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Report e “Vino Amaro”: uno spunto di riflessione

Ho letto con molto interesse il vostro articolo sulla puntata di Report intitolata “Vino amaro” e ho pensato che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione. QualcheMilena Gabanelli puntualizzazione preventiva è necessaria. Non ho visto la puntata di Report. Ho nei confronti di questa trasmissione, e per altre dello stesso genere, una profonda stima e un’onesta gratitudine in un panorama televisivo ormai profondamente deteriorato, ma allo stesso tempo non mi nascondo un certo imbarazzo nel notare prese di posizione un po’ prevenute. Questo vale per qualsiasi argomento affrontato, sia che si tratti di Ferrovie, di inquinamento e, credo, che anche per il vino non si siano discostati da un modo di fare inchiesta molto schierato. Forse è una regola del gioco, ma l’imbarazzo rimane.
Veniamo al punto. Io partirei da un principio semplice e complicatissimo: il vino è cultura. Cultura della terra, del lavoro, dello stare insieme, costruisce identità, avvicina  popoli e generazioni e quando a tutto questo si unisce sentimento e intelligenza siamo di fronte ad una delle tante facce dell’ espressione umana che io non ho nessuna remora a chiamare Arte. Tutto questo quando viene monetizzato produce il business. Banale, forse, ma credo che questa dicotomia debba essere il punto di partenza. Negli ultimi vent’anni il vino è stato al centro di una esplosione economica a dir poco sorprendente. A confrontare i dati di sviluppo delle aziende del settore negli ultimi anni si hanno crescite percentuali a due cifre, roba da cinesi per intenderci, che hanno concentrato su questo segmento mire e appetiti non sempre rispettosi della natura di questo straordinario prodotto. Lo studio e la possibilità di usufruire di una tecnologia in continuo sviluppo e di una pubblicistica sviluppatasi nel suo intorno ha fatto il resto. Concentratori, criomacerazione e quant’altro hanno permesso un salto di qualità improvviso, una capacità produttiva che ha consentito anche ai consumatori meno attenti di avvicinarsi al vino con la quasi certezza di avere un prodotto ben fatto e curato, qualunque fosse il suo prezzo.

E qui sta il punto. Il costo del vino al consumo è quasi triplicato e oggi, di fronte a una generalizzata contrazione dei consumi molte aziende rischiano il collasso. Certo non saranno i Gaja e gli Antinori a soffrirne, ma tutti quei piccoli e medi produttori che hanno investito anche solo due o tre anni fa, hanno le barrique piene e devono affrontare una crisi che ha tutte le caratteristiche di essere strutturale. Questo per quanto riguarda la parte economica perché anche dal punto di vista culturale, che poi è il solo che veramente può garantire la tenuta nel tempo, la rincorsa all’ “affare del secolo” ha prodotto danni e distorsioni.
Perchè non riesco più a bere il Bardolino con cui mio nonno mi “enosvezzò” abbinandolo fresco a polenta, pescetti e salame mantovano nelle calde passeggiate estive sul Mincio, ma ora mi trovo di fronte solo degli irriconoscibili sciropponi pieni di profumi? Devo solo cercare meglio o sono soltanto un “romantico rottame” come direbbe Guccini? La rincorsa al “gusto internazionale” ha fatto sì che mantenere identità e originalità significa prezzi alti. Perchè? Non capisco, non sono d’accordo. Io credo che se vogliamo trovare una soluzione a tutto questo dobbiamo invertire un po’ la rotta. Iniziare a diffondere un consumo critico e consapevole che riesca ad analizzare, denunciare, boicottare e promuovere  secondo i casi, creare un tessuto attorno alla cultura del vino che coniughi sapienza, tradizione, fantasia restituendo al vino il suo ruolo storico di Gran Sacerdote della convivialità (il Simposio di platonica memoria). In questo, un ruolo fondamentale possono avere tutti coloro che, ruotando intorno al settore (riviste, associazioni, siti web ecc.) possono dare un grande contributo e che finora mi sembra hanno sì denunciato la tendenza, ma un po’ timidamente e mantenendosi, a mio avviso, sul classico “colpo al cerchio e colpo alla botte“.
Insomma dare maggiore visibilità a quel poco che si muove senza fare gli schizzinosi o aver paura di perdere crediti nel mondo del Vino-che-Conta. Mi scuso di alcune inesattezze inevitabili dovute ad un probabile difetto di informazione, sono in fondo un semplice appassionato, e di alcuni concetti un po’ “tagliati netti” , ma la forma-lettera in qualche modo lo richiedeva.

Ettore Torreggiani

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