Pas Dosé in casa Menegotti, una degustazione emozionante
«È una spuma di parole che pare un’onda e la ricchezza verbale produce effetti felici. […] Doveva essere in lui un’immensa energia». G. B. Pighi sul sermone di San Zeno rivolto ai viticoltori.
Vogliamo salutare degnamente l’arrivo del 2017 e la partenza del 2016? Ecco un modesto suggerimento di un bel vino da aprire e godersi in questo passaggio di consegne.
L’ho conosciuto un sabato di metà autunno. Il cielo era coperto, di un grigiore luminoso, e la tipica quiete dei sabati autunnali: ero sulla strada per Valeggio sul Mincio, invitato a una degustazione molto particolare di vini particolari. Una giornata tutta da scoprire, insomma. Nei particolari.
Si tratta della degustazione di pas dosé italiani che ormai da qualche anno si tiene alla cantina Menegotti, di Villafranca. Ero curioso di tornare ad assaggiare della corvina, ma stavolta più a sud del solito, lontano dalle terre rosse della collina lessinea della Valpolicella per finire in quella dell’alta pianura, sulle ghiaie dell’Adige. E per di più, stavolta si trattava di una corvina particolare: un metodo classico, pas dosé ovviamente.
Cominciamo dalla degustazione. Il piccolo mondo del metodo classico non zuccherato vive al momento ancora abbastanza sottotraccia, senza una luce che ne abbia indagato pienamente le dimensioni, i numeri, le tipologie, i luoghi. E questa occasione, creata da Antonio e Andrea Menegotti, con la collaborazione di Gianpi Giacobbo, è preziosa anche per questo.
I vini coi quali si viaggerà lungo l’Italia attraverso questa parte dell’eno-mondo sono dodici, serviti in batterie di 4 e alla fine di ciascuna ogni gruppo, seduto ai vari tavoli, proverà a votare un vino. I tre finalisti verranno poi riascoltati per una prova finale, e quindi si tenterà di individuare un pas dosé ambasciatore della tipologia.
Diversi i vini piacevoli, alcune scoperte e qualche partecipante più o meno zoppo (difetti su tutte o solo qualcuna delle bottiglie disponibili). Parlerò dei “miei” tre preferiti di ciascuna tripletta, che hanno coinciso quasi interamente con le preferenze del “tavolo” e un po’ meno con quelle di tutti noi partecipanti. Tra l’altro, una degustazione così strutturata è veramente formativa: un’ulteriore occasione!
Il vino che più mi ha colpito nella prima batteria era un viaggio in un campo di frumento maturo, con l’odore penetrante della camomilla. Un bel colore maturo, non eccessivamente carico.
Anche i profumi sono maturi, ma al contempo freschi, quasi una dicotomia. Miele e resina, frutta estiva matura. Bocca piena e dinamica. L’unica pecca è nel suo rimanere piuttosto fermo su quest’immagine. Fa discutere questa sua caratteristica: il nostro tavolo si divide, infine la maggioranza preferisce il suo predecessore.
Un vino decisamente più canonico, nei suoi riflessi dorati e nei sentori avvolgenti di frutta matura e a tratti quasi passita, con qualche tocco di spezia. Un carattere decisamente più mediterraneo, con la sua presenza marcata, spessa quasi da risultare fastidiosa; la sapidità fine, la bocca molto piena, equilibrata anche se con una bollicina non troppo sottile, ha conquistato i più.
Si prosegue. Perlage molto fine, quasi esile, a solcare un dorato deciso e luminoso, giovanile. I profumi sono molto freschi, floreali, di campo e di primavera, a richiamare la luminosità di questo vino. In bocca la freschezza quasi tagliente si veste di cremosità e sapidità, con un fluire di sensazioni molto lungo. Seconda batteria a sorpresa: viene scelto sostanzialmente all’unanimità.
Frutta matura e spezie sono gli argomenti di un intenso dialogo nel quarto vino, tra albicocche e chiodi di garofano, uva matura e noce moscata. È un vino fine, evoluto, maturo anche nel colore e non troppo vivace. Un vino autunnale da caminetto e castagne.
Riassaggiati però si confondono le idee e i giudizi, quindi non vado oltre ma svelo i nomi.
Quello che mi aveva colpito nella prima batteria era il Bellavista Pas Operé 2009, un uvaggio di chardonnay e pinot nero (2/3-1/3), coltivato sulle colline franciacortine e con sosta sui lieviti di 72 mesi. Aveva invece colpito il Monsupello, da uve pinot nero per il 90% e il saldo di chardonnay metà in acciaio e metà in legno, con 56 mesi di affinamento sui lieviti.
Della terza batteria mi aveva colpito il Luretta Principessa 2011, chardonnay in purezza coltivato a circa 200 m nel piacentino e con 18 mesi di affinamento sui lieviti.
Non mi sono scordato il pas dosé che aveva messo d’accordo tutti, ma l’ho tenuto per ultimo apposta. Si tratta infatti del padrone di casa, il Menegotti 2008, da corvina in purezza e 60 mesi sui lieviti, dalle colline moreniche costruite dal Garda a sudovest di Verona. Una vera sorpresa, per molti di noi.
L’azienda coltiva circa 30 ettari di vigna, da cui escono ogni anno 200.000 bottiglie, dal 1972, anche se la storia come viticoltori nasce ben prima. I bianchi sono nettamente dominanti, con metà produzione dedicata e ulteriori 50.000 bottiglie di spumanti; il Bardolino e qualche bordolese – talvolta anche uniti in piacevoli combinazioni – completano la produzione.
I vigneti si trovano tra le ghiaie e sabbie molto calcaree formate dall’Adige e dal Garda e i suoli calcarei più argillosi di natura morenica, con una diversa disposizione tra uve rosse (sui suoli più pesanti e in genere più bassi) e uve bianche (che trovano collocazione invece sui suoli leggeri più alti).
Al termine della degustazione ci spostiamo a Valeggio sul Mincio, per uno speciale ristoro: i tortelli, nella loro terra natia.
Valeggio è luogo di storia e cultura molto antica. Si tratta di uno dei più antichi insediamenti dei paleoveneti, e nel suo territorio sono state trovate alcune tra le più antiche situle bronzee (contenitori simili a vasi) che testimoniano l’uso del vino sia in ambito domestico che sacro. In particolare i reperti ritrovati nel 1933 a Valeggio sono del settimo-sesto secolo a.C. e oggi sono custoditi a Palazzo Gobetti a Verona, mentre altri ritenuti impiegati durante “rituali per brindisi” sono stati scoperti poco più di 30 anni fa in una tomba risalente al I sec. a.C.
Il vino ha radici molto profonde in quelle terre del veronese, ma non da meno sono i tortelli, e per andare nel “profondo” di questo piatto e le sue infinite interpretazioni, siamo stati accolti dal Pastificio Remelli, nella sua sala interrata ovviamente.
Un pastificio nato nel 1988 ma con radici contadine che ne costituiscono il passato su cui si fondano l’ottimo ristorante ma soprattutto uno dei migliori produttori di tortelli, acquistabili nel negozio al piano terra, rifornito dalle mani di venti esperte pastaie. Un viaggio nel tortello e le sue mille sfaccettature ci ha permesso di continuare a conoscere l’azienda Menegotti, rimanendo così un po’ più fermi e saldamente a terra.
La stessa impressione che si ha di quest’azienda: l’innovazione e l’apertura verso l’estero, ma con una grande conoscenza del territorio, dei vitigni e delle potenzialità della loro millenaria unione.
Andrea Fasolo




