Il Gavi e la sfida al cambiamento climatico: come un vitigno autoctono mantiene la propria identità

Giovedì 30 marzo, corrente anno, ho avuto il piacere di presenziare ad una masterclass dedicata al Gavi organizzata dal Consorzio di Tutela omonimo. L’evento, tenutosi presso il noto Hotel The Westin Palace di Milano, è stato moderato dal giornalista Aldo Fiordelli con la collaborazione dell’agrotecnico Davide Ferrarese e del presidente del Consorzio Maurizio Montobbio. Il servizio dei vini è stato affidato ad AIS Milano che come sempre si è distinta.
Il tema affrontato è indubbiamente caldo, in tutti i sensi, ovvero un’analisi del cambiamento climatico e di come un vitigno autoctono, a mio avviso di alto rango come il cortese, sia in grado di resistere e soprattutto mantenere la propria identità. Abbiamo parlato molte volte del Gavi e della sua “irresistibile leggerezza dell’essere”, perdonate la citazione tuttavia la nota DOCG dell’alessandrino, istituita nel 1998, attraverso l’uva sopracitata sposa alla perfezione il significato di questa massima.

Ho sempre apprezzato la capacità intrinseca di questa cultivar di rappresentare un lembo di territorio piemontese, a mio avviso ancora fin troppo poco battuto, in grado di donare vini longevi, piuttosto equilibrati già a pochi anni dall’imbottigliamento, e in grado di competere ad armi pari con tutti i più grandi bianchi del panorama mondiale. Il Consorzio Tutela del Gavi è stato costituito nel 1993, ai giorni nostri comprende 190 aziende associate e un totale di 1.580 ettari complessivi iscritti al disciplinare, oltre ad una produzione annua media di 13 milioni di bottiglie esportate in oltre 100 paesi nel mondo.

Nei suoi 30 anni di vita ha raggiunto importanti traguardi, soprattutto in tema di qualificazione del Gavi DOCG attraverso svariate attività: il progetto di selezione clonale del patrimonio viticolo in collaborazione con gli esperti del CNR, l’analisi accurata dell’intero territorio attraverso le cosiddette carte di assolazione, in grado di caratterizzare le diverse aree della denominazione; ultimo, non in termini d’importanza, il progetto riguardante la flavescenza dorata in tandem alle stazioni di biomonitoraggio per la tutela delle api.
La zona di origine del Gavi DOCG comprende il sud est del Piemonte al confine con il comune di Genova, dista 130 km da Torino e 90 km da Milano. Il disciplinare consente la produzione del nobile vino bianco piemontese, prodotto con sole uve cortese, all’interno di 11 comuni compresi nella provincia di Alessandria: Bosio, Carrosio, Capriata d’Orba, Francavilla Bisio, Gavi, Novi Ligure, Parodi Ligure, Pasturana, San Cristoforo, Serravalle Scrivia e Tassarolo. Ciò che rende speciale questo territorio è l’incontro tra le brezze marine che soffiano dal vicino Mar Ligure e la neve dell’Appennino.

Ci troviamo ad un’altitudine media compresa tra i 180 e i 450 metri s.l.m., con pendenze piuttosto variabili a seconda dei versanti e un’esposizione generale orientata verso nord-ovest e sud-est. A livello geologico possiamo considerare 3 differenti aree: Terre Rosse, Fascia Centrale e Terre Bianche. Le prime rappresentano la fascia settentrionale, ovvero quella che trasforma la pianura alessandrina in colline caratterizzate da pendenze piuttosto dolci. Suoli di colore rossastro a prevalenza argillosa, ricchi di ferro, creati dai depositi alluvionali accumulati dalla lenta azione erosiva dei fiumi. Nonostante sia la fascia climaticamente più calda, e grazie ad una maggior profondità del terreno, è quella che sta resistendo meglio al cambiamento climatico. La pianta affonda le proprie radici fino a tre metri di profondità, questa caratteristica agevola molto il ciclo della vite anche in condizioni di afa, caldo e stress idrico.

