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La carne è debole. Allevamenti, mode, antibiotici, cancro e fast-food

“Ricordati: un solo colpo. Il cervo non ha un fucile, e tu devi sparare un solo colpo. Questà è lealtà!”
The deer hunter. Michael Cimino

Mucca

Un concetto non così noto è che se mangi carne (se gradisci mangiare la carne) la cosa migliore e la più sostenibile sarebbe cacciarla, mangiare quindi selvaggina e cacciagione.
Allevarla intensivamente soddisfa un desiderio di carne insano, allevarla intensivamente è quasi sempre inquinante, non sostenibile ecologicamente, non di rado (ma ci sono eccezioni) produce carni di scarso valore nutrizionale.
La carne bovina, in particolare, propone svariate fondamentali questioni.

“La carne bovina, in particolare, dall’antichità fin quasi ai giorni nostri, è stata ritenuta la carne per eccellenza, destinata alle più alte categorie sociali. I bovini non sono soltanto gli animali destinati ai più importanti sacrifici, come la consacrazione del nuovo tempio di Gerusalemme o il romano suovetaurilia, ma il vitello grasso è anche il cibo della grande festa per il ritorno del figliol prodigo.
Anche in tempi a noi più vicini la carne bovina e dei grandi ruminanti rimane il cibo dei potenti, tanto che la sua astinenza diviene il simbolo di esclusione e punizione dei vinti, senza dimenticare – anche se è soltanto un aneddoto – la denominazione di mangiatori di bistecche, Beefeaters, data alle Guardie del Palazzo Reale di Sua Maestà e della fortezza della Torre di Londra, il cui salario includeva una razione di carne di manzo (beef) in modo che questi guardiani potessero mangiare carne bovina a volontà dalla tavola imbandita del sovrano. Quando gli italiani escono dalla povertà ed entrano nel periodo di miracolo economico del secondo dopoguerra vogliono mangiare più carne, secondo la regola che a ogni passaggio dalla povertà alla ricchezza, reale o percepita che sia, è la carne bovina che la popolazione vuole, e non quella di vecchie vacche o di buoi da lavoro ma del vitello di biblica memoria. In questo periodo però la richiesta di carne di vitello o di vitellone non può essere immediatamente soddisfatta, scatenando una produzione di carne di non alta qualità da giovani animali alimentati con latti artificiali, ma anche con l’uso di mezzi fraudolenti e illeciti.”
Così scrive Giovanni Ballarini storico accademico della cucina.

L’economista indiano Rajendra Pachauri, ex presidente dell’IPCC (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, presieduto dal 2002 fino alle dimissioni nel 2015, dopo che un dipendente della sua società di ricerca lo aveva accusato di molestie), Nobel per la pace nel 2007 così si esprime circa gli allevamenti di carne, in particolare di manzo:   “Fondamentalmente, dagli allevamenti proviene l’80% delle emissioni totali dell’agricoltura, il 18% di tutte le emissioni di gas serra. Produrre un chilo di manzo equivale a produrre gas serra, potenzialmente responsabili del riscaldamento globale, pari a 36,4 kilogrammi di CO2, che equivale alla CO2 emessa da un’automobilista medio europeo che percorre 250 kilometri. Produrre un chilo di manzo consuma un’energia sufficiente per tenere accesa una lampadina da 100w per 20 giorni. La produzione di carne è di gran lunga la prima consumatrice di terra per uso antropico. L’allevamento consuma il 70% di tutte le terre agricole, il 30% di tutta la superficie terrestre. Il 70% di quella che era foresta amazzonica è diventato pascolo o coltivazioni per alimentazione animale. Un altro enorme impatto della produzione di carne è l’acqua che occorre per produrne un chilo: mais 900 litri, riso 3.000 litri, pollo 3.900, maiale 4.900 litri e manzo circa 15.500 litri. Un enorme consumo di acqua se consideriamo l’intero ciclo.

«È evidente come gli allevamenti intensivi siano la causa di pesanti ricadute sull’ambiente, che vanno poi a influire anche sulla salute umana. Eppure, i soldi pubblici continuano a foraggiare questo sistema», commenta Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura e Progetti Speciali di Greenpeace Italia. I fondi a cui facciamo riferimento sono i finanziamenti della Politica agricola comune (PAC), una voce non da poco nelle casse dell’Unione europea, capace di impegnare circa il 39% del bilancio Ue. Una politica che sembra non fare distinzione tra aziende inquinanti o meno. Infatti, un report dello scorso anno di Greenpeace ha mostrato come la PAC finanzi alcuni degli allevamenti più inquinanti d’Europa. Tanto che, mentre le aziende continuano ad emettere enormi quantità di ammoniaca (precursore di particolato fine) – chiude Ferrario – i sussidi economici continua ad essere versati a più della metà delle aziende zootecniche controllate in Europa, e ad oltre il 67% degli allevamenti nostrani».

Quindi, l’attuale livello di produzione e consumo di carne e il modello intensivo di allevamento sono insostenibili, ma la Politica Agricola Comune continua a finanziare abbondantemente questo sistema.

