Matteo Ascheri: tre vini che raccontano uno stile tutto piemontese

“In cantina abbiamo degli strumenti potentissimi: la tecnologia, gli additivi, il legno per l’affinamento dei vini e i consulenti esterni; questi elementi, alla fine, sono omologanti, perché possono essere usati da tutti, in tutto il mondo e nello stesso modo. Quindi, non è attraverso questi strumenti che possiamo essere riconoscibili, anzi, vanno a coprire quegli aspetti di riconoscibilità del vigneto, del vitigno, del terreno di provenienza“.
È quanto ci racconta senza mezzi termini Matteo Ascheri, proprietario dell’omonima cantina di Bra con quasi 150 anni sulle spalle, che ha vissuto il mondo del vino sotto ogni aspetto, anche in qualità di presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani dal 2018 al 2024.

Secondo il noto produttore di Langa è proprio in vigna che si forma, con anni di costante lavoro, la base per produrre un vino identitario, dove l’intervento dell’uomo deve essere mirato a tutelare ciò che la natura ci consegna, non a stravolgerla, piegarla ad esigenze di mercato o semplicemente a scelte fatte a tavolino.
“Non abbiamo consulenti esterni, cerchiamo di fare errori per conto nostro” continua Ascheri, “diciamo che alla fine è anche molto più economico e ci permette di esprimere quelle che sono le nostre idee, giuste o sbagliate, ma almeno sono le nostre, mie e di tutti miei collaboratori”.

Matteo Ascheri ha chiaro un concetto, il rispetto verso la natura e le persone; in azienda hanno tutti un contratto a lungo termine, devono sentirsi parte del progetto, si lavora in sinergia con l’intento di raggiungere il migliore risultato possibile; non è importante la provenienza dei dipendenti, anche perché oggi trovare personale italiano preparato e disponibile a tirarsi su le maniche ce n’è sempre di meno, quindi ben vengano senegalesi o pakistani, per loro è una possibilità di svoltare la loro vita, di acquisire professionalità e integrarsi positivamente nel nostro Paese.

Attraverso il lavoro collettivo, diventano tutti partecipi di un obiettivo che parte dalla vigna e finisce nella bottiglia, elementi fondamentali per ottenere grandi vini.
L’azienda di Matteo Ascheri è nata a La Morra nel 1880, ma successivamente si è spostata a Bra, perché in quel periodo era la cittadina più importante per la produzione di vino.
I vigneti sono tutti di proprietà, collocati principalmente a La Morra e a Serralunga, frutto di decenni di investimenti mirati, alla ricerca di appezzamenti di qualità elevata. In questa fase più volte si è pensato di rispostarsi intorno a quei vigneti, ma costruire una cantina in quel territorio, condizionandone per sempre l’aspetto, andava contro quel rispetto ambientale che è uno dei punti cardine dell’azienda.

Di fatto, oggi, Ascheri è l’unica azienda vitivinicola rimasta a Bra, vicino alla stazione, conta anche l’ottima osteria Murivecchi (nata nel 1993), l’albergo Ascheri (2005) e una recente Spa.
La gamma dei vini comprende 16 etichette, la parte del leone la fanno ovviamente i diversi cru di Barolo, ma non mancano vini storici come la Barbera d’Alba, il Verduno Pelaverga, il Moscato d’Asti, il Gavi del Comune di Gavi e il Langhe Arneis.
Per questa occasione ci concentriamo su tre specifici vini: il Verduno Pelaverga 2024, il Barolo Etichetta Bianca 2021 e il Langhe Rosso Montalupa 2020.

Verduno Pelaverga 2024 (13% vol., 5-6000 bottiglie annue) – al netto dei continui mutamenti climatici, la vendemmia viene effettuata nella prima decade di ottobre; le uve provengono dai vigneti di Rivalta, situati tra La Morra e Verduno a un’altitudine di 310-370 metri s.l.m., su suolo marnoso-argilloso con buona presenza di calcare. Le piante sono frutto di una selezione massale, hanno una densità di 4.400 ceppi/Ha e vengono allevate a Guyot semplice. La fermentazione si svolge in acciaio e dura circa 8 giorni a temperatura controllata di 26 °C, maturazione sempre in acciaio e poi un breve periodo di bottiglia.
Il nome del vitigno “pelaverga” sta a significare “pelle verde”, infatti la buccia degli acini (piuttosto grandi) ha delle striature verdi e il colore nel vino è un rubino tenue e trasparente, di notevole fascino. Si tratta di un vino tanto raro quanto particolare, infatti i vigneti sono davvero pochi e limitati al territorio di Verduno, né c’è la possibilità che aumentino a meno di estirpare i nebbioli, cosa ovviamente che chiunque si guarderebbe dal fare. Personalmente lo trovo un rosso di grande piacevolezza, i tanti assaggi fatti negli anni passati da quel drappello di aziende che lo producono, mi hanno lasciato un bellissimo ricordo e un’immagine chiara delle sue caratteristiche. Qui abbiamo subito note di lampone, fragolina di bosco, ciliegia candita, tracce floreali e l’immancabile pepe bianco; tutto è espresso con una buona spinta e grande pulizia espressiva, segno di un ottimo lavoro vista l’annata tutt’altro che semplice da gestire.

