Vino tra numeri, racconti e bevute

Non amo le classifiche, le graduatorie, i punteggi. Da sempre su Lavinium abbiamo scelto (è un tentativo di mediazione con le esigenze di chi ci legge e si aspetta un valore numerico chiaro e inequivocabile), con il solo intento di fornire un riferimento mai definitivo o categorico, la chiocciola, ovvero un simbolo che rappresenta un range numerico da 1 a 5 che, partendo da 71 (una chiocciola, ovvero vino corretto) arriva a 91÷100 (cinque chiocciole), ma sempre preceduto da un racconto. Questo perché il vino è materia viva e in continua trasformazione, non ha senso attribuirgli un valore categorico.
È la storia che viene raccontata, non solo la parte tecnica degustativa, ma le sensazioni che quel vino trasmette, magari il vissuto che c’è dietro, la filosofia del suo autore, a definirne il reale valore.
Ma mi spingo oltre: giudicare un vino fra migliaia, paragonandolo ad altri appartenenti a luoghi e tradizioni diverse, vitigni diversi, metodi di vinificazione diversi, climi e terreni diversi, non ha per me alcun senso. Eppure basta andarsi a leggere una qualsiasi guida o anche le infinite degustazioni che popolano la rete, per rendersi conto che, ad esempio, è difficilissimo trovare un rosato che tocchi il vertice della valutazione, così come è altrettanto improbabile che lo raggiunga un Grignolino, una Freisa, un Bardolino, un Frascati, un Rossese, un Dolcetto, un Colli di Luni, un Rosso Conero e via discorrendo. Perché? Perché quei vini non saranno mai in grado di emozionare come un grande Barolo o Brunello? Falso.
Le emozioni possono arrivare da qualsiasi tipologia di vino, è il contesto a generarle, è il rapporto con il produttore, è l’aver percepito i profumi della terra in cui dimora la vigna, sono l’amore e la cura ricevuti che quel vino riesce a raccontarti mentre lo assaggi.
Non ho detto nulla di nuovo, molti hanno fatto riflessioni analoghe, ma è obiettivamente raro vederle applicate poi quando degusti centinaia e centinaia di vini, soprattutto se questi sono al di fuori del contesto in cui sono stati creati.

Fa bene Sandro Sangiorgi ad approcciarli culturalmente, a snidare in ogni vino l’antimateria, il piacere del contrasto, a cercare nel sorso e al di là di esso quel mondo immenso che ne ha permesso l’esistenza, e raccontarlo come pochi altri sanno fare.
Faceva bene Mario Soldati a girare l’Italia per conoscere persone e luoghi, per entrare con la testa e il cuore in piccoli grandi realtà che, altrimenti, non sarebbero con tutta probabilità mai venute alla luce. Quei vini, così raccontati, avevano ben altro senso, ben altro spessore, perché quell’assaggio si verificava sul posto, a contatto con l’atmosfera che lo circondava.
Forse sarebbe ora di tornare a pensare al cibo e al vino come elementi culturali, non come merce, non come oggetti da adeguare alle esigenze del mercato, non come strumenti per creare inutili icone, miti dal prezzo insensato, che suscitano tanto più desiderio quanto più il mito è stato ben congegnato. La grandezza di un romanzo o di una raccolta di poesie non la vedi nel prezzo del libro ma la senti leggendolo (e i premi non fanno aumentare il prezzo del libro ma il numero di copie vendute…). Dovrebbe essere così anche per il vino.
Roberto Giuliani


