La pianura di Randi

Guardando la cartina geografica ci si rende conto che la Romagna non è solo verde collina e chiassoso mare ma anche pianura sconfinata, scolorita da foschia dall’estate all’inverno, salvo alcune eccezioni, in primavera quando lo sguardo potrebbe spaziare un po’ oltre e in autunno, quando la nebbia si fa densa da essere tagliata con un coltello e proprio non vedi a un metro da te.
Questa pianura ricca e brulicante fa parte della Pianura Padana nella parte più sud-orientale di essa. Non voglio qui disquisire sui confini linguistici, morali e ideali della Romagna perché potrei innescare una reazione a catena particolarmente pericolosa anche se la cosa potrebbe apparirmi piuttosto affascinante.

Quando pensiamo alla Romagna gastronomica invece abbiamo ben presente cosa ci troviamo tra le posate e il palato: passatelli in brodo, spoja lorda, una pasta ripiena di formaggi tipica di Brisighella (RA), cappelletti in brodo, strozzapreti al ragù di Mora Romagnola, antica razza suina autoctona, castrato di Mora Romagnola, brasato al Sangiovese, coniglio in porchetta, latte brulé, i sabadoni oppure il pesce, che in riviera ci allieta le afose estati e non solo. La piadina, il cibo nazionale dei romagnoli come affermava Pascoli, più spessa alla forlivese o più sottile alla riminese, con il tipico squacquerone, formaggio fresco e cremoso.
Se dimentico cose o piatti chiedo scusa ai simpatici romagnoli che della loro “Casa Romagna” sono, giustamente, alquanto orgogliosi. Oltre che molto capaci, sempre svegli e pronti a cambiare le cose per migliorarle.
Anni fa, poco dopo la caduta del governo di →Enver Hoxha in Albania, mio padre e un amico imprenditore si recarono pericolosamente, proprio in quel paese che era completamente allo sbando, in preda a un’anarchia durata poi diversi anni. L’Albania ha bellissime coste, spiagge spettacolari e un mare degno delle più belle cartoline. Mio padre, avventuriero alla ricerca delle origini della civiltà e l’amico imprenditore con occhio avveduto si sentirono dire, durante un incontro con un ex funzionario governativo albanese che se avessero messo un romagnolo a gestire qualche metro di spiaggia sarebbe stato il più grande successo economico albanese dalla fine della guerra.
Un piadinaro a Valona… ci avete mai pensato? Magari con un calice di Sangiovese o Albana.
Sì perché la Romagna è anche vino di un certo tipo, purtroppo non ancora elevato al livello che merita. Se scendi dalle colline e ti infili in quella pianura di cui sopra, troviamo filari che producono vini dal piglio sincero, autentico e imprenditori della terra che sanno quello che fanno.

Spostiamoci in particolare nella pianura ravennate tra Fusignano e Alfonsine dove i suoli sono profondi, prevalentemente alluvionali, argillosi a volte sabbiosi, abbondanti di limo, suoli estremamente fertili che invitano la vegetazione a un rigoglioso sviluppo. La vite non è da meno, qui le produzioni possono essere assai abbondanti e ciò lo ricorda anche Strabone, geografo greco antico, nel I secolo a.C., stupito come nel ravennate le uve dessero abbondante frutto e Plinio il Vecchio, quando invece nel I secolo d.C. affermava che nel faentino vi era un’uva detta spionia che si ingrossava molto con il caldo, maturava con le piogge autunnali e le nebbie. Varrone, agronomo romano del I secolo a.C. riporta che ogni iugero, antica unità di misura romana che corrisponde circa a 2500 metri quadrati, forniva 300 anfore di vino e le viti qui erano dette trecenarie. A Russi poi è stata portata alla luce un’antica villa romana con pressatoio per la produzione di vino. Serve altro per farci capire che in questo angolo di pianura bevono vino da almeno 2000 vendemmie? Su questi suoli alluvionali, spirano debolmente le fresche correnti dalle colline e le brezze marine si spingono fin qui, le escursioni termiche tra notte e giorno possono essere interessanti soprattutto verso la fine dell’estate regalando alle uve una certa ricchezza e complessità olfattiva. Probabilmente, durante il passare dei secoli, l’incrocio tra uve autoctone, resistenti alle difficoltà date dal difficile clima, e uve di altra provenienza, di qualità superiore, ha creato un biotipo particolare che si è adattato al freddo intenso e alla notevole umidità.
In queste condizioni, con una signora storia agricola alle spalle e forse nel DNA stesso, i produttori di vino di queste parti hanno ben poco da stare allegri, sono paladini della qualità, temerari viticoltori che sfidano le nebbie lottando a vista corta nel salvaguardare un prodotto di alto livello.

