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Affidandosi agli Dei: il belsòun

BelsòunStamattina mi sono svegliata per vedere l’alba. Dalla campagna si levava una striscia d’impalpabile nebbia e le nubi sottili all’orizzonte sembravano colorate dalle mani di un bambino, di rosa e d’arancio. Cercavo di vedere la piccola ombra di Venere proiettata, al suo passaggio, sul sorgere del Sole.
Nulla da fare, non sono riuscita a trovarla, ma ho fissato talmente a lungo che, ad un certo punto, mi è sembrato di scorgere Elio alla guida del carro che mi faceva un cenno di saluto. Si sa che Venere, dea dell’Amore, è sempre stata di carattere capriccioso e volitivo, ma credevo che la mia levata, tutt’altro che usuale, sarebbe stata premiata.
D’un tratto l’aria pungente mi ha distratto da pensieri “divini” e la consapevolezza della mia “miserrima” umana natura, si è presentata con un quanto mai inequivocabile brontolio di stomaco, al quale anche i cavalli del Dio del Sole hanno risposto con un nitrito. Cercando di muovermi silenziosamente, sono entrata in cucina di mia mamma e ho sbirciato negli sportelli della vetrina, sicura di poter trovare qualcosa da mettere sotto i denti. E a darmi il buongiorno si presenta, nel ripiano a sinistra, lui: Belsòun. Che piacevole ed inaspettata sorpresa!
Questo è un dolce che veniva fatto dalle rezdòre, nei giorni di festa, quando le campane suonavano, da qui il suo nome dialettale che significa, appunto, “bel suono”. Gli ingredienti sono semplici: farina, uova, zucchero, burro, lievito, scorza di limone e un goccio di latte, in quantità da ottenere un impasto sodo da modellare nella placca da forno a leggera forma di “esse” cicciona, ancora più panciuta se all’interno, prima di chiuderlo, ci si mette la marmellata “ed brògni mulouni” (di prugna molona), ma questo avviene da tempo più recente ed è stato introdotto dalle famiglie “cittadine”.

Prima di cuocere si cosparge la superficie di zucchero semolato oppure granella. In realtà la sua consistenza lo rende adatto a lunghe conservazioni, avvolto in un sacchetto da pane (naturalmente quello senza marmellata) e così poteva essere consumato anche nei giorni a seguire, diventando la colazione dei contadini, in campagna, che “pucciavano” la fetta nel lambrusco, per ammorbidirla (pratica ancora consueta). La stessa fetta, spessa, me la taglio io, ma a quest’ora di mattina meglio mangiarlo asciutto, per non rischiare di vedere troppi Dei e pianeti transitare in cielo.
Tiro la sedia impagliata dal tavolo e, comodamente, mi godo il frutto del mio piccolo furto.E intanto la mente vaga tra il dolce sapore di un “bel suono”, i colori del cielo e le distanze che questo cielo annulla, per tutti quelli che stanno, anche solo un attimo, col naso all’insù, a guardare gli Dei passare, con un biglietto in mano da recapitare…
Ps. Per correttezza comunico che la foto del Belsòun non è mia, perché è finito prima…

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