Mitis: i progetti e i sogni di Elena Ceconi fra le colline di Cividale del Friuli

Uno dei centri più importanti del Friuli quando si parla di storia e di cultura è sicuramente Cividale, luogo che ci riporta al periodo romano e a quando fu fondata da Giulio Cesare con il nome di Forum Iulii.
Passato il periodo del grande Impero Romano, Cividale divenne sede del primo ducato longobardo in Italia e in seguito, per alcuni secoli, residenza dei Patriarchi di Aquileia.
Oggi conserva ancora significative testimonianze longobarde ed è meta di molti turisti che arrivano in queste terre sì per conoscerne la storia e la cultura, ma anche per godere dei prelibati nettari di Bacco che si producono da queste parti.
Cividale è infatti circondata dai Colli Orientali del Friuli dove si producono vini eccellenti provenienti da vari vitigni, tra cui alcuni famosi autoctoni.
Ottimi vini ed ovviamente anche bravi e rinomati produttori.

Oggi però voglio portarvi a conoscere una nuova realtà nata da pochi anni, che vede come protagonista una giovane donna che ha deciso di mettersi in gioco affrontando l’affascinante ed impegnativa sfida di diventare vignaiola fra le colline di Cividale.
Se il passato è storia ed è doveroso ricordarlo, il futuro va ancora costruito ed è bello quando è nelle mani dei giovani, soprattutto se dotati di passione, competenza e freschezza di idee, tutte componenti fondamentali se si vuole veder realizzati i propri sogni.
Il personaggio che andremo oggi a conoscere è Elena Ceconi che dal 2023 è alla guida della sua azienda vitivinicola Mitis, con 5 ettari vitati e circa 7000 bottiglie prodotte ogni anno, oltre a dedicarsi a una piccola produzione di olio di oliva provenienti dagli oliveti che coltiva.
DIALOGANDO CON ELENA CECONI
Partire da zero e far nascere la propria azienda vitivinicola è oggigiorno una cosa rara perché i costi iniziali sono elevati e una volta avviata la nuova attività bisogna entrare nei mercati e cercare vendere i propri vini.
Ci vuole tanto coraggio, passione e un pizzico di spregiudicatezza.
Nel 2023 è nata la tua giovane azienda. Come hai realizzato il tuo sogno di fare vino a Cividale, fra le colline dei Colli Orientali del Friuli e quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e stai magari ancora affrontando oggi?
Posso dirlo onestamente: un’infinità di difficoltà, ma proprio tante.
Motivo principale il fatto di aver iniziato da zero senza aver mai condotto un’azienda in vita mia. Per me era tutto nuovo, dalla parte burocratica, dove anche il solo dover aprire una partita IVA era per me un problema, ai tanti vari aspetti del lavoro da fare in vigna e in cantina, dove gestire tutto da soli è complicato perché ci sono molti aspetti diversi, che vanno dalla gestione della cantina, al dover seguire la parte agronomica e di gestione del verde in campagna.
Nonostante avessi già lavorato in una cantina come tirocinante ed avessi avuto anche qualche piccola esperienza lavorativa nel commerciale, fare la vignaiola era per me un mestiere tutto da scoprire.
La prima annata che ho affrontato è stata veramente difficile dal punto di vista climatico e questo mi ha messo da subito a dura prova per testare la mia resilenza e le mie capacità.
Se sei una piccola realtà, appena nata nel mondo del vino, all’inizio trovi molti ostacoli anche dal punto di vista commerciale. Devi confrontarti nei mercati con dei produttori più grandi di te che hanno numeri, storia e organizzazione aziendale, che io con i miei cinque ettari e una produzione di 7000 bottiglie non posso avere.
Poi il fatto di essere donna non aiuta. Sembra un discorso atavico ma nel mondo del vino regna ancora una certa diffidenza nei confronti delle donne che diventano responsabili di un’azienda.