Per il motivo opposto, la fascia che sta patendo di più le variazioni dell’andamento climatico è quella più meridionale del comprensorio, caratterizzata dalle terre bianche: le radici tra queste colline rimangono più in superficie ergo il caldo stressa di più la pianta a 360°.
Da queste parti ci si avvicina sempre più all’Appennino superando i 400 metri di altitudine. I terreni chiari sono caratterizzati da marne tufacee di origine marina, ricche di microelementi e fossili. Suoli poveri e duri, immersi in un clima più freddo e ventilato. Queste due ultime caratteristiche avvantaggiano la vite soprattutto in epoca di riscaldamento globale. La fascia centrale, l’ultima delle tre aree prese in analisi, vede un’alternanza di marne e arenarie. L’area affiora su una linea immaginaria che unisce il comune di Serravalle Scrivia, Gavi e San Cristoforo. Possiamo trovare inoltre terreni misti di argille, sabbie e ciottoli dove non mancano terrazzamenti fluviali, formazioni marine e rocce derivate da crosta oceanica. Una sorta di mix delle prime due zone con i vantaggi e svantaggi corrispettivi.

Tra i tanti argomenti affrontati durante la masterclass, al di là dei dati analitici che non fanno altro che confermare quanto, anno dopo anno, si stia andando sempre più verso un aumento progressivo delle temperature medie, ho trovato interessante il fatto che il cortese, più di altri vitigni, sia in grado di resistere a questi cambiamenti, per via del suo DNA, del pH del terreno e soprattutto dell’uva. Tutto ciò riguarda le caratteristiche ambientali di questo angolo piemontese e le peculiarità della cultivar che più di tutte lo caratterizza. Anche l’uomo tuttavia è stato in grado di ingegnarsi al fine di moderare, in parte, gli effetti causati dal riscaldamento globale; il fine è restituire vini godibili ed equilibrati, avremo modo di vederlo attraverso la degustazione di otto vini di annate differenti presentati dal Consorzio Tutela del Gavi.

Le armi utilizzate nel corso degli anni dagli agronomi e viticoltori sono svariate: reti filtranti poste a livello del grappolo per ridurre l’irraggiamento diretto, l’utilizzo del caolino, una particolare argilla che grazie alla sua colorazione bianca risulta in grado di riflettere i raggi del sole limitandone l’assorbimento da parte delle foglie; infine la cosiddetta sfogliatura o defogliazione. Trattasi di una sorta di schermo naturale, a vantaggio dei grappoli, costituito dalle stesse foglie della vite; ridurre la sfogliatura significa agevolare le bacche che in questo modo crescono ad una temperatura inferiore, riducendo l’effetto della mancata sintesi o peggio della degenerazione dei polifenoli, importantissimi per il carattere del vino.
Veniamo dunque ai Gavi degustati, gli stessi corrispondono ad otto annate differenti; un percorso che ha lo scopo di far comprendere quanto l’andamento del clima sia in grado di caratterizzare il vino a 360°.
Per l’occasione sono state scelte aziende facenti parte del Consorzio e dislocate in tutto il territorio. I vini sono accomunati stilisticamente da un’impronta simile, salvo due etichette che appartengono alla categoria Riserva. Derivano comunque tutti da vigne che hanno oltre 40 anni d’età e vengono vinificati in solo acciaio, soltanto il campione relativo all’annata 2016 ha fatto un passaggio anche in cemento. I campioni sono stati serviti rigorosamente alla cieca, alla fine della degustazione sono stati rivelati i nomi delle Cantine.

Gavi Rovereto 2022 Picollo Ernesto
Paglierino chiaro, riflessi beige verdolini. Timbro olfattivo intenso ricolmo dapprima di frutti croccanti, tra cui cedro, pera e mela, oltre a un ricordo di lieviti (non ancora del tutto disciolti all’interno della materia) e un finale che richiama le alghe secche. Sorso decisamente secco, caratterizzato da verticalità gustativa, ritorni agrumati e totale assenza d’alcol percepito. Vino in divenire.

Gavi 2020 Produttori del Gavi
Paglierino vivace, luminoso, tonalità estremamente chiara. Naso mediamente intenso, complessità per nulla banale: scorza di limone, cereali tostati, una vena salmastra e iodata che ben presto lascia spazio alla mandorla tostata e ai fiori bianchi leggermente appassiti. Buon equilibrio tra sapidità e freschezza, l’alcol è ben digerito manca solo un po’ di profondità.

