Enrico Serafino, dal 1878 anima familiare e attitudine piemontese

Sì, è proprio così: un’altra storia che parla di Piemonte, la mia terra, il posto dove sono nato e dove ho trascorso gran parte della mia vita. Nel mio DNA, al contrario, scorre sangue siculo. In Sicilia ho passato ben sedici estati della mia vita, questa duplice derivazione culturale ha influenzato la mia formazione, il mio modo di pensare ed agire. Le differenze sostanziali che caratterizzano queste due regioni sono incredibili: il carattere delle persone, i profumi e i colori della terra, i suoi frutti, le abitudini sociali, la concezione del lavoro e della famiglia, potrei andare avanti ore. Una cosa è certa: questi due poli culturali diametralmente opposti, nel tempo, mi hanno insegnato ad apprezzare le diversità dei punti di vista. Un sentimento rassicurante che permette a noi stessi di riconoscere che l’uomo non è una macchina o un aggeggio prodotto in serie, e che ogni piccola e differente sfumatura è fondamentale tanto quanto un’affinità. Le antiche tradizioni, gli affetti, i luoghi amati: sono temi cari a tutti coloro che hanno avuto un’educazione familiare attenta e rispettosa riguardo questi principi.

La famiglia Serafino è senza dubbio il classico esempio di realtà vitivinicola piemontese, che è stata in grado di sintetizzare oltre 150 anni di storia nel pieno rispetto dei temi fino ad ora enunciati. L’azienda ha una storia davvero importante: è stata fondata attorno al 1878 a Canale d’Alba, cuore pulsante del Roero. Questo distretto vitivinicolo in provincia di Cuneo, situato sulla sponda sinistra del Tanaro, dal 2014 è stato proclamato sito Unesco, assieme alle vicine Langhe e Monferrato.
La storia di questa famiglia inizia grazie allo spirito imprenditoriale del suo fondatore, il ventiquattrenne Enrico Serafino, proprietario terriero originario di Romano Canavese. Per realizzare il suo sogno decide di trasferirsi nel cuore pulsante del Piemonte viticolo, là dove la terra baciata dal sole è in grado di offrire uve ben mature e ricche d’aromi. Sin dal principio l’ambizione ha caratterizzato lo stile e la filosofia di quest’azienda, già a quei tempi l’obbiettivo era quello di produrre diverse tipologie di vini nobili destinati alle tavole importanti piemontesi: rossi, bianchi, spumanti, prodotti sfruttando i migliori vigneti delle colline piemontesi.

Da fine Ottocento e in seguito nei primi del Novecento, i vini Enrico Serafino, quali Barolo, Barbaresco e Barbera, venivano esportati in tutto il mondo: dall’Europa alla Cina, dalle Americhe all’India. Negli ultimi quindici anni ho avuto la possibilità di visitare l’azienda più volte, ciò che mi ha sempre sbalordito è il fascino delle gallerie ottocentesche, incantevoli nella loro quiete ricca di storia e fascino. A tal proposito è da segnalare che Enrico Serafino fu una delle prime Case Storiche Piemontesi a produrre all’interno di queste meraviglie sotterranee grandi Barolo, Barbaresco e pregiate cuvée di Metodo Classico. Quest’ultimo, ai tempi, identificabile per via del raffinato logo art déco, rappresentò une vero e proprio manifesto dell’Italia del vino nel mondo: i suoi cartelloni pubblicitari comparvero nelle strade di Londra, New York, Parigi e le bottiglie divennero protagoniste dei ricevimenti più importanti dell’epoca, oltre ad apparire in alcune importanti scene dei film hollywoodiani.
Nonostante il successo internazionale del brand, la famiglia Serafino, col passare degli anni, conserva un animo artigianale e a carattere prettamente familiare; il concetto di tradizione qui è fortemente caratterizzato dai fatti, gli stessi si leggono sui libri di storia. L’esempio più calzante è rappresentato dal riconoscimento dato alla Casa Piemontese Enrico Serafino quale produttore storico di Barolo e Barbaresco che vale il diritto legale, in deroga alle norme restrittive dei disciplinari, di compiere l’intero processo di vinificazione e affinamento di questi due vini nelle proprie cantine di Canale, ovvero fuori dalla normale area autorizzata.