Comunque, le difficoltà sono fatte per essere superate e credendoci e mettendoci tanta determinazione, alla fine vai avanti e affronti con coraggio anche qualche porta che ti si chiude in faccia, accanto a situazioni più complicate da cui impari a venirne fuori di giorno in giorno perché alla fine se si lavora nel mondo del vino è la natura che detta le sue leggi e lei va avanti col suo percorso e non ti aspetta, ed è quindi inutile procrastinare troppo davanti alle difficoltà.

Da dove deriva il nome “Mitis” che hai scelto per rappresentare la tua azienda vitivinicola?
Deriva dalle sensazioni che ho avuto da subito quando sono arrivata dove ha sede la mia azienda, un luogo calmo, tranquillo, che trasmette un senso di pace e serenità.
Siamo a due minuti da Cividale ma sembra di esser fuori dal mondo, circondati solo dal verde e da queste colline.
Mitis in latino significa mite, e mi è sembrato il nome giusto da abbinare alla nascita del nuovo progetto.
Il mondo del vino è cambiato molto negli ultimi vent’anni. Sono cambiati i consumi con una diminuzione della quantità a favore della qualità ma si è modificato anche l’approccio e la sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali. Questo ha determinato un radicale cambiamento nel modo di lavorare sia (soprattutto) in vigna, sia in cantina.
Tu non hai vissuto in prima persona questo cambiamento visto la tua giovane età, ma qual è la tua filosofia di produzione in vigna e cantina che poi si riflette anche nei vini che produci?
Ho imparato molte cose dall’ esperienza fatta in una cantina biodinamica in Toscana, soprattutto a rispettare le potenzialità del frutto e a valorizzare quello che ti dà in dono la vigna.
Non sono certificata biologico ma avrei voluto portare qualcosa di quello che ho imparato dalla viticoltura biodinamica anche nei miei vigneti. A Cividale però piove un giorno sì e un giorno no, e in questa zona non è fattibile seguire questa strada anche se comunque la mia filosofia è quella di rispettare i delicati equilibri della natura e lavorare quindi in questa direzione.
Anche in cantina non faccio nulla di particolare, lascio che le uve seguano il loro percorso in fermentazione e poi uso, per tre dei miei quattro vini, solo l’acciaio per non alterare quello di buono che la natura mi ha donato, e mantenere così i profumi e gli aromi tipici della varietà.
Per il “Mano”, l’unico vino dove uso il legno, si tratta di barrique usate che non vanno ad interferire con il varietale e la mineralità data dalla Ponka e non alterano quindi le sue tipicità.

C’è un maestro o figura di riferimento al quale ti sei ispirata ed è stata fondamentale per le tue scelte e per il tuo percorso professionale?
Credo di aver preso molta ispirazione dalla cantina Tenuta di Ghizzano dove, come accennato prima, ho lavorato per un anno seguendo la parte commerciale, fiere, eventi e anche la cantina.
Li ho apprezzato il messaggio che si voleva far passare che era quello di valorizzare il monovarietale e la purezza del frutto, tutto questo lavorando in biodinamico in una terra come la Toscana dove il tipo di clima di cui può godere rende più facile questo tipo di viticoltura rispetto alle nostre zone del cividalese.
Per fare buoni vini ci vogliono passione per il proprio lavoro, idee e una visione rivolta al futuro, ma senza un grande territorio è difficile veder applicate in toto le proprie idee.
Ci racconti qualcosa delle caratteristiche del territorio di Cividale dove hanno dimora le radici dei tuoi vitigni?
A livello di terreno e microclima la situazione può cambiare a seconda della zona in cui ci si trova. Cividale è molto ventilata rispetto alle zone di pianura di altre parti del Friuli.
La ventilazione aiuta molto, soprattutto nei periodi piovosi, perché previene tante malattie e toglie molta umidità.
A livello di terreno, i miei cinque ettari sono molto vari perché ho una parte di collina che è stata scavata nella roccia e dove quindi è presente la Ponca con marne ed arenarie che portano mineralità. Nella parte bassa di pianura il terreno cambia completamente, è una zona più argillosa perché qui vanno a depositarsi tutte le acque delle piogge e dove ci sono dei ristagni.