Gavi Riserva Vigna Madonnina 2019 La Raia
Paglierino vivace, riflessi oro antico. Sin dall’esordio il quadro olfattivo rimanda a percezioni di polvere da sparo e gesso, scorza di pompelmo e una speziatura dolce data dal terreno e dall’uva, anche perché il legno questo vino non sa nemmeno cosa sia. In bocca nonostante le doti di freschezza, agilità e slancio pecca in quanto a densità, centro bocca e allungo finale.

Gavi Bruno Broglia 2018 Broglia
Il colore varia da un bel paglierino vivace all’oro antico a seconda dell’inclinazione del bicchiere. Piuttosto esuberante al naso tra ricordi di gesso e calcare, mela matura, smalto e mimosa appassita. Sorso che a mio avviso risente dell’annata poco espressiva, lo si avverte soprattutto in bocca; il vino mostra poca progressione acida, si siede e nonostante una sapidità di tutto rispetto fatica a raggiungere un buon equilibrio e la tanto agognata armonia.

Gavi Monterotondo 2017 Villa Sparina
Paglierino-oro molto luminoso. Profumi di frutto al nocciolo, ananas maturo e scorza di limone vanno a braccetto con pennellati floreali che sanno fortemente di ginestra, in chiusura gesso e lieve smalto; in parte ricorda alcuni Chablis francesi. Il finale è un po’ troppo marcato in termini di tendenza dolce, la materia c’è tuttavia risente dell’annata, una tra le più torride del nuovo millennio.

Gavi Riserva Vigna della Rovere Verde 2016 La Mesma
Oro chiaro con riflessi paglierino. Annata memorabile tanto a Gavi quanto nel resto del bel Paese. Lo si evince dai toni austeri, ariosi dal frutto croccante che sa di scorza di limone, susina e mallo di noce; fa eco una coltre gessosa impreziosita ancor più da note di tiglio. Ne assaggio un sorso e la freschezza conquista subito i recettori del gusto, inoltre il vino mostra spalle larghe e un’impronta salina che rassomiglia ai vini liguri di ponente. Il finale tende forse un po’ al dolce, a mio avviso è lontano anni luce dal suo apice; mi riprometto di riassaggiarlo, spero in cantina, tra 4-5 anni.

Gavi Montessora 2015 La Giustiniana
Forse il vino più stanco della batteria, d’altronde l’annata 2015 è stata calda e sopra le righe e soprattutto i vini bianchi ne hanno risentito, i rossi meno a mio avviso. Già dal colore è possibile notare una cessione, oro caldo e intenso. Timbro olfattivo esuberante che rimanda ai dolci da forno, all’albicocca disidratata e pesca matura, da succo di frutta per intenderci. In bocca è l’esatta fotocopia: maturo, tendenza dolce e con poca progressione in termini di acidità, tuttavia d’alcol in eccesso non vi è traccia; richiede tassativamente l’abbinamento gastronomico.

Gavi Il Mandorlo 2014 Tenuta San Pietro
Diametralmente opposta l’annata 2014, magra, caratterizzata da abbondanti piogge e temperature inferiori rispetto alla media. Nonostante ciò il Gavi si riconferma il “vino del freddo”, e il cortese un’uva in grado di esprimere tutta la sua classe nei momenti più difficili; tutto poi dipende dalle mani esperte che in vigna non risparmiano attenzioni e in cantina accompagnano la materia prima senza prevaricarne l’essenza con pratiche invasive. A nove anni dalla vendemmia questo bianco mostra ancora una trama cromatica nettamente chiara, paglierino con riflessi beige. Il respiro è di media intensità, i toni in levare tuttavia freschi, puliti: miele millefiori, pera Kaiser, scorza di cedro, calcare e pepe bianco; in chiusura erbe aromatiche tra cui maggiorana e timo limone. In bocca prevale ancora la freschezza rispetto alla densità della materia, sapidità compresa; è un vino slanciato, succoso, dotato di fascino ed estrema bevibilità. Non ha di certo le spalle larghe, traduce alla perfezione i dettami dell’annata.
Andrea Li Calzi