Ricordi gli alberi? Ti ricordi come son diversi gli alberi? Te lo ricordi? Te lo ricordi, eh? Le montagne… Ti ricordi le montagne?
(The deer hunter. Michael Cimino)

L’industria della carne ha però moltissimi soldi a disposizione per comprare spazi pubblicitari sia sulle televisioni che sui giornali e quindi spesso diffonde senza sosta questa immagine totalmente falsa degli animali, mostrati come felici, all’aperto, al sole e addirittura a pascolare nel verde. Ovviamente si tratta di quanto di più lontano possa esistere dalla realtà.
Un esempio che ci riguarda da vicino è il caso Amadori: In quel caso specifico è stata sporta una denuncia all’AGCM, l’autorità garante per le comunicazioni, che ha esaminato il caso e ha imposto ad Amadori di cambiare comunicazione perché potenzialmente fuorviante per i consumatori, che sarebbero stati indotti a pensare che i polli vivessero di fatto in un mondo bucolico e felice.

Nutriamo a forza e ammaliamo gli animali, li immunizziamo, li carichiamo di antibiotici, se si ammala irrimediabilmente va al macello. È davvero così?
La posizione degli allevatori di carne è assai diversa, soprattutto quando si parla di ormoni e antibiotici: “Si sente spesso dire che la carne che abbiamo nel piatto è piena di ormoni, o che negli allevamenti si fa un uso indiscriminato di antibiotici. Ma non è così. In Italia l’uso di sostanze ad attività ormonale è assolutamente vietato nel settore zootecnico da ben 35 anni. Avete capito bene: gli ormoni della crescita non sono più permessi nei nostri allevamenti di carne italiana dal lontano 1981.
In Paesi come Usa e Canada la somministrazione di sostanze per stimolare la crescita degli animali è tuttora consentita. È per questo che, già nel 1988, l’Europa ha deciso di vietare l’importazione dal Nord America di carni bovine trattate con ormoni della crescita.
A conferma del rispetto di tale divieto, nelle oltre 40.000 analisi condotte annualmente dalle Autorità competenti per la valutazione dei residui di trattamenti farmacologici su animali produttori di derrate alimentari, delle quali oltre 6.700 riguardano prodotti avicoli, non è mai stato riscontrato un campione positivo a queste sostanze.
E gli antibiotici? Il loro impiego negli allevamenti è permesso solo ai fini di cura, terapia e profilassi dell’animale, ed è sempre subordinato al rispetto di regole ben precise. Inoltre, possono essere utilizzati esclusivamente antibiotici preventivamente autorizzati dalle Autorità Sanitarie.”

Racconta Milena Gabanelli nella puntata di Report Carne per tutti: “Rimpinziamo la mucca di cibo perché deve produrre tanto latte, questo fa venire le mastiti, più di tanto non si può curare, e così dopo 2 anni viene mandata al macello. Latte e rottamazione della mucca si trasformano in centinaia di prodotti a basso costo che riempiono gli scaffali dei supermercati, il basso costo ti invoglia a riempire il carrello e così alla fine non hai nemmeno risparmiato, ma hai speso di più, per alimentare stomaci senza fondo. Non sarà una coincidenza il fatto che gli anni 80, momento storico in cui il modello basato sui grandi volumi a basso costo si afferma nella sua forma più matura negli Stati Uniti, sono segnati dall’impennarsi dei tassi di incidenza dell’obesità. L’obesità quindi dimostra che il cibo non può essere trattato alla stessa maniera di un qualunque altro fenomeno economico.”

Secondo i dati del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza, presentati in uno studio del Policlinico Gemelli pubblicato sulla rivista Igiene e Sanità Pubblica nel 2019, ben il 50% dell’uso globale degli antibiotici è nel settore veterinario. Un dato che secondo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina preventiva dell’Università Cattolica di Roma, ci fa guadagnare una “maglia nerissima” rispetto alla Ue, e che alimenta un’antibiotico-resistenza aggravata anche dalla trasmissione di superbatteri dall’animale all’uomo, tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti. Non solo: attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso il prosciutto e tutti gli altri derivati), si ingeriscono, rileva Ricciardi, “frammenti di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia”.

If I were a swan
I’d be gone
If I were a train
I’d be late again
If I were a good man
I’d talk with you more often than I do

Se fossi un cigno
me ne sarei andato
se fossi un treno
sarei in ritardo
e se fossi un brav’uomo
parlerei con te più spesso di quanto faccia.
If. Atom Earth Mother. Pink Floyd

