Viaggio low cost nel Golfo di Piedirosso
Fotografie di Nicola Battilani
Con le prime nebbie d’autunno la mente si rifugia facilmente in località turistiche. Ischia è una bella meta per l’immaginazione. Per “partire” basta una fotografia, che magari racconti i lati golosi dell’isola, ma quale sarebbe la foto (o la cartolina, per i non nativi digitali) più adatta? Forse una tavola imbandita con vista sul mare, piatti tipici e ovviamente una bottiglia, ma quale? Fino a pochi mesi fa avrei puntato su un bianco ischitano. Sole, mare, cucina mediterranea: solo un fresco vino bianco avrebbe completato il mio quadro vacanziero. Ora, ricordando una cena estiva, punterei su un Piedirosso.

La mia “Serata ischitana” non era stata proprio con vista mare, ma nel cuore dell’Emilia, organizzata lo scorso agosto dall’Osteria della Luna di Vignola in provincia di Modena.
I vini erano dell’azienda biologica Casa D’Ambra, fondata nel 1888 da Francesco D’Ambra, alias Don Ciccio, e seguita da allora fino a oggi dalle generazioni successive della famiglia. Il menu aiutava a mettere a fuoco la mia cartolina: distante (culinariamente) dalle vicine Ponza o Capri, su un’isola che appartiene più alle sue terre che al suo mare. Primo piatto: calde melanzane alla parmigiana abbinate al Forastera 2013, che esprimeva un equilibrio marino di sapidità e morbidezza partito da una nota di albicocca al naso.
Secondo primo: minestra di fagioli e cozze con il Biancolella 2013: limpido e graziato, dalla nota minerale contenuta. Ma di Biancolella ce n’erano due, con il Frassitelli 2013, prodotto esclusivamente da uve della tenuta dei D’Ambra a 600 metri slm. Un cesto di fiori di campo e agrumi che nasconde un arcobaleno di aromi minerali con una chiusura lunga e vivace. Pensavo: “sono sbarcato”, ma il bello sarebbe arrivato dopo.
I piatti forti ischitani sono il pungente coniglio in umido piccante (all’ischitana, of course) e il corposo pollo alla cacciatora, molto più dei classici piatti di pesce. Si presentavano in tavola con 2 accompagnamenti che cambiavano il colore delle mie diapositive del Golfo. Vino Piedirosso, anzi Per’ ‘e Palummo (piede di piccione, dalla forma del graspo).
L’annata 2013 mi è sembrata solida ma leggera, una carezza di vento di campagna, arancia rossa e lamponi. Il 2012 è chiamato Vigna dei mille anni (da un vigneto storico recuperato) ed è stato uno schiaffo al mio immaginario gustativo. Un sorso corposo di grappoli ruvidi e succosi che nascondevano una vera e propria boccata di terra vulcanica.

L’anima di queste colline sul mare veniva sputata fuori da quest’ultimo vino come la lava repressa del vulcano ischitano. Non mi aspettavo questa potenza, che mi ha lasciato sulla lingua un vero souvenir dell’isola Flegrea. Quando penso a Ischia ora vedo il Piedirosso.
Pensare che questo scorcio d’isola sfugge persino a chi, ad Ischia, ci va in vacanza: “Ischia è solo il 30% del nostro mercato, qui ci sono hotel che preferiscono il vino economico e non comprano nemmeno una bottiglia delle 520.000 che produciamo” ricordava Andrea D’Ambra in un’intervista di pochi mesi fa (fonte: →ildispariquotidiano.it). Si apprezza a distanza, come ogni cartolina che si rispetti.
Fabio Beggi