L’azienda è visceralmente legata al Piemonte e alle terre del Roero, tanto da volerle rappresentare anche nel proprio logo: la conchiglia dorata si ispira al suolo piemontese nato dal sollevamento dei fondali marini e pertanto ricco di minerali e fossili acquatici preistorici.
Oggi la proprietà è della famiglia Krause Gentile che ha mantenuto la filosofia dell’azienda, queste le parole di Kyle Krause al timone dell’azienda: ”Sono cresciuto con una madre italo-americana e sin da bambino sono stato influenzato dalla sua cultura del cibo e del vino. Quando ero piccolo la maggior parte dei miei amici voleva crescere per diventare un pompiere. Io, invece, volevo diventare un produttore di vino. Acquisire una cantina in Italia era un sogno della mia famiglia da molto tempo e la Enrico Serafino mi ha aiutato a raggiungerlo.”
Da queste semplici e concrete parole traspare una passione smodata per la nostra nazione, l’influenza della cultura del cibo e del vino trasmessa dalle origini italiane è stata importantissima per questa famiglia, realizzare il proprio sogno in patria un traguardo che ha premiato tutti gli sforzi compiuti. Ma in cosa consiste il concetto di “attitudine piemontese” per Enrico Serafino? È molto semplice: nei traguardi che hanno reso questa regione un punto di riferimento riguardo le tradizioni e lo stile in tutto il mondo: automobili, tessuti in lana, cappelli, abiti e specialità alimentari che da sempre si producono in questa terra e che vengono esportati ovunque.

Non bisogna mai dimenticare, che quest’attitudine, nasce essenzialmente dalla grande povertà che sino alla metà del ‘900 colpiva il Piemonte tutto e gran parte d’Italia. Il tempo e la saggezza delle persone furono gli elementi che aiutarono i piemontesi a migliorare gli standard di vita dell’epoca, a tutto ciò unirono il profondo rispetto per la natura, il duro lavoro e l’attenzione per i dettagli; certi in questo modo di riuscire ad ottenere il massimo dai doni naturali offerti da una terra indubbiamente vocata. Questo spirito contraddistingue ancor oggi la filosofia dell’azienda Enrico Serafino. Dal 1878 ai giorni nostri la stessa si può sintetizzare in 4 punti cardinali del concetto stesso di “Attitudine Piemontese”: tempo, eleganza, complessità e artigianalità.
Ma è tempo di tradurre un po’ di questi principi in dati e fatti concreti, rapportandoli ai giorni nostri. La produzione annuale è di 350.000 bottiglie ottenute da uve che provengono dai 25 ettari di proprietà nelle zone di Barolo, gran parte di altri noti comuni delle Langhe, Roero e Alta Langa, oltre che dai 35 ettari di vigneti di conferitori di lungo periodo che vengono continuamente monitorati dagli agronomi della Casa.

Oltre ai vigneti è la cantina il vero simbolo dell’azienda, un attaccamento che oserei definire sacrale con il suo luogo d’origine; bisogna sottolineare che ancor oggi l’edificio è ubicato nella stessa sede degli inizi, in un complesso di fabbricati originali che sono uno dei punti di riferimento di Canale e della zona vitivinicola che circonda Alba. Un totale di oltre 6.000 metri quadrati, disposti su tre livelli, dove ho potuto riscontrare un giusto mix di tecnologia e tradizione, macchinari all’avanguardia e classici contenitori in legno per l’affinamento.
Largo spazio è stato concesso alla memoria, ai ricordi: antichi strumenti di lavoro e attrezzature per la vinificazione compongono una sorta di museo dedicato alla viticoltura, elementi che rendono l’atmosfera suggestiva e affascinante. Ma il vero gioiello aziendale è rappresentato dalle originali grotte sotterranee ottocentesche che mantengono temperatura e umidità costanti, luogo ideale per celebrare il rito produttivo e soprattutto l’affinamento degli spumanti Metodo Classico Alta Langa.

