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Un assaggio di Chianti dei Colli Fiorentini 2006


Territorio ChiantiDa qualche anno, in autunno l’AIS di Roma ospita un banco d’assaggio dedicato all'”altro Chianti”, cioè quello non Classico. Un territorio molto vasto e disuguale, che si estende lungo i quattro assi cardinali intorno al cuore Classico, con ulteriori appendici nel pistoiese, nelle colline pisane e nei colli senesi.
Quest’anno, opportunamente, l’assaggio è stato ristretto a una delle sette sottozone in cui è suddiviso il Chianti non Classico: il Chianti dei Colli Fiorentini. Si tratta comunque di un territorio abbastanza esteso e disomogeneo, che si sviluppa con una forma simile a un ferro di cavallo rovesciato subito a sud della città di Firenze, incappucciando la metà fiorentina del Chianti Classico.
Il disciplinare che regola la produzione e la commercializzazione del Chianti contiene alcune significative differenze, del tutto ignote ai più, tra le sue diverse sottozone. Mentre per il Chianti senza ulteriore specificazione e per la maggior parte delle sottozone l’immissione in commercio è consentita già a partire dal 1° marzo successivo alla vendemmia, per i Colli Fiorentini e per la Rufina il termine minimo è posticipato di ben sei mesi (1° settembre), quasi a coincidere con quello del Chianti Classico (1° ottobre). L’importante fase di affinamento del vino dopo la svinatura (in acciaio e/o in cemento e/o in legni di varia dimensione, nonché in bottiglia) acquista così una doverosa centralità. Questo implica sia una migliore qualità delle uve di partenza, sia una maggiore complessità del risultato finale, con una certa attitudine all’invecchiamento. Dovrebbe essere lo stretto indispensabile per un rosso a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), il gradino più alto della piramide qualitativa in campo vinicolo… Peraltro, le aziende dei Colli Fiorentini sembrano voler evitare di “bruciare la partenza”, almeno rispetto all’annata 2007: l’annata più recente presente ai banchi d’assaggio era infatti la 2006, potenzialmente in commercio già da un anno.

I vitigni di base
Il disciplinare del Chianti prevede margini di movimento abbastanza ampi, validi per tutte le sottozone, in termini di uve di provenienza del vino. Resta ferma l’uva prevalente, che deve essere il Sangiovese, nella misura minima del 75%. A questa base si possono aggiungere sia vitigni autoctoni rossi come Canaiolo (menzionato esplicitamente, fino al 10%) o Colorino, sia vitigni bianchi come Trebbiano e Malvasia bianca (fino al 10% complessivo) – secondo l’antica pratica toscana – sia le varietà non autoctone ormai diffuse (Merlot, Cabernet, Syrah…; fino al 10% ciascuna e al 20% complessivo).
Sono quindi possibili sia Chianti che seguono il modello tradizionale, utilizzando solo vitigni autoctoni, eventualmente con un saldo (ormai sporadico) di uve bianche; sia Chianti che sulla base di Sangiovese innestano esclusivamente vitigni alloctoni, in particolare i bordolesi Cabernet e Merlot; sia innumerevoli vie di mezzo tra questi estremi. I metodi di vinificazione e affinamento, non vincolati dal disciplinare, approfondiscono in genere questo divario: spesso i “tradizionali” utilizzano acciaio, cemento o legno grande usato, i “moderni” legno medio o piccolo tendenzialmente nuovo.
Se si combinano queste differenze stilistiche con quelle territoriali (composizione dei terreni, altitudine, microclima…) che derivano dall’ampiezza della sottozona dei Colli Fiorentini ricordata all’inizio, si può temere una grande disomogeneità di risultati. Da questo punto di vista, l’assaggio è stato tutto sommato confortante, almeno per le aziende selezionate.

