Le DOC della Puglia: Nardò

❂ Nardò D.O.C.
(Approvato con D.P.R. 6/4/1987 – G.U. n.226 del 28/9/1987; ultima modifica D.M. 7/3/2014, pubblicato sul Sito ufficiale del Mipaaf, Sezione Qualità e Sicurezza Vini DOP e IGP)
► zona di produzione
● in provincia di Lecce: comprende l’intero territorio comunale di Nardò e Porto Cesareo;
► base ampelografica
● rosato, rosso (anche riserva): negroamaro min. 80%, possono concorrere anche le uve provenienti dai vitigni malvasia nera di Brindisi e/o di Lecce e/o montepulciano, max. 20%;
► norme per la viticoltura
● sono da considerarsi idonei ai fini dell’iscrizione allo schedario viticolo, unicamente i vigneti ubicati su terreni silicio – argillosi – calcarei del pleistocene dotati di buona fertilità;
● i sesti di impianto, le forme di allevamento e i sistemi di potatura devono essere quelli generalmente usati o comunque atti a non modificare le caratteristiche delle uve e dei vini derivati;
● la resa massima di uva ammessa in coltura specializzata non deve essere superiore a 18 t/Ha e il titolo alcolometrico volumico naturale minimo deve essere di 11,00% vol.;
► norme per la vinificazione
● le operazioni di vinificazione devono essere effettuate all’interno della zona di produzione;
● per la trasformazione delle uve destinate alla produzione del vino “Nardò” Rosato deve eseguirsi il metodo tradizionale di vinificazione che, in particolare, prevede lo sgrondo statico delle uve pigiate dopo una macerazione compresa tra le 12 e le 24 ore. uve pigiate dopo una macerazione compresa tra le 12 e 24 ore.
Il residuo delle uve destinate alla produzione della tipologia “rosato” non può essere utilizzato per la produzione della tipologia “rosso”;
► norme per l’etichettatura
● il vino “Nardò” Rosso, ottenuto dalla vinificazione di uve con gradazione alcolica complessiva minima naturale di 12%, qualora venga sottoposto a un periodo di invecchiamento di almeno 2 anni, a decorrere dal 1° novembre dell’anno di produzione delle uve, e immesso al consumo con una gradazione alcolica complessiva minima di 12,50%, può portare in etichetta la qualificazione aggiuntiva “Riserva“;
● sulle bottiglie o altri recipienti contenenti i vini a DOC “Nardò rosso e rosato” può figurare l’indicazione documentabile dell’annata di produzione delle uve. Tale indicazione è obbligatoria per la tipologia “riserva“;
► legame con l’ambiente geografico
● A) Informazione sulla zona geografica
◉ Fattori naturali rilevanti per il legame
La zona geografica per la DOC Nardò comprende l’area delimitata dai territori amministrativi dei comuni di Nardò e Porto Cesareo entrambi in provincia di Lecce. I suoli della zona del territorio dei comuni di Nardò e Porto Cesareo sono quelli tipici delle “terre rosse” (Alfisuoli) solitamente sottili, con contatto lithico entro 70 cm. dalla superficie (Lithic Rhodoxeralfs) o da moderatamente profondi a molto profondi (Typic Rhodoxeralfs). La viticoltura è praticata con maggiore successo nelle zone in cui il suolo è sufficientemente profondo per sopperire all’indisponibilità dell’acqua e l’aridità estiva. Il clima della zona rientra nell’area d’influenza della vicinanza al mar Jonio che lambisce per circa 43 Km. Le terre di entrambi i comuni. Pertanto si tratta di clima tipico mediterraneo; l’andamento delle temperature è caratterizzato da forti escursioni, con estati calde e inverni miti. Le precipitazioni medie annue, che variano con l’altitudine, vanno dai 300 mm. fino ai 1.100. La distribuzione stagionale delle piogge ha caratteri tipicamente mediterranei concentrandosi per circa il 65% nel periodo autunno-inverno.