Il vino nasce in vigna e per l’azienda ogni appezzamento è sacro e rappresenta il punto focale della qualità di ogni singola etichetta prodotta. L’azienda inoltre adotta da sempre un sistema di viticoltura sostenibile, e lo fa concretamente: sia attraverso azioni che riducono l’impatto ambientale e proteggono la biodiversità, sia attraverso la promozione di iniziative sociali. Riguardo il primo punto, lavora attivamente per ridurre il consumo d’acqua e utilizzando il 100% d’energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili; da sottolineare il fatto che le bottiglie sono prodotte con almeno il 65% di vetro riciclato, gli imballaggi con il 70% di carta riciclata e le etichette con il 100% di carta naturale certificata FSC (Sistema internazionale di certificazione forestale).
Anche i tappi sono in sughero e riciclabili al 100%. Da qualche mese l’azienda ha concluso il percorso per la Certificazione VIVA, un protocollo del Ministero Italiano dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare progettato per valutare le prestazioni di sostenibilità da comunicare ai cittadini. Viene verificato e monitorato un set importante di elementi quali emissioni di CO2, consumo d’acqua e pratiche agricole, oltre alla responsabilità sociale. Riguardo quest’ultimo tema la Enrico Serafino è molto impegnata: ha promosso negli ultimi anni visite guidate dedicate al pubblico includendo specifici programmi per rendere accessibile l’esperienza anche alle persone con disabilità.
Anche con le Scuole, partendo dalla primaria, ha sviluppato progetti che vanno bel oltre la visita didattica, uno sguardo attento a cogliere la visione che i bambini hanno del mondo del vino. Dagli stessi son stati realizzati dei disegni che saranno esposti al prossimo Vinitaly.

Tornando per un momento al lavoro svolto in vigna, bisogna specificare che la vendemmia viene svolta a mano, le uve vengono posizionate nelle cassette apposite e successivamente avviene la doppia cernita su tavoli vibranti al 100% esenti da convogliatori a coclea, segue la fermentazione con la metodica del cappello sommerso, tenendo i vigneti separati per capire sempre le differenze e le peculiarità di ogni singola macro area. Ogni movimento del vino avviene in ambiente inertizzato da azoto, lo scopo è massimizzare l’utilizzo della gravità grazie ai tre livelli della cantina, riducendo così il passaggio nelle pompe di trasferimento.
Da un punto di vista prettamente geologico, l’area vitivinicola dove è ubicata la cantina, e i rispettivi vigneti, è chiamata in gergo tecnico BTP(Bacino Terziario Piemontese) e comprende una vastità enorme di elementi che convergono quali rocce vulcaniche, basaltiche e di emersione del fondale marino.

I vigneti di proprietà si trovano per la maggior parte in Langa. I suoli d’origine miocenica, risalgono a circa 15 milioni d’anni fa, perlopiù costituiti da terre bianche di carattere calcareo-argilloso. In particolare, la Enrico Serafino possiede vigneti nel comune di Serralunga d’Alba, uno degli undici comuni dove si produce il Barolo, e più avanti illustrerò proprio un’etichetta specifica relativa a questo territorio.
Nelle colline del Roero, dov’è ubicata la sede storica dell’azienda, al contrario, i terreni sono più sabbiosi e morbidi, perché originatisi “solo” 5 milioni d’anni or sono. Un paesaggio caratterizzato dalla biodiversità: vigneti, boschi, noccioleti e soprattutto le famose “rocche”, ovvero ripide e scoscese pareti di roccia tufacea che ad un tratto appaiono dominando il paesaggio. Inutile anche ribadirlo, considerando la filosofia aziendale, ma l’attaccamento alla tradizione qui è davvero importante: i principali vitigni coltivati sono ovviamente quelli autoctoni: nebbiolo, barbera e arneis.
Possiede in tutto 25 ettari vitati di proprietà: 14 nelle Langhe e 11 nella zona del Roero; altri 35 ettari gestiti sono riconducibili sempre al territorio langarolo-roerino a cui si aggiunge il Monferrato, vigneti controllati e supervisionati scrupolosamente dai tecnici dell’azienda attraverso contratti di lungo periodo con i proprietari agricoltori e conferitori. Tutti i vini sono prodotti e imbottigliati all’interno delle cantine di proprietà: Barolo, Barbaresco, Picotener, Nebbiolo, Barbera d’Alba, Barbera d’Asti, Roero Arneis e Alta Langa DOCG, per una produzione annuale di 340.000 bottiglie.
Veniamo dunque ai 3 vini presentati dall’azienda.

