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I racconti di Alda: La notte dei pensieri

a letto con l'insonnia

Chi non ne soffre è fortunato perché non conosce quel girarsi e rigirarsi nel letto, accendere la luce, riprendere in mano un libro che, con speranzosa arroganza, qualche minuto prima, hai chiuso con la certezza che il sonno fosse finalmente lì, tra occhi e mente, pronto ad accoglierti. Sbagliato. Accendi spegni accendi spegni, apri chiudi apri chiudi, proviamo con un altro libro, con le preghiere, con i pugni premuti sulle palpebre. Niente. Eppure è lì il maledetto, dietro gli occhi, negli sbadigli che, a tempo di jazz, ti tirano la bocca in su e poi in giù. Ancora niente.
Ti dicono: “pensi troppo, evita di pensare”. Il cervello non è una macchina con un pulsante che puoi azionare a piacere. Io non li vado a cercare i pensieri. Non li chiamo, non li aspetto, non li voglio ma sono loro, più forti della mia volontà di respingerli, a invadere la mia mente. Lunghe dita, lunghi tentacoli, piovra invisibile e tenace. Se ne stanno lì in agguato, pronti ad aggredirmi e a tormentarmi, perché non sono mai quelli piacevoli a visitarmi durante la notte.
Mi sono rifugiata nel letto poco dopo la mezzanotte, gonfia di sonno, sicura di sprofondare non appena avessi spento la luce. Al caldo, in posizione fetale, sono già le tre e ancora non dormo. Non voglio prendere le gocce, mi fanno crollare, ma poi mi sveglio alla solita ora e per di più intontita. “Più del solito?” chiederebbe la mia amica Gianna “non credo sia possibile”. Sorrido nel buio e nel silenzio, noi siamo così quando stiamo insieme, ci scambiamo battute sceme, botta e risposta, e ridiamo. Noi, più sceme delle battute. Ma no, forse è soltanto un modo per esorcizzare le malinconie, i momenti bui, quelli che ti arrivano all’improvviso, spesso come veri attacchi di panico, devastandoti.
Gianna, che per sua fortuna non li conosce, in quei momenti diventa un antidoto per me.
Accendo la radio ed ecco che un pensiero, rimandato a domani, torna con insistenza bloccando ogni possibilità di dormire. Dov’è la mia borsa di pelle marrone che ho cercato ieri senza trovarla? È vero, io ho la tendenza a regalare indumenti e oggetti che penso non possano servirmi più salvo poi, passato un po’ di tempo e dimenticando di averli dati via, cercarli disperatamente. Proprio come quando non viene in mente il titolo di una canzone, un nome, un momento chiave della tua vita, o come quando entri in una stanza e non sai più perché ci sei entrata, ma questa volta no, so per certo di non aver dato via la borsa marrone. “È nell’armadio, in una delle scatole riposte dopo il cambio di stagione”, mi suggerisce una voce segreta e insistente. Irresistibile. È così che, dopo una leggera esitazione mi alzo, arrivo all’armadio, faccio scorrere un’anta, guardo verso l’alto e in punta di piedi, rimpiangendo di non essere una scimmia, tendo la schiena e il collo, allungo le braccia e a mani aperte, con grande sforzo, riesco ad afferrare, una sull’altra, tre scatole di medio peso e media misura. Le poso sul letto. Domani avrò dolori da per tutto, ma pazienza, non lascerò a metà questa follia notturna.
Mi siedo, apro e…niente, la borsa marrone non c’è. In nessuna delle tre scatole. Non è possibile, dico a voce alta, da qualche parte deve essere. Sto per cedere e tornare a letto quando di colpo mi giro, guardo di nuovo in alto e la vedo. No, non la borsa marrone, ma un’altra scatola disposta in verticale, seminascosta. Ecco dov’è, dico sicura trionfante e pesta. Mi allungo di nuovo, schiena collo e braccia, riesco a tirarla giù, la apro e la borsa questa volta c’è davvero, non avrei sopportato un’altra sconfitta. Nonostante mi senta sfinita e con gli occhi a mezz’asta rimetto a posto tutte le scatole e sistemo la borsa nel ripiano giusto, insieme alle altre. Mi trascino a letto piena di sonno eppure sveglia.
Sono pazza, penso, nessuno con il cervello in ordine avrebbe fatto quello che ho fatto io in piena notte, io stessa ne sono stupita. Chi sono, chi siamo? È proprio vero che nessuno conosce pienamente se stesso. Io non faccio eccezione. Spengo la luce, cercherò nella mia mente sgangherata un pensiero piacevole, un ricordo “buono”. Eccolo.
Trentuno dicembre 2016. Sono sola, come ormai ogni ultimo dell’anno, da molto tempo. Sola con la mia gatta, umani intorno a me non ce ne sono, soltanto io. E lei che non è umana, ma un’adorabile felina.
Nel pomeriggio ero passata a salutare la mia amica Anna nella sua boutique ed era stato per caso che le avevo detto di non aver trovato in nessun alimentari della zona il cotechino in porzioni e di aver dimenticato anche le lenticchie. Una tradizione cui, stranamente, tengo. C’è sempre qualcosa, nella vita di tutti, credo, che nonostante i cambiamenti scelti o subiti, nel precipitare del tempo, del progresso, della tecnologia, un episodio lontano, un ricordo o anche soltanto un gesto, conservati in un punto preciso della memoria e del cuore, pronto a riaffiorare nell’occasione specifica in cui tutto è avvenuto, fosse pure nell’infanzia. Qualcosa che non potrà mai essere cancellato.
Una serata in famiglia, un avvenimento da festeggiare, i profumi della cucina, tappi di Champagne saltati, la mezzanotte, un momento di condivisione, di vere o illusorie complicità e armonia, il cotechino con le lenticchie. Mi mette tristezza non averli per quest’anno, anche se sono sola. Sono le diciotto, fa molto freddo, Anna sta per chiudere e io ho improvvisamente una gran voglia di tornare a casa. Un libro, la televisione, qualche telefonata di auguri, il rumore della strada, dei petardi, risate e le ore che camminano veloci. Poi ci sarà uno dei tanti programmi di intrattenimento in diretta dalle varie località più o meno mondane a tenermi compagnia oltre la mezzanotte, in attesa delle telefonate di auguri di mio figlio, dei miei nipoti, di qualche amico… In pigiama e vestaglia sto per sistemarmi sul divano quando il suono del citofono mi fa fare un salto. Non aspetto nessuno. Sento una voce femminile confusa con altre rispondere al mio “chi è?” D’istinto apro. Forse ho fatto male, penso, non dovrei aprire a nessuno, tanto meno durante le feste. Sono tempi, questi, in cui non ci si può fidare nemmeno del postino. Non sento l’ascensore salire, magari è stato uno scherzo, poi avverto dei passi sulle scale, tre piani, apro la porta e vedo Anna. Bella, elegante, un po’ affannata ma sorridente.
“L’ascensore è guasto” mi dice porgendomi un involto. “Non potevo lasciarti senza cotechino e lenticchie l’ultimo dell’anno. Ora però scappo perché mio marito mi sta aspettando in macchina, andiamo a cena da amici, niente di speciale… Stai bene vero? Mi dispiace saperti sola.”
“Va bene così” assicuro. Sono stupita e commossa, non so che cosa dirle e così l’abbraccio, poi la guardo mentre scende agile giù per le scale.

