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“Grandi Langhe” 2020, la quinta edizione in dieci assaggi

Evento Grandi Langhe 2020

La quinta edizione di Grandi Langhe si è tenuta il 27 e 28 gennaio nella consueta capitale politica ed economica del celebre comprensorio vitivinicolo piemontese, Alba, di nome e di fatto, perché segna l’esordio, in cadenza annuale, di una delle più prestigiose anteprime d’Italia. La rassegna è incentrata principalmente sulle nuove annate delle denominazioni più importanti del comprensorio: Barolo, Roero e Barbaresco, ma non solo, è possibile, al contrario di “Nebbiolo Prima”, diventato un evento sempre più blindato e dedicato a pochi eletti, assaggiare anche annate precedenti purché ancora in commercio, reperibili a 360°. “Grandi Langhe” è di fatto una grande rassegna del vino langarolo dedicata ai professionisti di settore, quest’anno ha battuto ogni record. Un grande successo ampiamente annunciato, i meriti sono molteplici: una buona attività di comunicazione ha preceduto l’evento mediante i canali informativi più utilizzati (riviste on line e cartacee, social network, blog…), il constante aumento d’interesse nei confronti di questo importantissimo comprensorio vitivinicolo piemontese, il vino made in Langa oggi attira sempre di più i mercati esteri, senza tralasciare gli importanti record raggiunti dal valore dei vigneti in alcuni cru di Barolo, in alcuni casi gli stessi sfiorano i due milioni di euro per un singolo ettaro.

Evento Grandi Langhe 2020

Le richieste di accredito hanno registrato il tutto esaurito già a una settimana prima della manifestazione, la stessa è stata organizzata dal Consorzio di Tutela Barolo e Barbaresco Alba Langhe e Dogliani presieduta da Matteo Ascheri, dal Consorzio Tutela Roero, da segnalare il contributo dell’Ente Turismo Langhe Monferrato e Roero, della Regione Piemonte e Ubi Banca. Questi importanti soggetti giuridici hanno reso possibile l’evento ospitando oltre 50 buyer italiani e stranieri, provenienti da diverse nazioni d’Europa quali Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Polonia, Lituania, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Russia, Inghilterra, Spagna e Austria, e giornalisti giunti da 34 paesi diversi di tutto il mondo.

Vigneto in Langa

Queste le parole del presidente Matteo Ascheri: L’interesse per i vini delle Langhe c’è, ed è in costante crescita, il nome “Grandi Langhe si sta affermando sempre di più anche fuori dall’Italia”. Oltre alla bellezza di 206 cantine presenti all’evento, ognuna delle quali autorizzata a offrire un massimo di cinque referenze, sono state organizzate masterclass condotte dal noto giornalista ed editore Alessandro Masnaghetti, importante cartografo, protagonista indiscusso delle Menzioni Geografiche Aggiuntive (MGA) dedicate ai grandi terroir di Langa. I numeri registrati sono stati all’altezza delle aspettative, oltre 2000 professionisti intervenuti da tutto il mondo hanno potuto liberamente degustare un totale di circa 1500 etichette.
Di seguito gli assaggi che mi hanno colpito di più, per non far torto a nessuno ho scelto tre etichette per ognuno dei tre comprensori protagonisti, più un outsider. Ho dato spazio anche ad aziende emergenti, o gestite da nuove generazioni, le stesse mi hanno stupito positivamente, dimostrando che le nuove leve stanno lavorando molto bene, con umiltà e dedizione, consapevoli del grande potenziale che hanno tra le mani, assicurando dunque all’intero comprensorio un futuro sempre più roseo.