Mucche

La ricerca, che passa in rassegna i dati fino ad ora pubblicati sul tema, sottolinea come la salmonella mostri già la presenza di ceppi resistenti a più antibiotici, così come E. coli, presente nelle più comuni specie allevate in Italia (tacchini 73,0%, polli 56,0%, suini da ingrasso 37,9%) e nell’uomo (31,8%). Eppure, le leggi che regolamentano con rigidi protocolli e controlli l’uso degli antibiotici negli allevamenti ci sono. “Il problema – afferma Ricciardi – è che il Piano del Ministero della Salute sull’antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora è rimasto sulla carta”. La situazione è a macchia di leopardo a livello regionale e addirittura delle singole Asl, reali responsabili dei controlli. Inoltre, denuncia l’esperto, questi farmaci “vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo”. Di qui l’appello: “Bisogna coinvolgere – dice – i manager delle strutture ospedaliere, i medici, i veterinari e gli allevatori. Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, è chiaro che asl e veterinari devono controllare. E’ una questione di salute pubblica, il meccanismo deve partire”.
Antonia Ricci, dell’Istituto Zooprofilattico Venezie, nella puntata di Report Carne per tutti dichiara: “Negli allevamenti si usano gli antibiotici, perché gli animali sono allevati in modo estremamente intensivo, è chiaro che più l’allevamento è intensivo e quindi questo significa animali numerosi in spazi ristretti, significa tempi di allevamento ridotti, perché abbiamo bisogno di animali che crescano in fretta, tutto questo produce una forte pressione sugli animali e quindi uno stato che non è di malessere ma sicuramente non è lo stato fisiologico degli animali, fa sì che gli animali si ammalino e quindi per evitare che si ammalino si usano gli antibiotici.”
E ancora. “Per molti anni gli antibiotici sono stati usati come auxinici, cioè come promotori di crescita era un uso degli antibiotici per periodi di tempo molto lunghi e a basso dosaggio, proprio per aumentare le performance produttive per far crescere meglio gli animali. Ci si è resi conto poi nel tempo che questo era un grossissimo rischio sanitario perché proprio questo tipo di uso degli antibiotici a basse dosi e per periodi prolungati facilita l’insorgere di resistenze.”

Il rischio quindi di tumore legato all’eventuale presenza nella carne di ormoni utilizzati per promuovere la crescita negli allevamenti non deve preoccupare chi consuma carne (bianca o rossa che sia) di origine italiana ed europea, dal momento che l’utilizzo di tali sostanze è vietato da anni per legge. Ma la cancerogenicità delle carni non è determinata esclusivamente dalla presenza di ormoni e antibiotici.
Sul legame tra carne rossa e cancro sono stati condotti numerosi studi e si è giunti a conclusioni che lasciano poco spazio al dubbio, per quanto riguarda le carni bianche la situazione è decisamente più confusa. Secondo i risultati di uno studio pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition, questa incertezza è anche legata al fatto che la maggior parte dei lavori non ha valutato in modo adeguato il fatto che la carne bianca viene consumata in alcuni casi in sostituzione della carne rossa (modello sostitutivo, nel quale il consumo totale di carne resta costante), e in altri in aggiunta (modello additivo), con un aumento del consumo totale.
Le prove sulla carne lavorata e sul cancro sono chiare. I dati mostrano che nessun livello di assunzione può essere associato con sicurezza a una mancanza di rischio. Bianca o rossa che sia la carne. Un pollo intero di 37 giorni si vende dai 3 euro al chilo in su ma se il pollo lo compro già impanato, lavorato e confezionato lo pago come una filetto di vitello, fino a dieci volte di più, pure aumentando considerevolmente la probabilità di assumere sostanze cancerogene.
Ne vale la pena?

Pierluigi Gorgoni

Riferimenti
http://www.report.rai.it/dl/docs/1316790787664carne_per_tutti_pdf.pdf

https://www.ruminantia.it/futuro-della-carne-bovina-di-alta-gamma-antropologia-di-un-mito/

https://www.greenpeace.org/italy/storia/4813/gli-allevamenti-intensivi-seconda-causa-di-inquinamento-da-polveri-sottili/

https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/carni-bianche-ormoni

https://www.wcrf.org/dietandcancer/limit-red-and-processed-meat/

https://www.lifegate.it/rajendra_pachauri_nobel_pace

https://animalequality.it/blog/da-amadori-a-mcdonalds-tutta-la-verita-sullindustria-di-pollo-in-italia/

https://www.carnisostenibili.it/la-carne-italiana-non-contiene-ormoni-e-antibiotici/

https://academic.oup.com/ajcn/article/100/suppl_1/386S/4576503

– Zaynah Abid, Amanda J Cross, Rashmi Sinha
The American Journal of Clinical Nutrition, Volume 100, Issue suppl_1, luglio 2014, Pages 386S-393S, https://doi.org/10.3945/ajcn.113.071597

https://campaigns.animalequality.it/amadori-pubblicita-ingannevole/

Pierluigi Gorgoni

Per quasi 10 anni tra gli autori della guida I Vini d'Italia de L'Espresso, docente di materie vinose ad ALMA - La Scuola Internazionale di Cucina Italiana fin dalla sua fondazione, membro del Comitato editoriale e Responsabile delle degustazioni di SpiritodiVino già dal suo primo numero in edicola. Gli piace viaggiare, assaggiare, curiosare, incontrare e soprattutto gli piace raccontare tutto.

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