Report e gli “spiriti cattivi”
“Vino amaro“, questo è l’altisonante titolo della puntata di Report, programma ideato e condotto da Milena Gabanelli, andata in onda venerdì 24 settembre su RAI3 e firmata da Bernardo Iovene. Un’inchiesta che aveva l’obiettivo di mettere in evidenza le contraddizioni e i lati oscuri del mondo del vino. Indagine che, come è nello stile del programma, punta a denunciare, o quanto meno a mettere in evidenza i lati “sporchi” di quello che è divenuto in pochi anni l’elemento trainante dell’economia agricola italiana. Non è sconosciuto ai più, il fatto che i vignaioli, che un tempo coltivavano la vite basandosi sull’esperienza tramandata di padre in figlio, siano stati ormai rimpiazzati in gran parte da industriali, notai, medici, uomini d’affari, attori, cantanti e, perché no, politici. Ovviamente, nel 90% dei casi, questi provetti contadini, non potendo contare sulla loro conoscenza della materia vitivinicola, si sono affidati ad enologi, enotecnici, agronomi, cantinieri o, come da inglesismo galoppante, winemaker. Insomma, oggi il vino “si fa in laboratorio”, utilizzando tutte le tecnologie che la scienza ha messo a disposizione dalla vigna alla cantina.
Al di là di questo, che non è necessariamente un fatto negativo, se il vino italiano è diventato un vero e proprio business che coinvolge 800.000 aziende del settore e rappresenta oltre il 20% della produzione mondiale, è lecito domandarsi “E’ tutto regolare?”. E’ quello che ha fatto Report, intervistando grossi personaggi del vino, ormai conosciuti a tutti, come i produttori Gianni Zonin e Piero Antinori, l’enologo Riccardo Cotarella o il giornalista-filosofo, da tutti riconosciuto come padre del vino moderno, Luigi Veronelli, o ancora l’ideatore del concetto di “vino frutto” Luca Maroni. Ma non sono mancati, ovviamente, altrettanto noti personaggi come Daniele Cernilli e Stefano Bonilli del Gambero Rosso e Sandro Sangiorgi, direttore della rivista Porthos. La puntata, che pure evidenzia limiti e imprecisioni, riesce però a colpire nel segno quando mette in risalto l’esagerata differenza fra il prezzo dei vini alla fonte, e quello presso enoteche e ristoranti, soprattutto per quanto riguarda quei prodotti che hanno ricevuto bicchieri, grappoli o quant’altro dalle ormai numerose guide vinicole che favoriscono e condizionano al tempo stesso il mercato enologico.
“Vino amaro” mette in evidenza, ancora meglio, le “usanze” non proprio corrette di richiedere ogni anno al Ministero delle Politiche Agricole da parte delle Regioni (su richiesta dei Consorzi vinicoli), di poter arricchire i vini con mosti concentrati per le “condizioni climatiche dell’annata sfavorevoli”, pratiche che regolarmente vengono approvate con decreti e relativi contributi dello Stato da ben 15 anni. E possiamo aggiungere, senza timore di smentita, che a queste pratiche vanno affiancate, con non minore frequenza e per le stesse ragioni, richieste di aumento del titolo alcolometrico e dell’acidità, anch’esse effettuate ogni anno da quasi la totalità delle Regioni. Ma allora le famose annate da “cinque stelle” sono una fandonia? Certamente no. Infatti non è affatto detto che chi fa richiesta di poter usufruire di mosti concentrati ne faccia poi realmente uso, quello che conta è ricevere il contributo, poi…si vedrà.
E come funzionano i controlli effettuati dai laboratori autorizzati dalla Camera di Commercio sui campioni di vino per valutare la loro corrispondenza al disciplinare DOC o DOCG? Dunque, i campioni arrivano con un numero identificativo, niente etichetta, niente riferimenti al produttore o alla categoria del vino. L’analisi viene effettuata per determinare la gradazione, la corposità, gli zuccheri, l’acidità e la solforosa. Non viene verificata la presenza di mosto concentrato, pertanto, se il vino ne ha subito il contributo per poter rientrare nei limiti previsti dal disciplinare, con molta probabilità verrà considerato idoneo. Ma se, da una parte, Report riesce a mettere in evidenza alcune pesanti contraddizioni nel sistema, dall’altra salta a facili conclusioni come nel caso dei vini non imbottigliati dall’azienda produttrice. Per amor di correttezza desideriamo riportare le esatte parole del colloquio fra l’autore (Iovene) e Paolo De Marchi, noto produttore dell’azienda toscana Isole e Olena (non “olene”, Iovene!):
Autore: “…Ci sono, quindi, tanti modi per fare il chianti. Ma all’occhio del consumatore si presentano tutti con la stessa etichetta e si chiamano tutti docg. La differenza tra l’azienda agricola e l’imbottigliatore, possiamo coglierla solo se stiamo attenti a una preposizione“.
Paolo De Marchi – azienda agricola Isole e Olena: “Imbottigliato all’origine vuol dire che è imbottigliato dalla stessa persona che ha prodotto le uve, altrimenti l’etichetta dovrebbe dire “imbottigliato da“.
Autore: “Quindi, quando troviamo imbottigliato da… vuol dire che quel vino non è produzione propria, non è di aziende agricole, e cioè di vignaioli, ma di imbottigliatori, commercianti.
E Milena Gabanelli rincara la dose: “E questo ci porta dritti alle frodi, ovvero vendere per doc un vino che doc non è“.
Per carità, non siamo ingenui, è possibilissimo che il vino, passando nelle mani di aziende imbottigliatrici, possa non essere più quello originario (e qui la frode), ma non è automatico! Però la falla, dal punto di vista legislativo c’è e, anche se i produttori che non dispongono di cantine attrezzate con macchinari per imbottigliare ed etichettare i propri vini, storcono il naso (e non solo) all’idea di dover spendere non pochi quattrini per supplire alla mancanza, i disciplinari andrebbero modificati. A tutt’oggi, ad esempio per il Chianti Classico che è una DOCG, ovvero il disciplinare con il maggior numero di controlli e limitazioni, l’imbottigliamento deve essere effettuato all’interno della zona di vinificazione (che coincide con la zona di produzione), che non è una garanzia sufficiente. Infatti il disciplinare non stabilisce che l’imbottigliatore deve essere l’azienda produttrice, bensì fa riferimento solamente alla zona, cioè all’intero confine chiantigiano. Un po’ poco non vi pare?
Roberto Giuliani