Cotechino con lenticchie

Chiudo la porta e vado in cucina con il prezioso fagotto. Apro il contenitore. Il profumo è invitante, irresistibile. Un assaggio. Ci vuole almeno un sorso di vino. Mi sento improvvisamente allegra, quasi euforica ed è proprio vero che sto bene, anche da sola, unica compagnia la mia gattina cicciona con la quale divido un morso di cotechino. Dono inaspettato. Basta con le malinconie, dopotutto stare bene da soli è una conquista e se c’è qualcuno che bussa alla tua porta quando non te l’aspetti, in una serata come questa, un ultimo dell’anno, vuol dire che sei amata e quindi non sei sola. In questo momento si canta e si suona a Courmayeur. Buon anno a tutti.
È passato quasi un anno da quella sera. Mi giro ancora una volta nel letto pensando che nessun uomo, nessun marito, nessun amante e nemmeno il più affettuoso dei figli avrebbero potuto avere un pensiero come quello che aveva avuto Anna per me. Un’idea. Un gesto generoso e tenerissimo. Soltanto lei, perché donna e perché l’amicizia è…
Su questo ricordo e questa certezza che i puntini di sospensione non sanno esprimere, finalmente mi addormento. Quest’anno, comunque, non mi dimenticherò di comprare il cotechino e nemmeno le lenticchie. È molto difficile che i miracoli si ripetano.

Alda Gasparini

Musicista e scrittrice, da sempre amante di tutto ciò che è bello e trasmette emozioni, si è diplomata in pianoforte e per un certo periodo della sua vita ha eseguito concerti. Poi si è dedicata al giornalismo, scrivendo recensioni e critiche musicali; successivamente ha iniziato a scrivere romanzi e racconti, pubblicati su numerose riviste di settore, ha collaborato con autori importanti come Scerbanenco e Morante. Ancora oggi scrive racconti, brevi e avvincenti, toccando molti aspetti della natura umana.

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