Langhe Nebbiolo Luen 2015 MossioLanghe Nebbiolo “Luen” 2015 – Mossio
Iniziamo proprio dall’outsider, questo gran bel Nebbiolo dimostra con classe che il potenziale di alcune vigne in Langa è notevole anche al di fuori dei vari disciplinari blasonati. L’azienda ha storiche radici in questo territorio, e produce uno tra i Dolcetto d’Alba che maggiormente mi hanno stimolato negli ultimi anni, oggi è guidata da Valerio e Remo Mossio, aiutati dal giovane nipote Michele. Dieci ettari a Rodello, un piccolo comune di circa mille abitanti situato ad una decina di chilometri a sud di Alba, ad est rispetto a Grinzane Cavour e Serralunga. Il “Luen” è un nebbiolo 100%, viene allevato su suoli prevalentemente limosi con un buon saldo di argilla e sabbie, affina 12 mesi in legno. Un calice granato di buona trasparenza che mostra un buon estratto. Un naso fine, rimanda ad un floreale leggermente acre di violetta e rosa rossa, guizzi speziati di pepe nero e noce moscata, il ribes si fa largo tra i sentori, anticipando una netta mineralità che rimanda al terriccio ed al sottobosco. Palato succoso, tannino cesellato per via del prolungato affinamento in bottiglia del campione, freschezza in linea con una sapidità che ne allunga notevolmente la persistenza. Una gran bella (ri)scoperta.
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Roero “Batistin” 2016 Mario CostaRoero “Batistin” 2016 – Mario Costa
Dal 1952 la famiglia Costa produce vini di grande tradizione roerina puntando sempre di più sull’ecosostenibilità, le tecniche impiegate di viticoltura integrata prevedono l’utilizzo di mezzi chimici solo se indispensabili a tutelare uno sviluppo armonico della pianta. Fu Giuseppe che, con la moglie Giuseppina Pelassa, acquistò i primi terreni nei comuni di Montà e Canale. Oggi Giuseppe e Luca portano avanti il medesimo discorso, con lo stesso rigore, e questo Roero “Batistin” n’è un fulgido esempio. Il calice è luminoso, un bel granato trasparente con lampi rubino, il naso è austero e rimanda alle erbe officinali, al timo, al lampone, eucalipto, un chiaroscuro di note dolci-amare che anche in bocca vivacizzano il sorso, rendendolo piacevole, opportunamente sapido e di estrema freschezza, complice un’annata regolare e priva di eccessiva siccità. Da riassaggiare assolutamente tra un anno circa.
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Roero Riserva “San Carlo” 2016 - ValdineraRoero Riserva “San Carlo” 2016 – Valdinera
Da quattro generazioni la famiglia Valdinera produce vini a Corneliano d’Alba, un territorio in cui prevale nettamente l’argilla rispetto alle famose sabbie che caratterizzano il Roero. Oggi la proprietà si estende su 20 ettari di vigneto ed è nelle mani di Beppe, affiancato soprattutto nella parte produttiva e di vendita dalla figlia Pamela e Carol, l’obbiettivo comune è tramandare la tradizione del nebbiolo allevato in queste colline, una terra in cui il vitigno autoctono per eccellenza piemontese assume toni di grande finezza ed eleganza. La prima annata del “San Carlo” risale al 1989, oggi le vigne hanno 45 anni e devo riconoscere che questo vino, ad ogni anteprima, mi convince sempre di più. Non poteva di certo mancare all’appello la 2016, dai toni croccanti e golosi, un bel granato caldo con riflessi rubino, sentori articolati e ben definiti di amarena, anice stellato, pepe rosa, viola, brezze marine, un accento salmastro, colpisce proprio per la pulizia di questi aromi. In bocca prevalgono sensazioni di equilibrio, un frutto maturo ravvivato da un crescendo di freschezza, doti di agilità controbilanciate da un tannino protagonista e una lunga scia sapida che impegna senza appesantire. I 14,5% Vol. in etichetta sono solo un dettaglio. Vino con grandi potenzialità d’invecchiamento.
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Roero “Srü” 2017 - Monchiero CarboneRoero “Srü” 2017 – Monchiero Carbone
Fondata nel 1987, la cantina Monchiero Carbone è situata a Canale d’Alba, uno dei comuni maggiormente rappresentativi del territorio roerino, molte delle aziende più note sono dislocate in questo borgo di circa 5.600 abitanti. Marco Monchiero, Lucetta Carbone e il loro figlio Francesco, continuano la tradizione familiare che risale ad inizi’900. Vigneti allevati in alcuni tra i cru storici del comprensorio, tra cui Renesio e Mombirone. La produzione si assesta sulle 100 mila bottiglie ed un motto dialettale molto significativo, scolpito nello stemma, traduce in maniera esemplare il loro impegno: “ogni uss a l’ha so tanbuss”(ogni porta ha il suo batacchio) tradotto in termini pratici, ogni etichetta ha le sue precise peculiarità territoriali. A riguardo a me ha colpito molto l’anteprima dell’annata 2017 del Roero DOCG “Srü”. Uve che vengono allevate in terreni dove la sabbia è un elemento molto caratterizzante, disegna il tratto di un nebbiolo incentrato sulla finezza e l’eleganza. Già dal colore evidenzia vivacità espressiva, un rubino-granato luminoso. Il naso, a dispetto di un’annata caratterizzata da temperature molto alte, evidenzia sin dal principio un’impronta floreale e fruttata incentrata su toni freschi di violetta, ibisco, lampone, fragolina di bosco, un accento speziato di pepe nero cede il posto alla liquirizia ed al tabacco in foglia. Ha una buona densità gustativa, alleggerita da una freschezza ed un ritorno salino che regolano l’intensità stessa del vino, il finale rimanda all’acidità dei frutti descritti. Già piuttosto equilibrato darà il massimo tra 24-36 mesi, senza paura di invecchiare ulteriormente. Vino in divenire.
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Barbaresco Pajoré 2017 – Rizzi
La cantina Rizzi, fondata quarant’anni fa da Ernesto Dellapiana, presenta le anteprime relative ai cru Rizzi, Nervo e Pajorè. È proprio quest’ultimo ad aver catturato la mia attenzione, soprattutto in questa fase. Situato al confine con il comune di Barbaresco, si parla di circa 3 Ha che vanno dai 300 m s.l.m. sino ad arrivare ai circa 230, e lambiscono la parte bassa della valle. Esposto a sud, i terreni sono in prevalenza marnosi. Con il sorriso che la contraddistingue è proprio la vulcanica Jole Dellapiana ad illustrarmi le peculiarità di questo importante cru. Jole è Vice Presidente dell’Enoteca Regionale del Barbaresco e portavoce dell’azienda Rizzi in tutte le manifestazioni di settore. Assieme a Francesco Versio e Gabriele Occhetti ha dato vita l’anno scorso alla prima edizione di “Espressione Barbaresco”, evento a cui ho dedicato un articolo piuttosto approfondito, mi auguro che anche quest’anno la manifestazione si ripeta con una formula così azzeccata, i presupposti ci sono tutti visto il successo della prima edizione. Il Pajoré 2017 è in veste rubino vivace con unghia granato, rispetto alla 2016 assaggiata all’evento sopracitato, si offre al naso con più immediatezza: sinuoso, accattivante, un frutto definito ed opportunamente maturo, visciole, more, susina rossa, la parte salmastra si intreccia alle spezie orientali, lievissimi tocchi empireumatici a chiudere, con opportuna ossigenazione ritorna il floreale nitido e molto elegante. Il sorso è piuttosto equilibrato ma ancora in divenire, teso, fresco, sinergia tra componenti tanniche e rotondità data dal frutto, un insieme accattivante che invoglia la beva, una materia di tutto rispetto che impegna il palato senza strafare. Un gigante che danza in punta di piedi con l’agilità di una ballerina della Scala.
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Barbaresco Poderi Colla

