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Cibo e Cultura

Stasera tigelle!

La macchina per gli stampi delle tigelleC’è una nebbia piovigginosa, di quelle che silenziosamente impregnano i vestiti e le ossa. Mi soffermo a guardare la campagna con i suoi contorni sfuocati, sagome vaghe catturano i miei pensieri, che rimangono imbrigliati per qualche istante nell’odore della terra umida.
Con le borse della spesa in mano, mi riavvio verso casa; stasera ho invitato gli amici a cena e sono andata a comprare tutto il necessario per fare le tigelle. Sì, lo so che (come mi fece notare, anni fa, un’anziana signora) il termine corretto sarebbe “crescentine”, ma l’errore, che nasce dal nome della pietra che si usava per cuocerle, appunto tigella, si è talmente diffuso e radicato nel linguaggio comune che, raramente, se non in montagna (dove questa pietanza ha origine), le si sente chiamare così, che poi qualcosa c’entri anche con un celato campanilismo, fingo di non saperlo.
Persa tra queste riflessioni culinario-etimologico-geografiche, accendo il fuoco nel camino, per asciugarmi di dosso un po’ d’umidità (tutta sarebbe impossibile, oltre che rischioso, perché da emiliana doc, l’umidità è componente indispensabile alla mia struttura ossea), poi sistemo la spesa, preparo il tagliere di legno sul tavolo e come sempre (un’auto-investitura a rezdora) allaccio il grembiule.

La preparazione delle tigellePosso cominciare: al centro della montagna di farina metto alcune prese di sale, due noci di strutto, lievito sciolto nel latte con una punta di zucchero e amalgamo il tutto con l’aggiunta di acqua frizzante; è molto importante lavorare bene e a lungo, con olio di gomito, finché l’impasto diventa liscio ed elastico, a questo punto lo spolvero di farina, dentro ad una terrina e prima di avvolgerlo nel telo, incido sulla superficie una croce: da bambina attribuivo a questa incisione, poteri magici, grazie ai quali la pasta misteriosamente lievitava.
Intanto che aspetto questo “miracolo”, preparo quello che servirà per farcire le tigelle una Coniglio alla cacciatoravolta cotte: la pestata (che è il condimento per eccellenza delle tigelle e si fa con lardo, rosmarino e aglio, pestati, appunto, a coltello), prosciutto, salame, ciccioli ( lardo di maiale cotto e pressato in forma dopo la sgrassatura), coppa di testa (frattaglie della testa bollite, condite e insaccate, a dimostrazione che del maiale, si sa, non si butta nulla), pecorino ( solitamente aggiunto a scaglie alla pestata quando si usa), marmellata di mirtilli e amarene.
La pasta è lievitata e un po’ per volta se ne ricavano piccoli pezzetti, che tra le dita vengono appallottolati e spianati, usando il mattarello, in cilindri poco spessi; questo è un lavoro lungo e di pazienza e accetto molto volentieri l’aiuto di mia mamma, non solo per la sua abilità, ma perché mi piace quando stiamo insieme in cucina, diventiamo non madre e figlia, ma due donne che si confidano, due rezdore che si scambiano consigli.

Ecco, le tigelle son pronte, ma le lascio riposare ancora un po’ stese sul tagliere.
Apparecchio la tavola e scaldo le piastre di metallo (con la stampa della Ghirlandina sul coperchio), il moderno sostituto del tradizionale metodo di cottura, che consisteva nel mettere la pasta tra due pietre, refrattarie, roventi, ricoperte con foglie di castagno e impilate una sopra l’altra.
Un po’ alla volta gli amici arrivano, la casa si riempie di risa e chiacchiere, qualcuno sceglie il vino, qualcun altro prende posizione a tavola e io mi metto a cuocere le tigelle, girando spesso la piastra, che nonostante possa contenerne al massimo sette, è davvero pesante e io più che una rezdora sembro un sollevatore di pesi, col grembiule.
Devo prestare attenzione, la superficie si deve leggermente colorire e la riuscita perfetta dell’impasto e della cottura si ha quando tagliandole a metà sono croccanti esternamente e vuote all’interno, per accogliere meglio la farcia.
Seduti tutti insieme a tavola, mentre “peschiamo” le tigelle calde, passandoci il cestino, mi accorgo di quanto, attraverso il cibo, l’uomo esprima, da sempre, il desiderio e il profondo bisogno di condivisione. E un attimo dopo sorrido…

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