Alta Langa Metodo Classico Riserva Pas Dosé 2014 Sboccatura Tardiva
Un territorio, quello dell’Alta Langa, che mi sta appassionando sempre più, conto presto di approfondire tante altre realtà che stanno pian piano facendo tornare in Piemonte tanta attenzione nei confronti delle bollicine. Forse non tutti sanno che questa regione vanta la primogenitura italiana della produzione di Vino Spumante. Dal 1850, infatti, le cantine piemontesi producono bollicine metodo classico. L’azienda Enrico Serafino è arrivata poco dopo, nel 1878, nelle stesse cantine sotterranee utilizzate ancora oggi per i propri Alta Langa DOCG.
Nel 1990 nasce il progetto Alta Langa, un territorio magnificamente illustrato nei racconti di Pavese e Fenoglio, una terra più aspra: terreni marnosi, ricchi di calcare e argilla dove i cloni più vocati delle due uve per eccellenza utilizzate nel metodo classico, chardonnay e pinot nero, hanno trovato una felice connotazione. Serafino è stata una delle prima a produrre Alta Langa conquistando negli anni la fiducia del pubblico e degli esperti; con il vino “ZERO” Riserva Pas Dosé Alta Langa DOCG ha ottenuto tantissimi premi importanti. Già dal nome in etichetta appare chiaro il messaggio: voler tradurre fedelmente ciò che il territorio è in grado di donare alle uve.
Una vinificazione essenziale atta ad esaltare le caratteristiche principali del metodo classico, ovvero uno stile che premia freschezza, vitalità e invoglia la beva, caratteristiche sempre più essenziali a mio avviso, soprattutto considerando l’innalzamento delle temperature. I Vigneti son situati nei comuni di Mango, Loazzolo e Bubbio ad un’altitudine compresa tra i 450 – 550 m s.l.m., i suoli sono ricchi di calcare e argilla. Vendemmia manuale, resa in mosto fiore del 45%, l’intero processo si svolge senza l’utilizzo di coclee al fine di trattare le uve nel modo più delicato possibile. Il mosto viene fatto fermentare in vasche d’acciaio inox a temperatura controllata e conservato per 6 mesi sulle fecce con frequenti bâtonnage. Prodotto secondo metodo classico con affinamento sui lieviti di 72 mesi e sboccatura tardiva.
Viene esclusa ogni forma di liqueur d’expédition , dunque lo “ ZERO” è un Pas Dosé. In Alta Langa, e non fa eccezione quest’etichetta, è quasi sempre il pinot nero ad avere la meglio sullo chardonnay, in questo caso il rapporto è 85% -15 %, le vigne hanno in media 20-25 anni d’età. 12,5 % Vol., calice luminoso, algido nella sua tonalità paglierino chiaro con riflessi beige. Perlage particolarmente minuto e continuo anche a diversi minuti dalla mescita. Indubbiamente la 2014 è stata un’annata caratterizzata da abbondanti piogge, ma il mese di settembre è stato positivo con buone escursioni termiche protratte fino al mese d’ottobre, tutto ciò ha contribuito alla maturazione dell’uva e alla composizione del suo quadro fenolico.
Al naso mostra buona sinergia tra note calcaree e croccantezza del frutto bianco che sa di ribes e uva spina, accompagnate da tiglio, confetto, miele alle erbe di montagna, pepe bianco e muschio, un dolce sentore di panificazione accompagna tutto il quadro olfattivo. Il palato è scorrevole, bollicina croccante, tensione acida e sale sono le due caratteristiche principali, accompagnate da una sensazione di pienezza del frutto che rende il sorso, oltre che stimolante, equilibrato e dinamico, lungo e appagante. Ottimo l’abbinamento con un apetizer di gamberi cotti al vapore adagiati su un vol au vent con gocce di burrata a guarnire.

