Figliej e il fascino del territorio di Settimo Vittone, la bellezza dell’alto Canavese

Ho deciso di raggiungere Bianca Seardo e Riccardo Prola, titolari della Cantina Figliej di Settimo Vittone (TO), perché l’assaggio del loro Canavese Rosso è stato tra i più originali del REWine 2022, ne ho scritto qui. Ancor prima di aver degustato il vino conoscevo già l’Azienda, molti produttori del territorio me ne avevano parlato bene. Sono passati ormai oltre 4 anni dal primo articolo dedicato alla “Nouvelle Vague dei viticultori eroici di Carema”, così l’abbiamo ribattezzata a quei tempi noi di Lavinium, e Figliej è rimasta l’unica Cantina ancora da approfondire.

Il motivo è in parte dovuto dal fatto che parlare di Carema in questi casi non è propriamente corretto, perché Settimo Vittone non fa parte della denominazione sopracitata, la stessa comprende soltanto il comune che dà il nome alla DOC e la parte superiore di Airale, una piccola frazione dello stesso. Settimo Vittone dista appena 4.5 km da Carema e, nonostante l’area vitivinicola debba definirsi esclusivamente Canavese, le similitudini paesaggistiche ed inerenti al vino caro allo scrittore Mario Soldati, ed al sottoscritto, sono palesi ed insindacabili. Come sempre in Italia è una questione meramente politica, legata a confini prestabiliti e spesso non ridiscussi. Sono certo al 100% che se il vino di Carema dovesse tornare ai fasti del passato, quando veniva servito ai commensali delle tavole più importanti del Piemonte, la storica denominazione – e soprattutto coloro ne decidono la sorte – non avrebbe che da guadagnarne a far rientrare Settimo Vittone, e anche altri comuni limitrofi, all’interno del disciplinare.

Tutto ciò a Bianca e Riccardo interessa relativamente, perché nelle 3-4 ore passate assieme è emersa una passione invidiabile, una voglia di gridare al mondo intero la propria determinazione, risultato di sforzi e sacrifici compiuti in vigna ogni santo giorno. Chi ha letto in passato qualche nostro articolo dedicato a questo fazzoletto di terra a confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, per essere più precisi nel perimetro che va dal comune di Arnad (AO) a Settimo Vittone (TO), è ben consapevole che oltre all’incommensurabile bellezza del paesaggio – a mio avviso tra i più pittoreschi e affascinanti d’Italia – la difficoltà di allevare la vite, tra queste rocce di montagna, è notevole. La stessa alberga in veri e propri terrazzamenti di pietra ubicati in sentieri impervi, scoscesi, e che potrebbero tranquillamente rientrare nei percorsi di trekking del CAI (Club Alpino Italiano).

Figliej prende il nome dall’omonima strada dov’è ubicata la cantina, questo curioso toponimo indica probabilmente una zona ricca di piante di fico. Tra queste colline, strappate a forza dall’uomo all’imponente roccia delle montagne circostanti, troviamo il noto sistema a pergola, una forma di allevamento particolarmente rispettosa della natura, adatta alle caratteristiche ambientali, anche detta “topia” in dialetto piemontese, la cui intelaiatura di travi è spesso sorretta dai caratteristici tutori in pietra tronco-conici, chiamati “pilun”.
Provate a immaginare quante ore di lavoro occorrano da queste parti confrontandole con un qualsiasi vigneto posto in condizioni “normali” in altre zone del Piemonte, se tutto non ciò non dovesse ancora bastare c’è sempre l’immagine del vignaiolo che percorre su e giù i sentieri di roccia con una pendenza che supera il 50 % e con un atomizzatore a spalla che pesa 30 kg. Occorre talento, spirito di sacrificio, massima dedizione e tanta competenza, oltre ad un pizzico di “sana follia”; peculiarità che ho riscontrato nel carattere di Bianca e Riccardo. Quest’ultimo rappresenta la settima generazione di viticoltori di famiglia, sto parlando di un’agricoltura di sussistenza perché da queste parti, in passato, il vino era una materia prima importante e necessaria quanto il pane; serviva soprattutto a fornire le calorie necessarie ad affrontare il duro lavoro di tutti i giorni. La madre del nostro protagonista ha inoltre gestito per anni la nota Trattoria Ramo Verde di Carema.