Quindi è come se ci fossero due terreni completamente diversi in zone molto vicine se si pensa che alla fine ci sono solo 100 metri di distanza in linea d’aria: in collina troviamo un terreno molto povero dove le viti crescono proprio a ridosso delle rocce, in pianura invece tutt’ altra situazione con viti vigorose e una abbondante vegetazione.
In collina, con esposizioni a sud est molto favorevoli con il sole che dona i suoi raggi dalla mattina alla sera, ci sono maturazioni più rapide e mi ritrovo a vendemmiare anche 20 giorni prima di altri produttori. Diversità che mi ritrovo anche in inverno, dove la differenza di temperatura fra collina e pianura è di 5/6° con un rischio di gelate differente a seconda della zona.

Oltre 138 milioni di turisti hanno visitato l’Italia nel 2025, un fenomeno, quello del turismo, che è in salute e che può avere un “peso” ancora maggiore se si parla di enoturismo in un momento in cui il settore si trova a cercare soluzioni per arginare il calo dei consumi.
La tua azienda come si muove nel settore dell’accoglienza e dell’enoturismo, ci sono delle strategie o progetti futuri?
Cerco di farmi conoscere collaborando con vari enti come ad esempio “Il Movimento Turismo del Vino” con cui faccio gli eventi di “Cantine Aperte” e “Calici di Stelle”.
Mi aiuta molto anche l’attività del mio agriturismo perché ho visto che è più facile arrivare alle persone tramite il cibo piuttosto che tramite il vino, anche perché di cantine ce ne sono tante e il turista comunque punta di solito a quelle più conosciute e blasonate.
Importanti ovviamente sono le fiere e gli eventi. Ultimamente sto collaborando con due ragazze, un sommelier e un’ artista, e stiamo proponendo “Arte & Vino”, degustazioni di vino mentre si dipinge nella natura. Domenica scorsa c’era anche una violoncellista in accompagnamento ed è stata un’esperienza fantastica.
Giovedì scorso invece ho partecipato a “Notti in Rosa” che è un progetto nato con tre piccole produttrici della zona, poco conosciute, per promuovere assieme i nostri diversi prodotti. Poi stiamo lavorando nelle località balneari e turistiche come ad esempio Grado.
In linea generale ritengo sia fondamentale fare sistema e lavorare assieme a dei gruppi di persone, che si aiutano e sono in sinergia, per ampliare così la propria offerta turistica. Il passaparola poi diventa fondamentale soprattutto per le piccole realtà come la mia.
I risultati di importanti studi di ricerca hanno evidenziato che dove cresce la leadership femminile le aziende del vino diventano più solide, più orientate al futuro e più attente al capitale umano. Nelle imprese a guida femminile sono più diffusi ruoli chiari, sistemi di governance strutturati e processi decisionali condivisi, con una forte attenzione alla sostenibilità, alla valorizzazione del territorio, una visione strategica di lungo periodo.
Tu sei una giovane e agli inizi del tuo percorso professionale, ma qual è il tuo pensiero a tal riguardo e davvero stai notando questo crescente e profondo cambiamento del ruolo femminile all’interno delle aziende?
È indubbio che mi capita sempre più di vedere donne attive nel mondo al vino.
Quando dall’esterno si vede una donna gestire un’azienda, di primo impatto c’è curiosità ma anche scetticismo; infatti, nel mio caso, la prima cosa che mi domandano e se io seguo il commerciale e se al comando c’è mio padre o qualche fratello maggiore.
Insomma, in un mondo che è stato sempre un po’ maschilista, vedere una donna protagonista in vigna e in cantina viene visto come atipico ed inusuale.
Però la verità è che sono sempre più le realtà produttive a conduzione femminile che hanno successo e finalmente si sta sdoganando lo stereotipo che fare vino sia un lavoro solo per uomini.
Secondo me come valore aggiunto c’è anche la maggior coesione fra le cantine a guida femminile, cosa che ci porta ad aiutarci e consigliarci a vicenda, forse grazie anche a una mentalità più aperta che lega oggi le nuove generazioni.
Mi capita inoltre di vedere sempre più spesso donne che magari provengono professionalmente da altri settori, ma sono molto interessate al mondo del vino e a cui piace degustare e ricercano emozioni.
