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Da sempre frequentatore del territorio a Sud di Roma conosciuto come Castelli Romani, tanto da aver scelto di abitare per otto anni a Monteporzio Catone, uno dei comuni che tradizionalmente producono Frascati e Cannellino, debbo ammettere che, pur avendo percepito da tempo che qualcosa stava cambiando, non immaginavo che la droga avesse preso piede in maniera così preponderante. E’ notizia di ieri che i militari del Gico (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Roma hanno sottoposto a sequestro una ventina fra società e aziende, immobili, auto e motoveicoli e numerosi rapporti finanziari, per un valore complessivo stimato in 43 milioni di euro, dopo aver riscontrato l’accumulo di un ingente patrimonio, del tutto incongruente con i modesti profili reddituali emergenti dalle dichiarazioni dei redditi. Le indagini patrimoniali furono avviate nel 2013 ed hanno confermato ciò che le investigazioni avevano già evidenziato in precedenza, ovvero “l’esistenza di un gruppo criminale che, attingendo risorse finanziarie anche dai proventi dello spaccio e del traffico di sostanze stupefacenti, ha costituito una serie di società aventi sede, prevalentemente, nel Comune di Albano Laziale, ai Castelli Romani, e operanti in svariati settori economici“. Come riporta →Roma Today, “Gli accertamenti patrimoniali hanno permesso di ricostruire compiutamente la fitta rete degli interessi commerciali dei proposti e l’entità degli investimenti effettuati, localizzati sempre nell’area dei Castelli Romani, tra Albano Laziale e Genzano di Roma, servendosi, per tale scopo, anche di ulteriori soggetti, facenti parte dei rispettivi nuclei familiari ovvero terzi cosiddetti prestanome“. Ma la cosa che, a mio avviso, stimola una riflessione a più ampio spettro (soprattutto geografico) è il fatto che uno dei principali sistemi per confondere le acque del malaffare sta nell’aprire e chiudere in tempi brevissimi realtà societarie fantasma, atte al solo scopo di effettuare contabilità di acquisto e vendita di beni e prestazioni di servizi per svariati milioni di euro, con conseguente successiva messa in liquidazione delle società, in modo da sottrarsi al controllo degli organi preposti. Fenomeno al quale assistiamo frequentemente nella Capitale come in tante altre città del Paese, e che poco o nulla hanno a che fare con la crisi, ma per il quale è assai improbabile che ci siano strumenti, mezzi e volontà sufficienti per andare in fondo ad un sistema di illegalità così complesso, intricato e radicato. La cosa si fa ancora più complessa se pensiamo che il meccanismo della giustizia è sempre più farraginoso e non più in grado di sopportare il carico sempre maggiore di criminalità che affligge la nostra nazione. Il tempo delle “fraschette” e dei “bambocci” sembra appartenere ad un mondo decisamente lontano…
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