Attualmente Riccardo lavora ad Ivrea in un altro ramo, come tanti dei suoi colleghi viticoltori il doppio lavoro rappresenta la normalità in questa zona, tuttavia il sogno di trasformare Figliej nell’attività principale, se non l’unica, è sempre vivo. Pensate che già ai tempi della nota Olivetti venivano dati permessi appositi ai dipendenti per poter lavorare la vigna e salvaguardare il paesaggio circostante.
Bianca, anche lei di Ivrea, si è laureata in Scienze Umane dell’Ambiente, del Territorio e del Paesaggio, ha inoltre conseguito un dottorato in Ricerca e Pianificazione Territoriale e Sviluppo Locale; ad ogni sua parola traspare un amore incondizionato nei confronti di queste terre e soprattutto un vero interesse nel salvaguardarle a livello ambientale. A tal riguardo l’Azienda crede fortemente nei dettami dell’agricoltura bio e nel 2019 ha ottenuto la certificazione.

Figliej nasce ufficialmente tre anni prima, ad oggi gestisce 12 ettari di proprietà di cui 3 di vigna a Settimo Vittone, più un altro ettaro da reimpiantare a Borgofranco d’Ivrea (TO), comune situato a 5 km dalla sede della Cantina in direzione Ivrea. Il resto degli ettari è suddiviso fra boschi, pascoli e castagneti. La famiglia di Riccardo ha sempre allevato gli animali e la sua passione per questa nobile materia è condivisa anche da Bianca.
Rispetto ad altri comuni limitrofi i terrazzamenti di Settimo Vittone hanno un che di misterioso, percorrendo la provinciale che conduce ad Aosta non è facile individuarli, bisogna addentrarsi nel viale principale del paese, lo stesso che conduce ad una sorta di frazione dove appare finalmente un paesaggio fiabesco.

La roccia domina, i terrazzamenti rappresentano geometrie perfette nelle quali la natura incanta grazie al verde dei boschi e centinaia di altre preziose sfumature. I nostri protagonisti non si accontentano della monocultura, tutt’altro, curano con passione anche meli, peschi, castagni, ulivi e svariate verdure che da queste parti vengono normalmente coltivate nei terrazzamenti locali. Ammirare in questo contesto la vigna, la flora locale, addirittura alcuni aranceti – testimoni di un microclima unico in questo particolare angolo di Piemonte – i pascoli di pecore provenienti dai Pirenei ed altri animali, è un vero e proprio toccasana per tutti coloro che desiderano scappare a gambe levate dallo stress delle tante città del nord Italia.
Il terreno, come in tutto il Canavese terra di confine, è di origine morenica e ricco di svariati elementi per via di una grande varietà di rocce che provengono dal famoso disfacimento. Il PH, come diverse zone del Nord Piemonte è piuttosto basso, compreso tra valori pari a 5-6, in virtù della natura acida o sub-acida della reazione. Questa tipologia di rocce appartiene al gruppo denominato silico-alluminoso-alcalino, ed è corrispondente ai massicci cristallini delle montagne più importanti d’Italia: il Monte Bianco, il Monte Rosa ed il Gran Paradiso.

Le vigne più importanti dell’Azienda sono Darecà, Teit, Vigna Grosa e Vigna del Paradis situate ad un’altitudine che va dai 300 ai 450 metri s.l.m. Figliej produce circa 7-8 mila bottiglie suddivise in 5 etichette, i vitigni sono i classici del Canavese: nebbiolo, erbaluce, uva rara, neretto gentile, nebbiolo, bonarda, croatina, barbera, chatus, vernassa, picul rus – ed altri ben più sconosciuti – da sempre presenti tra queste vigne che in parte risalgono all’età dei nonni di Riccardo, in totale son 25 cultivar diverse.
Ovviamente il cavallo di razza rimane il nebbiolo, da queste parti chiamato picotendro, protagonista di due delle tre etichette che andrò ad illustrare, non prima di aver ringraziato Riccardo e Bianca per l’ospitalità sempre gradita.