Gavi di Gavi Grifo del Quartaro 2019
Non solo arneis, il bianco autoctono più diffuso in Langa e Roero, l’azienda punta molto sul cortese, un’uva dalle grandi potenzialità dell’alessandrino, senza ombra di dubbio tra le più longeve dell’intero stivale; Il comune di Gavi, che da il noma alla celebre DOCG nata nel 1998, ne rappresenta la culla d’elezione. Il nome “Grifo del Quartaro” si riferisce ad una moneta antica usata dai Signori Genovesi che erano i proprietari terrieri della vigna del Gavi. Per la cronaca, la famosa città portuale ligure dista soli 50 km da queste colline ricche di argilla e limo.
L’annata 2019, caratterizzata da un clima mite in tutti i mesi successivi ad un aprile piovoso, ha dato vita ad una vendemmia con uve sane e livelli d’acidità leggermente più alti rispetto alla media. I grappoli vengono selezionati a mano sul tavolo vibrante e raffreddati con neve carbonica per evitarne l’ossidazione e ridurre considerevolmente l’uso di solfiti. In seguito vengono sottoposti a pressatura soffice.
Il mosto ottenuto viene raffreddato, prima della fermentazione, in vasche d’ acciaio inox a temperatura controllata, a questa tipologia d’affinamento segue solo un periodo di tre mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Da uve 100 % cortese, vigne di 15-25 anni d’età danno una resa pari a 9500 kg/ha, 12,5% Vol., tinge il calice attraverso una tinta paglierino intenso che in controluce evidenzia riflessi oro antico, mostra consistenza e luminosità. Un respiro piuttosto intenso, in questa fase offre dolci ricordi di frutta croccante: mela Golden, susina gialla, ananas, scorza di limone e una punta di maggiorana. Con lenta ossigenazione altre sfumature che rimandano alla costa ligure: salsedine, iodio, chinotto e lavanda, frutta secca (noce e mandorla in primis).
In bocca il vino è pieno, rotondo, succoso, il frutto riempie la bocca e i rimandi agrumati vivacizzano l’insieme, in un crescendo di sapidità che è in leggero vantaggio sulla freschezza, alcol ben fuso, a mio avviso è ancora molto giovane. Perfetto l’abbinamento con un piatto di ravioli con pesto e mozzarella di bufala, spadellati con burro e salvia.

Barolo Serralunga 2016
Oltre 140 anni d’esperienza nella produzione del celebre Barolo, uno tra i vini più importanti al mondo storicamente definito “Vino del Re, Re dei Vini”. La Enrico Serafino ne produce tre tipologie: il “Monclivio” che deriva da vigneti situati, oltre che a Serralunga d’Alba, anche a La Morra e Monforte d’Alba, il” Briccolina” e il “Serralunga” (entrambi con vigneti solo a Serralunga). È proprio quest’ultimo che mi appresto a stappare. Volendo semplificare, anche se non amo farlo, questo comune dona al Barolo longevità, potenza e struttura, oltre ad una componente tannica importante domata sapientemente da un utilizzo mai invasivo del legno di rovere, almeno per quanto riguarda quest’azienda.
La 2016 è un’annata grandiosa, sempre più assaggi me lo stanno confermando. Ha avuto uno dei cicli vegetativi più lunghi degli ultimi anni: ad un febbraio-marzo caratterizzato da abbondanti piogge, causa del ritardo fenologico di circa 10 giorni, si è contrapposto un agosto-settembre caldo e regolare, privo di siccità; dunque piena maturazione ed equilibrio eccellente, aromi complessi e grande struttura, ma soprattutto buona quantità ed eccellente qualità. Le vigne hanno in media 20-30 anni d’età, le uve crescono su terreni di tipo Elveziano caratterizzati da forte presenza di marne grigie brune molto compatte, argilla e calcare.
Il “Serralunga” fermenta in vasche d’acciaio inox e in tini troncoconici di legno a temperatura controllata. La macerazione è di lunga durata e viene arricchita con la pratica del délestage, e in parte con la tradizionale tecnica a cappello sommerso per oltre 28 giorni. Il processo d’affinamento in legno dura in tonneaux per 12 mesi e, per una parte, 16 mesi in botti di rovere di medie dimensioni (2500 litri). 100 % nebbiolo, resa pari a 8000 kg/ha. 14,5 % Vol., colore profondo, intenso, rubino caldo con venature granato, media trasparenza, si muove lentamente all’interno del bicchiere.
Un lungo respiro di stampo speziato-terroso esordisce al naso: sottobosco, terriccio umido, more e ciliegie mature, ancora liquirizia e tabacco in foglie, cuoio e folate balsamiche di eucalipto; infine una nota intrigante di grafite e pepe nero. Evolve nel bicchiere ingentilendosi sempre più, senza mai perdere la sua vena “dark” che lo caratterizza dal primo all’ultimo minuto, un’impronta fedele al suo territorio.
La potenza gustativa è commisurata all’eleganza del sorso, un andirivieni di sensazioni fresco-sapide vivacizzate ancor di più dal tannino vispo, non potrebbe essere altrimenti considerando l’annata e le potenzialità dei vigneti di Serralunga. Ciò che rimane in bocca è una sensazione piacevole di frutti e spezie, con un finale ammandorlato e leggermente asciutto, ideale per contrastare alla perfezione un buon brasato al Barolo con contorno di purè di patate preparato a mestiere.
Andrea Li Calzi


