre me ne sto lì in piedi, la luce si accende e sento chiamare il mio nome. Il tempo delle scale. L’abbraccio. “Cos’è questo profumo?”, “Ho fatto i bigné con la crema… perché fuori piove, perché ti aspettavo, perché…”.
La terra sa le parole che il cielo mette per lei in ogni goccia di pioggia.

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