◉ Fattori umani rilevanti per il legame
Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al territorio di produzione, che per consolidata tradizione hanno contribuito ad ottenere il vino “NARDO’”. La città di Nardò anticamente chiamata Neretum, della quale faceva parte il comune di Porto Cesareo sino al 1975, appartiene alla provincia dì Lecce ed è situata a pochi chilometri dal mare Jonio, che bagna ben 45 Km. di coste del territorio neretino. Anche se è incerta l’epoca di fondazione di Nardò, già Strabonío e Plinio la tennero in grande considerazione come una delle tredici più importanti città del Salento. È città antichissima anche per i riferimenti alle diverse leggende sorte intorno alle genti del vicino Oriente, emigrate nel Salento perché attratte dalla fertilità del suolo.
Una prima leggenda vuole la fondazione di Nardò ad opera di genti Egizie e Assire che, dandole per emblema il toro simbolo del sole, la chiamarono Neriton; un’altra leggenda parla di popoli detti “Coni” emigrati da terre dell’Epiro o da Leucadia dopo il diluvio scatenato dal mitologico Deucalione; sicché, data per vera questa ipotesi, Nardò avrebbe oggi trentacinque secoli di vita. La città di Nardò sarebbe comunque più antica di Roma.
Nel libro decimo del poema francese del Féuélon, il quale tratta delle avventure di Telemaco, figlio di Ulisse, al tempo della distruzione di Troia (1134 a. C.) si nota che molto tempo prima della fondazione di Roma la città di Nardò era già esistente. Secondo un’altra leggenda gli abitanti della sassosa Nerito, di cui parla molto Virgìlio, sospinti dalla durissima siccità si affidarono avventurosamente al mare e, varcando lo Jonio, furono portati sulle coste dove oggi sorge Nardò e Porto Cesareo. Una volta sbarcati e trovate infinite sorgenti dì acqua potabile, vi si insediarono.
Infatti, dove sorge Nardò il luogo si chiamava Bosco Armentino, abbondante di acque sorgive.
Questa gente chiamò Neriton la nuova patria in onore alla loro isola di Nerito. È certo, comunque, che per le epigrafi rinvenute e la scoperta di tombe messianiche, anche nel luogo ove oggi sorge Nardò, i Messapi presero stanza e trovarono durevole dimora.
Neretun in un periodo molto antico, e comunque prima dell’inizio del dominio romano, aveva tanta importanza da battere moneta con leggenda ellenica; fu, tra l’altro, importante centro di tutta la Magna Grecia. La romanizzazione della città messapica di Nardò avvenne intorno al 267 a. C., dopo la conquista di Brindisi e il distaccamento in questa città di un contingente di truppe romane.
Nel 273 a.C. la città di Nardò fu però saccheggiata e devastata dalle milizie romane comandate dal console Marco Curio Dentato e 57 anni dopo venne rasa al suolo dal generale cartaginese Annibale. Risorse sotto l’impero di Ottaviano Augusto. Nel 44 a.C., durante la guerra tra Cesare e Pompeo, l’infelice città fu distrutta e poi riedificata per ordine appunto dell’Imperatore Cesare Ottaviano Augusto. Si dice che nel 42 d.C. l’Apostolo San Pietro, sbarcato nel Porto Cesareo in Arneo, fosse venuto a Nardò a predicare e convertire alla religione di Gesù il popolo neretìno, edificando una chiesetta sotterranea dedicata alla SS. Vergine Assunta. Per tutti gli antichi popoli messapi, e quindi per Nardò, il tempo dell’Impero Romano fu l’età più felice della loro storia.