Canavese Rosso Rossofigliej 2019
Frutto dell’unione di 18 uve a bacca rossa, gran parte di queste le ho elencate sopra, viene vinificato in solo acciaio. Tinta rubino, tonalità vivace e medio estratto. Timbro deciso dove il frutto appare maturo, dolce, e richiama le varie sfumature legate al ribes/mirtillo rosso e un deciso richiamo floreale ed erbaceo fresco ed elegante; così come la spezia, che fa eco impreziosendo l’insieme. In bocca è succoso, slanciato, privo di elevata componente tannica, scivola con disinvoltura impegnando il giusto, senza strafare. A tavola è “pericolosissimo”, la bottiglia in due rischia di finire prima del secondo piatto.

Canavese Rosso Toppia 2018
Nebbiolo in purezza, localmente chiamato picotendro, frutto dell’unione dei vari appezzamenti di proprietà della Cantina, viene vinificato in solo acciaio. Rubino con evidenti sfumature granata, mostra buon estratto e vivacità di colore. Il naso è incantevole, raffinato. Per tutti coloro che non conoscono i vini di questa particolare zona di confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, è bene pensare ad un mix tra l’eleganza estrema della Valtellina/Borgogna e un richiamo ad alcuni Bramaterra e Lessona del vicino Alto Piemonte. Inizialmente in levare, ha bisogno di ossigeno per svelare l’incanto dei sui profumi: arancia rossa sanguinella, violetta, ribes/mirtillo rosso, foglie di tabacco, cosmesi (soprattutto rossetto), roccia calda al sole e pietra polverizzata su erbe aromatiche, ed officinali, stimolanti che vengono fuori a circa mezz’ora dalla mescita. Cambia registro di continuo per la gioia di tutti gli appassionati del genere. In bocca mantiene lo stesso filo conduttore, tannino vivo, fine e dolce, la freschezza richiama l’acidità dell’agrume e dei frutti rossi. La sapidità risulta vibrante ed è appannaggio soltanto dei grandi terroir vitivinicoli, e l’alto Canavese è fra questi non vi è alcun dubbio.

Canavese Rosso Darecà 2018
Darecà, in dialetto piemontese “dietro casa”, è il vigneto di nebbiolo situato esattamente dietro la porta di casa della cantina Figliej. Una parete imponente di roccia dove le geometrie perfette dei terrazzamenti rimangono impresse nella mente di tutti coloro che hanno la fortuna di ammirare questo spettacolo della natura. Anche in questo caso picotendro (nebbiolo) in purezza, viene affinato in tini di legno dopo una fermentazione con lieviti indigeni e una lunga macerazione sulle bucce. Tra il rubino e il granato, a vantaggio di quest’ultimo dopo qualche anno di affinamento, mostra consistenza e un bel timbro profondo e vivace. Questa volta l’impatto olfattivo è più caldo, sinuoso, le spezie orientali aprono le danze e in sequenza: susina, scorza di arancia rossa lievemente candita, rossetto/cipria, pepe nero e timo; con lenta ossigenazione note boschive, e balsamiche, di rara eleganza e una chiusura che richiama il terreno di natura morenica su cui crescono le uve. In bocca il sorso è ben calibrato tra sapidità e freschezza, il tannino è ancora piuttosto incisivo e funge da contraltare. Assenza totale di alcol percepito, è un vino di lunga gettata che non satura i recettori del gusto semmai vuole imprimere un ricordo di piacevolezza estrema, la stessa immagine che ho sempre in mente quando torno da queste parti.
Andrea Li Calzi