Al palato ha un bel mordente, il pepe torna prepotente, il frutto ha una buona persistenza, la leggera tannicità e una giusta vena acida gli donano una buona energia ed equilibrio. Un vino da non sottovalutare, non è semplicemente “beverino”, ha un suo carattere e le carte per durare anche un quinquennio se ben conservato.
Matteo Ascheri rivela un episodio a proposito del Verduno Pelaverga: aveva un vecchio vigneto di Pelaverga da cui produceva 800-1000 bottiglie, meditava di espiantarlo per piantare qualcos’altro, ma la sorella che gestisce l’osteria ha subito frenato ogni sua fantasia, spiegandogli con decisione che “qui le persone che vengono a mangiare vogliono la Pelaverga!”. Alcuni anni fa un giornalista americano molto influente che si occupa di cibo, dichiarò che il Pelaverga è il vino ideale per il Thanksgiving day; questo episodio ha scatenato, ovviamente, la reazione dei produttori che hanno cominciato a dedicarsi con maggiore enfasi al mantenimento di questa tipologia, segno evidente che porta in sé un inequivocabile piacevolezza e modernità.

Barolo Etichetta Bianca 2021 (14,5% vol.) – come molti sapranno, il Barolo definito “annata” è frutto di uve scelte dai diversi appezzamenti che ogni azienda ha a disposizione; non solo, ma in passato era oggetto di continui e accesi dibattiti, chi perseguiva la filosofia “un Barolo per cru” e chi invece riteneva che la fusione di più vigneti rappresentasse meglio il racconto di un territorio e consentisse di avere un Barolo più completo. Diatriba che, ovviamente, non ha soluzione, ma testimonia molto bene quanto l’uomo possa incidere in una certa direzione piuttosto che in un’altra.

Questo Etichetta Bianca non è certo un “secondo vino”, ma è frutto di un’attenta selezione dai migliori cru aziendali (Ascheri, Pisapola e Sorano); si offre di colore granato caldo con leggeri ricordi rubini; il bouquet è decisamente ampio, se dovessi pensare a un’immagine che lo rappresenti, potrebbe essere un filo con dei panni stesi, dove lo sguardo passa da sinistra a destra notando i tanti colori che si legano proprio perché stanno sullo stesso piano: viola essiccata, ciliegia e prugna mature, liquirizia, menta, cardamomo, venature balsamiche, leggero sottobosco e tabacco scuro.
All’assaggio presenta un’ottima struttura, calibrata, freschezza decisa e una trama tannica importante ma ben gestita; quel tocco di acidità gli sottrae il rischio di un’austerità che lo avrebbe potuto appesantire, invece il sorso scorre profondo, dinamico, espressivo, a dimostrazione che in casa Ascheri non esistono Barolo di serie b; bellissimo il finale lungo di cacao e liquirizia su base mentolata.

Langhe Rosso Montalupa 2020 (14,5% vol.) – lo potremmo definire un “fuori zona” visto che le vigne si trovano a ridosso di Bra, quindi in Roero, su suolo sabbioso marino con intercalare di ghiaie e marne, con un buon tenore di calcare; si tratta di un syrah in purezza, vitigno con il quale oggi si cimentano un sempre maggior numero di produttori piemontesi, ma che nel 1993, quando fu impiantato da Ascheri, era una novità assoluta, una scelta effettuata in accordo con l’Istituto Sperimentale di Asti in un’epoca in cui non era ancora né autorizzato né raccomandato in regione. Nei primi anni Matteo ha fatto ripetuti viaggi nella parte nord della Côtes du Rhône, per capire come veniva lavorato nella sua terra d’elezione. L’intento era comunque quello di fare un vino dal carattere piemontese, distinguibile, con un proprio stile, sfruttando la qualità dei terreni sabbiosi del Roero.

Dopo tanti anni di produzione, ormai la personalità è ben definita, affina in botti di legno usate per due anni e mezzo, la versione 2020 si presenta di un bel colore rubino vivo e intenso con venature purpuree; al naso non si fatica a riconoscerne i tratti che lo hanno reso famoso, ma con caratteristiche proprie e un’eleganza notevole: la trama si sbilancia prima sul piano fruttato di ribes nero e mirtillo, per poi tendere velocemente alla speziatura, di pepe e leggerissimo chiodo di garofano, e ancora crema di olive nere, pino silvestre, incenso.
Al palato è sorprendente perché non gioca sulla potenza ma su una spinta fresca, molto fine, con un tannino ben integrato e una presenza fruttata intensa e godibile su una base ampiamente speziata. Siamo molto lontani da certi Syrah siciliani e ancor più da quelli australiani, sicuramente il suolo sabbioso ha contribuito a dargli l’eleganza che lo contraddistingue, un vino che nasconde bene i suoi 14,5 gradi alcolici e stimola a berne ancora.
Roberto Giuliani