Sono cessate le invasioni barbariche, le stragi e le migrazioni di stirpi e tutto il territorio salentino pienamente romanizzato acquista un tono di vita molto più tranquillo. La sicurezza politica e sociale favorisce lo sviluppo dell’agricoltura e il traffico delle merci. All’epoca imperiale risale, infatti, la cosiddetta via Traiana che passa per Nardò, costeggiando lo Jonio. Il dominio romano ebbe fine nel 555 d.C. e quindi padroni di tutto il Salento divennero gli Imperatori d’oriente residenti a Bisanzio. Purtroppo al crollo dell’impero si giunse attraverso guerre feroci che portarono alla devastazione di tutto il territorio; con l’abbandono delle campagne la miseria, la fame, i morbi e le malattie decimarono fortemente le popolazioni. Al governo di Bisanzio toccarono terre ormai brulle, squallide, trasformate in lande selvagge e acquitrinose, con una popolazione decimata e abbruttita dalle sofferenze. Sicuramente il riscatto, anche materiale, di questa gente rimasta va ascritto all’opera degli esuli, dei perseguitati d’Oriente, che erano affluiti numerosi in tutte le contrade di Terra d’Otranto e di Nardò per diffondere il Cristianesimo. I seguaci del culto erano assoggettati a persecuzioni inaudite, mutilati, arsi vivi, lapidati. Per sfuggire a queste spietate persecuzioni molti di essi espatriarono con le immagini sacre, i simulacri e le Sante reliquie. La tradizione vuole che alcuni esuli eroici, sbattuti da violento vento di scirocco sulle scogliere dello Jonio, a S. Caterina, vennero accolti solennemente a Nardò ove recarono le reliquie di Gregorio Armeno, detto l’illuminatore, evangelizzatore dell’Armenia e fondatore dell’omonima chiesa, nonché le reliquie di S. Clemente e il simulacro del Crocifisso bizantino, detto il Cristo Nero. Questo antichissimo legno bizantino è conservato tutt’ora nella cattedrale di Nardò. I basiliani, tra l’altro, fondarono in Nardò una delle più famose officine scrittorie (scholae scriptoriae) accanto all’Abbazia ove riproducevano e studiavano i capolavori della letteratura greca antica. Così i documenti e i tesori dell’antica poesia e della letteratura ellenica vennero tramandati ai posteri. Per sfuggire alla persecuzione iconoclastica, i monaci basiliani, infatti, scapparono oltremare e trovarono in molti rifugio in questa fertile terra del Salento. Qui, il monachesimo eremitico risolse il problema della totale assenza di mano d’opera locale, in quanto le terre erano state abbandonate a causa della tristizia dei tempi, e sviluppò l’agricoltura con il dissodamento e la bonifica dei terreni. Avvenne che questi coloni si raccolsero insieme in numerosi “casali” e contribuirono alla grecizzazione delle diverse cittadine salentine. Quindi il vigneto, che già nel neolitico era presente nelle vicinanze degli agglomerati rurali-pastorali, prese a svilupparsi sotto la guida dei monaci basiliani che organizzarono anche le prime “officine” di lavorazione delle uve.
Tutta la viticoltura salentina che ha legami profondi con i movimenti migratori dell’antica Grecia, si è sviluppata grazie all’attività del monachesimo basiliano che, va ricordato, introdusse tra l’altro le prime norme di diritto privato e agrario in tema di contratti enfiteutici. Certamente per molti secoli si sviluppò una viticoltura di autoconsumo che servì, a creare maggiori vincoli tra l’uomo e la terra. La vite, a differenza del grano, ha contribuito ad annullare il fenomeno del nomadismo che in queste contrade si verificava costantemente a causa dei fenomeni di saccheggio da parte di predoni, data la vastità delle coste. L’uomo con la coltivazione della vite (prima nella vicinanza dei “Casali” e poi mano a mano in tutto il territorio che dimostrava una buona vocazione per la ricchezza del suolo, affermò la volontà di voler rimanere attratto anche dalle bellezze naturali, confortato dal sorgere di una vita anche contemplativa predicata dai basiliani. La lavorazione delle uve continuò in forma artigianale nei famosi “palmenti”, spesso scavati nella roccia, e i vini prodotti, che erano di notevole alcolicità, contribuirono a far dimenticare spesso la mestizia di quei tempi. Gli antichi palmenti hanno rappresentato la prima forma razionale di vinificazione tanto che, una volta cresciuta la popolazione e la stessa viticoltura, iniziò presto un fiorente commercio di vini che partivano dai porti di Gallipoli, San Cataldo, Brindisi e Taranto.