Barbaresco “Roncaglie”2016 – Poderi Colla, Tenuta Roncaglia
Il 15 gennaio 2019 se ne è andato all’età di 88 anni Beppe Colla, ha lasciato un grande vuoto nel cuore degli appassionati perché è stato uno dei personaggi più importanti del panorama vitivinicolo albese, un vero patriarca del territorio. Nel 1949 nasce Tino, l’ultimogenito di Pietro Colla il fondatore dell’azienda, che dopo aver affiancato il fratello Beppe in una delle aziende più celebri dell’intera Langa, diventa il punto di riferimento per la nuova Poderi Colla, azienda nata nel 1994 che si avvale ormai anche dell’esperienza di Federica e Pietro, rispettivamente nipote e figlio di Tino. La proprietà si estende su tre grandi territori: Cascine Drago a San Rocco Seno d’Elvio di Alba, Tenuta Roncaglia a Barbaresco e Dardi Le Rose a Bussia di Monforte d’Alba, nel 2016 si è aggiunto anche il Bricco Bompè a Madonna di Como di Alba. Il Barbaresco “Roncaglie” 2016 Poderi Colla ha un carattere molto tradizionale, complice un’annata che ricorda i vecchi millesimi ante 2000, è un vino a tratti nostalgico, non mi sento di descriverne i sentori, in questo caso lo trovo persino riduttivo, è un vino che suscita ricordi, emozioni vissute in vigna e in cantina, soprattutto per coloro che hanno approfondito con passione questa stupenda regione. Ha la carta del vecchio Piemonte agricolo stampata in faccia: le prime nebbie di ottobre, le abbondanti nevicate, i volti seri e cordiali dei vignaioli piemontesi tra i ciabot, insomma l’austerità di questo grande vino è commuovente in tutti gli aspetti possibili e immaginabili. In ricordo al grande Beppe Colla.
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Barbaresco Sottimano