Simbolo Chianti Colli FiorentiniRisultati dell’assaggio
Ho dedicato i miei assaggi alla tipologia “base” della sottozona, cioè il Chianti dei Colli Fiorentini, con una sola puntata nel campo del Chianti dei Colli Fiorentini Riserva (annate precedenti). Ho invece preferito trascurare i vini a indicazione geografica tipica (Igt), che sono in genere vini più ambiziosi basati su varietà non autoctone, condite con dosi più o meno abbondanti di legno, nonché i Vinsanto.
L’assaggio ha riguardato solo una parte delle 21 aziende presenti, con l’obiettivo di lasciare maggior spazio ai riassaggi di controllo, “buona pratica” quasi mai seguita nelle degustazioni a banchi d’assaggio (anche perché non sempre fattibile). Sono state così scartate aziende che avevano dato risultati non convincenti in annate precedenti (Fattoria di Bagnolo, Uggiano), o dichiaravano di usare esclusivamente barrique per l’affinamento (Castelvecchio, La Querce – nomen omen…) o risultavano praticamente prive di riferimenti in rete (Casanuova, Castello di Volognano, Fattorie Giannozzi, Poggio Arioso), o avevano sede a Montespertoli, comune che dà il nome a un’altra sottozona che si sovrappone in parte a quella dei Colli Fiorentini (Tenuta La Cipressaia). Dopo questa selezione preliminare, ammorbidita da un paio di ripescaggi casuali, sono rimasti 11 Chianti dei Colli Fiorentini 2006 [CCFI ’06] provenienti da altrettante aziende. I risultati, in buona parte corroborati dalle impressioni di altri assaggiatori presenti, si possono così suddividere:
 – 2 vini diversi, ma entrambi pienamente convincenti. Più semplice e immediato il CCFI ’06 della Fattoria S. Michele a Torri (vino da agricoltura biologica), molto “sangiovese” nelle note di anice con sfumatura di iris, acidità varietale un po’ scalpitante, ottima bevibilità. Più complesso il CCFI ’06 di Petreto, che in questa annata include un apporto non trascurabile di Merlot (10% circa), che alleandosi con il Sangiovese produce note floreali e di frutta rossa finemente speziata, quasi aromatica, e una bocca succosa grazie all’acidità ben bilanciata. Un vino che sarebbe stato interessante confrontare con il CCFI Respiro della Fattoria Le Sorgenti (organoletticamente simile, almeno fino all’annata 2005 inclusa), azienda che però quest’anno non era presente;
 – 1 vino con risultati opposti a seconda della bottiglia assaggiata, il CCFI ’06 di I Mori: senza particolari pregi al naso, ma di interessante articolazione in bocca il 1° assaggio, infastidito da una volatile elevata il 2°;
 – 2 vini secondo me non convincenti, per ragioni opposte. Molto surmaturo il CCFI ’06 del Castello di Poppiano, con note di carruba e di farina di castagna al naso, decisamente alcolico (14° in etichetta) e cioccolatoso in bocca (sarà un caso, ma questa è stata l’eccezione alla regola “niente assaggi da Montespertoli”). Assai crudo invece il CCFI Massetino ’06 di Le Massete, con nette note di frutta acerba al naso e acidità sottolineata dalla volatile al gusto, nonostante il soccorso di una certa dose di frutto;
 – In posizione intermedia gli altri 6: dal CCFI ’06 di Malenchini, appena alle spalle dei due migliori per un leggero eccesso di potenza alcolica, al CCFI ’06 di Le Torri di Campiglioni, penalizzato da una nota dolce in bocca, peraltro senza preavviso al naso, al CCFI Ugo Bing ’06 della Fattoria di Fiano, ai CCFI ’06 della Fattoria Torre a Cona, di Lanciola, della Tenuta Il Corno.

In conclusione, i Colli Fiorentini, visti attraverso la loro tipologia più rappresentativa e l’annata 2006, appaiono una delle tante zone vinicole italiane in cui le luci si alternano alle ombre. E’ fondamentale quindi saper distinguere e selezionare, anche in base ai propri gusti (il vino del Castello di Poppiano, ad esempio, pur non essendo a mio avviso tipico, può piacere a chi ama i rossi carichi e concentrati). A questa condizione, rimane possibile trovare prodotti con un buon rapporto qualità-prezzo, nonostante le lamentele sempre più diffuse: i due vini che ho apprezzato di più hanno un prezzo a scaffale che può essere stimato tra i 7,2 e gli 8,5 euro.
Una cifra che vale la pena di spendere per ripetere l’esperienza suggestivamente evocata da Hugh Johnson: “Il pollo ha profumato la stanza. Buona idea quel rametto di rosmarino dentro. Sorseggi il Chianti. Si sposa alla perfezione con il volatile, tanto quanto il suo stesso sughetto fumante; lo condisce appena con l’acidità fruttata, un gentile ardore, una pennellata di ruvidità mentre inghiotti” (Wine: A Life Uncorked, Orion Books, pag. 13-14, mia traduzione).

 

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