La storia della vite e del vino del feudo di Nardò fino agli ultimi anni del secolo scorso è quella di tutta la viticoltura salentina con momenti di crisi superati con enormi sacrifici, e il fiorente commercio che si sviluppò con diversi paesi che riconoscevano all’Enotria Tellus le qualità di poter attraversare i mari senza alterarsi.
A seguito dell’invasione fillosserica, che portò alla ristrutturazione di tutti i vigneti, la vite cambiò ubicazione, trasferendosi in terreni più dotati sul piano idrico e la trasformazione delle uve assunse una forma decisamente industriale. Sorsero, così, per iniziativa dei viticoltori locali e di operatori del Nord Italia e per l’interesse nazionale e francese, i primi veri stabilimenti vinicoli.
Nel 1929 Nardò aveva già ben 1.923 Ha di vigneto in coltura specializzata e non poteva non risentire della “grande crisi” di quell’anno che influì negativamente anche nel settore del commercio vinicolo.
I numerosi stabilimenti vinicoli che erano sorti ad opera di molte Case vinicole settentrionali ed estere, non assicurarono tranquillità ai produttori delle uve, anche se erano migliorate le condizioni per il trasporto delle uve e dei vini a seguito della innovazione nel settore della viabilità ed erano stati attivati diversi collegamenti ferroviari. Elementi non solo economici e finanziari, ma soprattutto demografici, non disgiunti da sentimenti.
Molto diffusa in quell’epoca nelle classi agricole la volontà di arrivare a migliori condizioni di vita, che fecero germogliare nelle coscienze di molte persone l’idea di una impresa economica caratterizzata dall’associazione di più individui per una migliore protezione dei prodotti agricoli. Si sviluppò, così, l’idea già affermata in altre regioni d’Italia, del movimento cooperativo per superare le difficoltà del collocamento delle uve per le quali venivano spesso offerti prezzi irrisori o addirittura non si riuscivano a collocare sul mercato. Possiamo affermare, quindi, che Nardò e Porto Cesareo sono tra le antiche zone d’Italia a vocazione viticola; la Puglia nel 1930 diventò la seconda regione produttrice di vino in Italia.
●B) Informazioni sulla qualità o sulle caratteristiche del prodotto essenzialmente o esclusivamente attribuibili all’ambiente geografico
La produzione dei vini menzionati nel presente disciplinare presenta, una tipicizzazione e un legame stretto con l’ambiente ed il territorio dell’area. I vini dal punto di vista analitico e organolettico, dimostrano caratteristiche molto evidenti e peculiari, che ne permettono una chiara individuazione e tipicizzazione legata all’ambiente geografico. Il Nardò Rosso, Rosso Riserva e Rosato, presentano caratteristiche chimico-fisiche equilibrate in tutte le tipologie, mentre al sapore e all’odore si riscontrano aromi prevalenti tipici dei vitigni.
● C) Descrizione dell’interazione causale fra gli elementi di cui alla lettera A) e quelli di cui alla lettera B)
L’esposizione prevalente dei vigneti, orientati da nord a sud, estesi principalmente lungo la fascia che avanza verso il mar Jonio, localizzati in zone prevalentemente pianeggianti e particolarmente vocate alla coltivazione della vite, concorrono a determinare un ambiente adeguatamente ventilato, luminoso, favorevole all’espletamento di tutte le funzioni vegeto-produttive della pianta.
Le aree di produzione privilegiate sono distinte dai terreni con buona esposizione, adatti a una viticoltura di qualità. La millenaria storia vitivinicola della regione, e dell’area in particolare, attestata da numerosi documenti, è la fondamentale prova della stretta connessione e interazione esistente tra i fattori umani e la qualità e le peculiari caratteristiche del vino “Nardò”, ovvero è la testimonianza di come l’intervento dell’uomo nel particolare territorio abbia, nel corso dei secoli, tramandato le tradizionali tecniche di coltivazione della vite ed enologiche, che nell’epoca moderna e contemporanea sono state migliorate e affinate.
