Mavrud, il piacere della scoperta

Stavolta ho deciso di non descrivere il vino di un solo produttore, ma quello di un agguerrito gruppo di produttori che continuano a vinificare le uve di un superbo vitigno dei Balcani nonostante che sia ancora fuori mercato per tutti i buyers occidentali perché quasi sconosciuto in Europa occidentale, eppure meriterebbe molta più attenzione, pari almeno a quella che riservarono a suo tempo al nostro Sagrantino di Montefalco.
Il Mavrud è un vitigno autoctono coltivato da tempo immemorabile nella regione della Tracia, nel sud-ovest della Bulgaria. Nero come dice il suo nome, che deriva dal greco μαύρος (màvros), i suoi grappoli sono molto compatti e i suoi acini maturano molto tardi. Si dice che quest’uva sia proprio l’antenata della più nota Mourvèdre (chiamata Monastrell e Matarò in Spagna e Mataro in California e Australia), perché i ceppi di questa vite amano allo stesso modo tenere “la faccia al sole e il piede in acqua” e il vino che ne deriva risulta similmente tannico e speziato. Per me è stata una scoperta molto recente, dovuta principalmente al fatto che abito in Polonia e ho più facilmente accesso ai vini dell’Est europeo, a prezzi anche convenienti, curiosando sia nelle enoteche che fra gli scaffali dei grandi centri commerciali.
Devo dire, però, che non è stata una sorpresa soltanto per me. Non sono soltanto i Bulgari a credere nelle grandi potenzialità di questo vino della generosa Tracia. Nel 2002 a Elenovo, a 40 km da Sliven e a 15 da Nova Zagora, nella parte sud-occidentale della Bulgaria, si è realizzato un progetto dell’imprenditore tessile albese Edoardo Miroglio (cantine Malgrà e Bonfante & Chiarle di Mombaruzzo nell’Astigiano e Tenuta Carretta di Piobesi d’Alba), il quale mi sembra però un po’ fissato con il Pinot Noir, da cui fa un’ampia gamma di vini, anche riserva. Non mi hanno impressionato molto, ma capisco comunque che, con 220 ettari di vigneti da riconvertire anche con vitigni internazionali di maggior presa mediatica e resa commerciale (una trentina già a biologico e un’altra ventina pronti per diventarlo), si debba mordere un po’ il freno prima di azzardare previsioni, anche perché questi vini della linea EM Nova Zagora su cui punta l’azienda sono stati presentati in Italia in varie occasioni e sono stati giudicati niente male. Per non nascondermi dietro un dito, però, non mi sembra che la strada giusta sia quella del Bouquet, un vitigno derivato dall’incrocio tra Pinot Noir e Mavrud che, nel 2011, ha prodotto il vino rosso secco Istoria Bez Kray Bouquet che non è riuscito proprio ad affascinarmi.
Tanti auguri, comunque, a Giovanni Minetti del gruppo Terre Miroglio, ma soprattutto agli enologi Marco Monchiero e Desislava Baicheva e al direttore Alberto La Rosa, una squadra di cui ho apprezzato moltissimo l’Elenovo Mavrud in purezza del 2009 (13,5% alc.), una vera esplosione di prugna, frutti di bosco, ginepro, spezie e pepe, di buon nervo e acidità nonché pulizia olfattiva, tannini freschi a un prezzo allora decentissimo (8 euro). Un po’ meno il 2010 (13% alc.) e appena appena il 2011 (14% alc.). Come potevo anche aspettarmi, sinceramente, perché si sono trovati di fronte a un vitigno difficile da domare per il suo carattere capriccioso, paragonabile a quello del Grignolino, ma troveranno la quadra perché la materia è buona e, se non useranno il frustino, se non lo faranno galoppare col ventre a terra, faranno miracoli e mi aspetto risultati sorprendenti.

A volte ne ho trovati anche altri non meno interessanti fra quelli proposti dai Vignaioli Indipendenti Bulgari della BAIW, presieduta dal famoso pianista Ivo Varbanov, che vive più spesso a Londra, ma fa concerti volentieri anche in Polonia. Varbanov ha una piccola vigna di 7 ettari nel paese di provenienza, nell’agro di Izvorovo, a sud delle montagne Sakar. Fino al 2008 i suoi vini erano vinificati da Stoycho Bratanov, ma da allora li fa in una piccola cantina tutta sua con la collaborazione e la consulenza di alcuni enologi stranieri. Le rese sono molto basse, è passato al biologico con fermentazione spontanea e sta per passare al biodinamico.

Mi sono piaciute anche alcune annate dei Mavrud di Château Asena, un po’ più piccanti e con note di piccoli frutti neri, come prugne selvatiche, ribes nero e more. Château Asena si trova nel villaggio di Zlatovrah a una quindicina di km da Asenovgrad, in quel distretto di Plovdiv dove gli archeologi hanno trovato reperti di una produzione primitiva di vino che datano al VI secolo a.C. e dove nel 1947 è sorta la prima cooperativa vinicola bulgara. Sono circa 300 ettari che stanno passando al biologico e i risultati nel frattempo sono un po’ troppo altalenanti, ma si può trovare sempre qualcosa di buono.

Non vorrei però togliervi il piacere di altre scoperte. Se trovate in giro il Mavrud della cantina Bratanov (di Stoycho Bratanov con la moglie Tanya e i figli Daniel e Hristo), circa 24 ettari a biologico nella valle del fiume Maritsa, presso il villaggio di Shishmanovo, vi accorgerete che sa di sole più di tanti altri, perché i fianchi meridionali dei monti Sakar, dove sorge l’azienda, sono quelli che offrono ai grappoli più giorni di sole di altri posti. Mi era piaciuto molto il loro Mavrud 2013 maturato un anno in rovere ungherese, pulito, fresco e con note fruttate leggere, ma invitanti, di piccoli frutti rossi freschi come le ciliegie e i mirtilli rossi, ma che in bocca richiamava a pieno palato pepe, carne affumicata, paprica e salsiccia. Classico vino da grigliate in compagnia cantante. Poca tecnologia, ma con l’aiuto di Varbanov e di Eolis Estate, nonché dell’enologo ungherese Richard Labancz, lo stile è diventato interessante e i vini non risultano “sovraccarichi”.

Due parole, infine, anche per Domain Menada (una tenuta sorta nel 1901 come cooperativa Losa e rilevata nel 2002 dal gruppo francese Belvedere), con i suoi 428 ettari di vigneti ai piedi della montagna Sredna Gora. Gode della tecnologia più avanzata per una capacità di 20 milioni di bottiglie l’anno di una serie di vini derivati dai vitigni cosiddetti internazionali, diventati ormai l’impegno principale: i cugini d’oltralpe non si smentiscono anche quando vanno a fare vino a migliaia di km da casa loro, ma qui almeno non hanno usato le scavatrici e i rulli compressori con il Mavrud, che producono ancora in piccole partite in purezza o usano in assemblaggio con gli altri rossi da loro preferiti. Ci sanno fare, non c’è che dire, perché qualche annata è davvero piacevole.
Mario Crosta