Sicuramente anche la nascita di diverse associazioni come ad esempio “Le Donne del Vino” o le “Le Sbarbatelle”, che raggruppa piccole produttrici del nord Italia, aiutano a creare curiosità fra le donne ed avvicinarle al nostro mondo.

Tanti studi e report dicono che i giovani non bevono il vino per vari motivi: la concorrenza con le altre bevande, le tendenze salutiste ma anche i prezzi non sempre accessibili a una certa età e la distanza di linguaggio.
Ma quale è il rapporto di Gen Z e Millennials con il vino e soprattutto, è vero che il vino è un prodotto che non gli interessa? Qual è la tua esperienza personale con una categoria a cui sei vicina anche anagraficamente?
Per me è stata fin da subito una situazione diversa perché la passione mi è stata trasmessa fin da piccola da mio papà. Il salto in avanti l’ho fatto quando frequentavo l’università ed ero in contatto principalmente con persone del Veneto che hanno una cultura del vino incredibile.
Nel nostro gruppo, sebbene fatto di giovani, il vino era un elemento chiave e così grazie a queste frequentazioni è cresciuto il desiderio di assaggiare e girare per le cantine.
Situazione simile si trova nella nostra zona di Cividale e Corno di Rosazzo dove il vino rappresenta un elemento culturale imprescindibile anche per i giovani.
Se ci sposta in altre zone invece ho potuto constatare che si preferisce bere qualcosa di più facile, come uno spritz Aperol o uno spritz Campari perché il vino viene visto come un qualcosa di difficile comprensione o perlomeno come qualcosa che non si riesce a distinguere in maniera definita fra tutte le varie etichette che ci sono in commercio.
Chi è neofita , non conosce la varietà, non conosce le cantine. C’è una sorta di paura nell’affacciarsi verso un qualcosa di diverso che non si conosce e non nasce così la curiosità di sperimentare forme diverse di gusto.
Bisogna cercare di far diventare il vino un settore sempre più aperto e meno elitario e questo obiettivo lo si raggiunge anche con una comunicazione più semplice, che sia coinvolgente e incuriosisca il neofita, lasciando perdere tecnicismi ma cercando di trasmettere solo belle emozioni.
L’annata 2003 è storicamente ricordata come una delle estati più roventi e siccitose degli ultimi venticinque anni che ha messo a dura prova la viticoltura regionale.
Tu in quel periodo ti dedicavi ad altre attività visto la tua giovane età, ma questo 2026 ricorda un po’ le condizioni climatiche di quella torrida annata.
Acidità, pH, zuccheri, alcol, sono tutti elementi che vengono fortemente condizionati dalle alte temperature e dai lunghi periodi di siccità, e questo si riflette prima sulle uve e poi nei vini prodotti.
Com’è la situazione nei tuoi vigneti, alle soglie oramai della vendemmia, ed adotti degli accorgimenti particolari in annate più calde come questa?
In realtà non adotto nessuna tecnica o strategia particolare in campagna a parte prestare molta attenzione alle giovani barbatelle che mi capita di dover piantare e che non devono andare in carenza idrica e che quindi all’occorrenza devo bagnare. Certo, non cimare continuamente la pianta, lasciare più foglie, ti permette di mantenere la temperatura più costante ed evitare così scottature, mantenendo un microclima il più possibile ideale. Anche privilegiare il verde e quindi l’inerbimento fra i filari aiuta a gestire le temperature.
Per gestire PH e zuccheri vengono fatti dei controlli prima della vendemmia, viene defogliato dove la situazione dell’annata lo permette.
In generale sei un po’ in balia della natura, puoi premurarti con qualche accorgimento, ma se arriva la grandinata devi solo pregare di limitare i danni.
Tu mi hai menzionato il 2003 come annata calda, ma anche il 2024 non è stata da meno e mi ha visto dover vendemmiare il Friulano e anche il Merlot in contemporanea perché a causa del caldo la tipologia rossa era maturata precocemente.