Barbaresco “Basarin” 2016 – Sottimano
Sottimano è una famiglia di grande tradizione agricola legata indissolubilmente al paese di Neive. Fu Rino, enologo dell’azienda, ad avviare l’attività a partire dagli anni Settanta, oggi è affiancato dal figlio Andrea che lo segue con passione in vigna e in cantina, fondamentale la collaborazione della moglie Anna e della figlia Elena che curano gli aspetti commerciali della cantina. Rino è da sempre attento a preservare il suo patrimonio vitivinicolo, con schiettezza ed essenzialità persegue una strada lontana dalle mode del momento, questa filosofia si avverte moltissimo nei suoi vini. L’approccio sano e naturale in vigna ha facilitato molto la conversione al biologico avviata di recente. L’azienda possiede 14 ettari di vigne situate a Neive e Treiso in prestigiosi cru quali: Pajoré, Cottà, Fausoni, Currà e Basarin. L’impegno in vigna ed in cantina risulta essenziale e non incontra compromessi: nessun prodotto sistemico o diserbo, basse rese, meticolosi diradamenti, solo lieviti indigeni e soprattutto lunghe macerazioni con affinamenti di oltre un anno sui lieviti, alla vecchia maniera. Il “Basarin” 2016 è uno nebbiolo in purezza da un vigneto storico situato tra Neive e Barbaresco, prende il nome dell’omonimo cru esposto a sud-ovest ad un’altitudine di circa 350 metri. Il terreno è di origine miocenica-elveziana, molto calcareo-marnoso con venature di sabbia. Le viti hanno un’età media compresa fra i 25 e i 60 anni e la resa per ettaro non supera mai i 40 quintali. Un calice che si palesa granato profondo con qualche nuance rubino, pura essenzialità di stampo classico, un omaggio al grande nebbiolo in un’annata che concede il raro pregio di preservare l’austerità, tanto al naso quanto al palato. Viola, amarena, ribes, liquirizia, anice stellato, pepe nero, noce moscata, chiodo di garofano, effluvi minerali terrosi e di pietra arsa al sole, sentori che si moltiplicano progressivamente grazie all’ossigenazione, evolvono man mano ingentilendosi sempre più. Il palato ha una trama tannica importante, è giusto che sia così data la giovane età del campione, al contempo l’equilibrio non sfugge per via della struttura del vino; coerente al naso richiama fortemente l’acidità dei frutti descritti in un finale sapido ogni oltre modo. Vino da dimenticare coscienziosamente in cantina per almeno 4-6 anni.
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Barolo Boroli

Barolo “Brunella” 2016 – Boroli
La famiglia Boroli, DNA piemontese al 100%, vanta una tradizione nell’ imprenditoria che vede gli albori nel 1831. Prima nel tessile, poi nell’editoria, ma ormai da diversi decenni si dedica alla viticoltura. Negli anni novanta Silvano ed Elena Boroli intraprendono un viaggio d’immersione totale nel mondo del vino made in Langa, prima per pura passione, oggi con altissimi livelli di competenza e professionalità. Nel 2000 entra in azienda Achille, il terzo di quattro figli. La proprietà si estende su tre di dei comuni classici della DOCG del Barolo: Castiglione Falletto (Cascina La Brunella), Barolo (Borgata Cerequio) e La Morra (Cascina Sorello). Le vigne hanno un’età compresa tra 10 e 40 anni. Queste le parole di Achille Boroli in merito al vino che mi ha conquistato di più all’evento: «Brunella, fino al 2010 non era considerato un cru. Le uve venivano assemblate per il nostro Barolo classico. Poi ho cercato negli archivi le prove che questa era una zona pregiata. Ho trovato un documento del 1666: era descritta come uno dei posti migliori per il vino. Nel 2013 abbiamo iniziato. Brunella è un vigneto storico ma finora non era mai apparso su un’etichetta di Barolo». Situato nel comune di Castiglione Falletto con esposizione a sud-ovest, il terreno di questo cru è prettamente argilloso – calcareo, con buona profondità sulla marna di 1-2 metri. Vigne d’età compresa tra i 6 e i 35 anni. Granato, tonalità profonda ingentilita da riflessi color mattone, mi ha subito conquistato per la pulizia di profumi ed un timbro che rivelano la classe e la finezza del nebbiolo coltivato in questo comune. Esordisce dolce, un insieme di fiori e frutti di bosco freschi quali violetta, fragolina di bosco, lampone, acqua di rose, susina rossa, persino albicocca matura; la liquirizia infittisce la trama e un ricordo di calcare, timo e tabacco aumenta l’austerità del bouquet. E’ proprio il palato l’arma vincente del vino perché mostra un agilità di beva coadiuvata da un profilo tutt’altro che snello, sorso slanciato e succoso, un estratto dei frutti descritti, il tannino è fitto ma dolce, conseguenza diretta di un occhio attento in vigna e soprattutto in cantina. Il Pietro Mennea di Castiglione Falletto.
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Barolo Brezza