Uno di questi produttori è Luigi Randi con l’omonima Azienda Agricola fondata nel 1951. Oggi conta circa 60 ettari distribuiti nel territorio di Fusignano e Alfonsine. Randi produce vini con uva Longanesi, Malbo gentile, Uva Famoso e Centesimino. L’azienda fa parte del consorzio “Il Bagnacavallo” che tutela la produzione di uva Longanesi e del suo vino, il Burson. Storia affascinante questa: il signor Longanesi detto Burson, notò negli anni Cinquanta del secolo scorso, arrampicata su una quercia, una vite. Incuriosito, provò ad allevarla e si sorprese per le enormi potenzialità che presentava. Il resto è storia, bottiglie, calici e risate tra amici.
In una mattina tiepida di fine inverno mi accoglie Massimo Randi, figlio del fondatore Luigi che, portandomi immediatamente tra i filari, mi racconta della loro idea di biologico, un’idea che deve iniziare dal campo per proseguire durante tutte le fasi della produzione.
Si nota che il preparatissimo Massimo ha nel cuore la propria terra, la sua tutela e salvaguardia, si sofferma affrontando la problematica dell’uso esasperato di fitofarmaci e orgogliosamente mi mostra i suoi filari, confermando che su di essi non vengono utilizzati, preservando la pianta e i suoi frutti con metodi alternativi.
Ci rechiamo poi in cantina dove la passione di Massimo per il proprio lavoro diventa contagiosa e ci si prepara alla imminente degustazione.

I calici fremono, e vibrano per l’attesa, il primo vino che mi viene versato è una Rambëla da uve Famoso, autoctone quasi scomparse; storia interessante di quest’uva: se ne hanno notizie fin dal 1437, lentamente, fu abbandonata la sua coltivazione per scarsa produttività e per le sue caratteristiche non “comprese”. L’uva Famoso ha enormi potenzialità, è una semi-aromatica considerata il Traminer romagnolo, giallo paglierino con riflessi verdognoli esplode al naso un bouquet ricco e complesso, decisi riconoscimenti floreali, frutta gialla, cedro, zenzero ed erbe aromatiche fanno da anticamera a un sorso avvolgente e sensuale, mi colpiscono la vivace freschezza e la sapidità che lo rendono assolutamente unico, equilibrato, fine. Una sorprendente degustazione, da affiancare a piatti a base di carni bianche e formaggi freschi, oppure lo consiglierei per una portata di pesce grigliato e lo azzarderei con crudité come un sushi. Viste le caratteristiche di spiccata acidità l’uva Famoso si presta per esaltanti realizzazioni spumantizzate adatte per i fritti di pesce che si divorano sul litorale, magari in buona compagnia.

Dopo altri sorprendenti assaggi, non posso alzarmi dal tavolo ricco di stuzzichini senza che Massimo mi faccia assaggiare un buon Burson Etichetta Nera, che a differenza dell’etichetta Blu fa appassimento e affinamento per 24 mesi in botti di rovere. Il colore che si nota immediatamente è un rosso rubino granato, al naso arrivano frutti rossi e neri in confettura, liquirizia, cioccolato e delicate note balsamiche, al palato è pieno e avvolgente, i tannini smussati dall’affinamento appaiono eleganti, la struttura si sente. Intenso e direi persistente, questo Burson di Randi lo classificherei elegante. Una pappardella al cinghiale non sfigurerebbe ma se volessimo rimanere in Romagna una tagliatella al ragù e un arrosto di castrato lo sposerebbero meravigliosamente.

Non m’alzo ancora e Massimo mi porge uno Strafamoso, da uva stramatura di Famoso, classiche note candite ed eteree, fiori secchi e note caramellate per un prodotto da dessert, o da erborinati. Di notevole qualità, una dolcezza elegantemente smorzata da un’innata acidità richiamano il sorso successivo.
Massimo Randi è un ambasciatore di prodotti autoctoni, raccolti nei suoi vini e ne ha ben ragione. È sempre stimolante ascoltare persone che dedicano la propria vita nella piena convinzione di ciò che fanno, difendendo un’idea, portandola avanti, sperimentando, crescendo e sviluppando un progetto. Lascio queste terre rientrando nelle mie, un po’ più a occidente, portando con me un po’ di Romagna. Si fa sera, i colori della campagna affievoliscono, il sole che ho visto per poco tempo dorme già e arriva puntuale la nebbia che mi accompagna fino a casa.
Alessio Atti