Produci quattro tipologie di vini: il Blanc di Nena, il Solo, il Ros di Nena e il Mano.
Ci racconti qualcosa di questi vini che produci?
Il “Blanc di Nena” e il “Ros di Nena” sono rispettivamente un Friulano e un Merlot in purezza vinificati in solo acciaio dove il nome “Nena” deriva dal nomignolo con cui mi chiamava mio papà quando veniva prendermi a scuola, ed in etichetta ci sono proprio io da piccola.
Il “Solo” è un Sauvignon in purezza vinificato in acciaio che vuole discostarsi dai tipici sentori di pipì di gatto, foglia di pomodoro, bosso, tipici del Sauvignon tradizionale friulano.
Il nome “Solo” deriva dal fatto di essere un Sauvignon un po’ anomalo, un po’ neutro, quasi di stile francese. Voleva essere una sperimentazione, una sola espressione che doveva restare unica e non ripetibile, invece poi ho deciso di imbottigliarla. Dovendo fare una confessione, non è la mia tipologia preferita, ma visto che piace molto al mio compagno Cristian, ho deciso di fare per lui questa versione però con caratteristiche diverse.
Il “Mano” è invece una piccola riserva, un uvaggio di Merlot, Cabernet Franc e Refosco ed è l’unico che matura per sette mesi in vecchie barrique e il nome deriva da mio padre che si chiama Romano. Le macerazioni per i rossi sono molto brevi perché non voglio troppa estrazione, troppo colore e pesantezza.
Qual è il miglior compimento che ti piacerebbe sentire quando parlano dei tuoi vini?
Il più bel complimento è quando chi beve i miei vini mi dice che riconosce la mia mano, riconosce il vitigno, il territorio. Trovare riscontro nel consumatore che riesce a recepire quello che hai voluto trasmettere con il tuo vino e il tuo lavoro, significa aver raggiunto il tuo obiettivo, che è quello di non fare dei vini scontati o omologati alla massa, ma qualcosa di diverso, che bisogna essere bravi a spiegare se si vuole trovare riscontro nel consumatore che vi ci si affaccia per la prima volta.

Oltre alla produzione di vino ti dedichi anche all’agriturismo “inBLAS”
Visto il tuo duplice impegno, non posso che chiederti quale sarebbe il vero matrimonio d’amore se si parla di abbinamento cibo-vino con il “Solo” e il “Mano”?
Con il “Solo” grazie alla sua freschezza e mineralità ci abbinerei un piatto grasso e salato come un tagliolino fatto in casa con burro e acciughe. Col “Mano” e la sua parte di Refosco che lo rende più strutturato, pur mantenendo una buona nota acida, lo abbinerei alla lingua di Manzo che ha sia la componente corposa e grassa ma che per caratteristiche sembra quasi una carne bianca.
Troppo lavoro e troppi impegni. È giunto il momento di staccare la spina e fare una vacanza. Verso dove ti piacerebbe partire?
I posti che mi piace visitare hanno sempre come finalità la scoperta della enogastronomia locale e la conoscenza di qualche nuova zona vitivinicola.
Abbinamenti, prodotti tipici, visita delle cantine, questi sono gli elementi imprescindibili delle mie vacanze, che per fortuna trovano il gradimento anche del mio compagno Cristian.
Per me sono anche una sorta di viaggio studio per conoscere tipologie e stili di vino diversi da quelli che produco io.
Se devo dirti quindi che biglietto aereo comprerei, sarebbe quello che mi porta dritto verso Lanzarote, solo per citare una località che mi piace molto.
Pensiamo di avere a disposizione la macchina del tempo costruita dallo scienziato Doc (nome che è già tutto un programma) nella trilogia di “Ritorno al Futuro”.
Facciamo un bel salto di dieci anni in avanti nel tempo. Cosa pensi e speri di trovare di nuovo e di realizzato?
Il mio prossimo obiettivo è il poter vendere il vino al di fuori dell’Italia. Mi piacerebbe viaggiare con il mio vino, presentarlo e farlo conoscere all’estero. Unire quindi lavoro e passione.
Stefano Cergolj