Barolo “Castellero” 2016 – Brezza
Una cantina storica in quel di Barolo, una lunga tradizione datata 1885 che tra le tante curiosità vanta uno tra i primati in termini di imbottigliamento in proprio, correva l’anno 1910. Nonostante l’impostazione estremamente classica dell’azienda, Enzo Brezza negli ultimi anni ha portato diverse novità e rinnovamenti, soprattutto per quanto concerne la parte agronomica dell’azienda. Circa 20 ettari in zone altamente vocate del comprensorio dove si pratica solo sovescio e compostaggio, esposizioni incredibili in cru storici quali Cannubi, Sarmassa e Castellero, così, giusto per citare nomi che mettono subito sull’attenti. La cantina ha un profondo rispetto per la natura ed il territorio circostante, ha acquisito già da tempo la certificazione biologica, inoltre alcune etichette, non tutte ovviamente, vengono tappate con particolari tappi in vetro. Il “Castellero” 2016, presentato in anteprima, proviene dall’omonimo cru esposto a sud a 300 metri d’altitudine, una tessitura di sabbia 40%, limo 33%, argilla 27%, la vera particolarità è data dalle cosiddette Arenarie di Diano, originatesi nell’Elveziano da correnti di torbido sottomarine, un terreno nettamente più sabbioso rispetto al Cannubi. Questa peculiarità in effetti la si avverte sin dal colore, un granato vivace con riflessi rubino particolarmente luminoso, naso sussurrato, fine, di estrema delicatezza, dove la viola e la rosa rossa anticipano dolci frutti di rovo, un accenno balsamico molto fresco di mentolo e terriccio bagnato, brezze marine, una vena salmastra. Il palato è ricco di materia, la stessa scivola con disinvoltura e agilità, freschezza e tannino protagonisti in questa fase, la bocca si riempie di un frutto opportunamente maturo ed il sorso culmina in un allungo salino da vero fuoriclasse. Barolo delle grandi occasioni ma alla portata di tutti, per fortuna.
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Barolo “Vigna Rionda” 2016 – Pira
Nel cuore di uno tra i più celebri comuni del Barolo DOCG ha sede l’azienda vitivinicola Pira, ci troviamo a Serralunga d’Alba, più precisamente ai piedi dell’imponente castello, icona del borgo. Questa storica e antica famiglia coltiva con passione le sue terre dalla fine dell’Ottocento, ma è negli anni ’50 che Luigi Pira decide di dedicarsi solo alla viticultura cominciando a vendere uva e vino sfuso alle grandi cantine delle Langhe. Con l’entrata in cantina dei figli Romolo, Gianpaolo e Claudio l’azienda comincia a produrre vini fortemente caratterizzati dal territorio circostante, un terroir che marca inconfondibilmente il nebbiolo in quanto a potenza e struttura. Il patrimonio è composto da 12 ettari di vigneti, la metà di questi suddivisi in 3 importanti cru del Barolo: Vigna Margheria, Vigna Rionda, Vigna Marenca. I restanti 6 ettari si estendono sul versante ovest di Serralunga, sulle colline che guardano il paese di Monforte, dove l’azienda coltiva anche altre uve autoctone. Il “Vigna Rionda”2016, presentato in anteprima, è un nebbiolo in purezza che viene allevato in alcuni tra i vigneti più vocati dell’omonimo cru riportato orgogliosamente in etichetta, un ettaro esposto a sud-ovest a 330 metri sul livello del mare. I Suoli, di matrice prettamente calcarea ed argillosa, conferiscono al vino spiccata sapidità, struttura, ed un colore profondo, in questo caso granato classico di media trasparenza con riflessi rubino. Un lungo respiro minerale esordisce al naso, ben presto note di terriccio umido, sottobosco, mirtillo e amarena matura, liquirizia, tabacco dolce, folate balsamiche di mentolo, intrigante la nota di incenso che evolve sino all’ultimo. La potenza gustativa di questo vino è commisurata all’eleganza del sorso, sin dal principio la freschezza è protagonista, il tannino scalpitante e le sensazioni pseudocaloriche notevoli, ciò dimostra ampiamente che il vino è ancora in fasce, e deve stemperare la grande potenza del terroir del cru di appartenenza. Ciò che rimane in bocca è una sensazione piacevole di frutti e spezie che impegnano il palato e ne invogliano la beva. Un gigante buono.
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Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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