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Un giovane sogno a stelle e strisce: intervista a Giovanni Parolin

Famiglia ParolinCi sono sogni che grazie ad un’elevata dose di caparbietà e spirito di iniziativa, sono destinati a diventare realtà. A volte basta crederci, anche se questo non è sufficiente. Come nel caso di un giovane di provincia che presto si trasferirà negli USA per organizzare la rete vendita di quel vino che esce dalla cantina di famiglia.
E’ capitato per caso, prima via telematica e poi telefonica. (Una segnalazione, non anonima come si userebbe dire quando si scrive per la nera) …Ebbene, mi veniva segnalato che vi è una famiglia, la famiglia Parolin che, da generazioni, ha fatto dell’arte del vino la propria ragione di vita. Ed il più giovane, Giuliano, ora sta girando il mondo cercando di aprire il mercato a nuovi orizzonti, soprattutto negli States.
Lo “incontro” via mail, lui naturalmente è di nuovo negli Stati Uniti. In effetti continua ad andare e venire. E proprio nel Connecticut sta mettendo in piedi un magazzino da dove far partire campionature per assaggi destinati ai futuri distributori. Dopo una serie di messaggi in rete, acconsente all’intervista, anche se un po’ titubante. La sua umiltà mista ad una gran voglia di fare e di sfondare, non può non incuriosire. Ha molte cose da raccontare, lo si percepisce, nonostante la sua giovane età.

I grandi recipienti d'acciaioArrivo alla Parolvini di Stroppari di Tezze sul Brenta, comune vicentino ai confini con la provincia di Padova, non lontano da Bassano Del Grappa. Il ventiseienne Giuliano Parolin diplomato in economia aziendale, mi accoglie con un sorriso e mi mostra la cantina dove arriva il prodotto grezzo dai fornitori (contadini e aziende agricole venete), per subire le necessarie lavorazioni ed essere imbottigliato prima di entrare nel pacco della spesa. Non solo vino imbottigliato che rappresenta il 40% della produzione totale, ma anche sfuso, in fusti, o contenuto nei cosiddetti bag in box, contenitori molto richiesti dai mercati del Nord Europa, che rispondono ottimamente a requisiti come la praticità.
La cantina, nonostante non si presenti di vaste proporzioni, contiene un centinaio fra serbatoi in acciaio con impianto di refrigerazione per una temperatura costante, cisterne di cemento “vecchio stampo” resinate internamente, ottime per la maturazione del vino, ancora molto valide seppur di costosa manutenzione. I vini sono i tipici veneti, come il Cabernet, il Prosecco, il Merlot, il Malbech, il Bianco di Custoza…
Orgoglioso, Giuliano sottolinea come la cantina abbia subìto una drastica trasformazione, grazie ad un ingente investimento nei macchinari, ora in grado di imbottigliare circa cinquemilacinquecento bottiglie l’ora, ed andando così a formare numeri come dieci milioni di bottiglie l’anno ed una trentina di etichette.
Ed è proprio a questo punto che arriva a parlarmi della sua avventura americana, data dalla necessità di commercializzare i nuovi numeri ed ampliare il mercato, considerato anche il calo del consumo pro-capite italiano. Il suo sorriso è onesto ed i suoi occhi carichi di sogni.

BottiglieRaccontaci la Tua storia legata al vino. Da dove parte?
Parte da quando ero piccolo. Ogni estate mio padre mi faceva fare qualcosa in cantina. Smettevo la scuola e sapevo che avrei aiutato anch’io. Da quando avevo dodici anni mi sono davvero appassionato. E ancora oggi, nonostante sia il responsabile commerciale estero, cerco di darmi molto da fare fisicamente anche all’interno dell’ azienda, tempo permettendo.

E l’interesse per il Paese a stelle e strisce da dove viene? E’ il famoso “sogno americano” o dietro c’è qualcosa di più mirato?
No, non parlerei di sogno americano anche perché a dirti la verità, prendendo ad esempio New York, non posso dire di amarla completamente. La trovo molto caotica, anche se non nego che l’America mi attira molto. Ravvedo la necessità di espandere ulteriormente il mercato dell’azienda di mio padre e di mio nonno. Trovo che oggi non sia più sufficiente ragionare in termini italiani o europei. Sono più che convinto che si debba raggiungere quel paese che, seppur importi già da tempo vino italiano, dimostra con i numeri che c’è ancora molto spazio.

Quando hai iniziato a viaggiare per lavoro?
Un anno e mezzo fa sono andato per la prima volta a New York. Ero tornato dall’Australia da quattro mesi. Lì vi ero rimasto un anno intero. I primi tre mesi avevo studiato l’inglese e gli altri sei avevo lavorato in una rosticceria. Mi divertivo tantissimo; vendevo polli, cotti e crudi. Posso dire che davvero ho iniziato dalla gavetta.

Giovanni Parolin fra le vasche di cementoPerché non sei rimasto là, visto che ti trovavi bene ed eri felice?
Perché sentivo il peso della responsabilità dell’azienda di famiglia e sapevo che potevo dare di più del vendere polli. Sapevo e volevo fare qualcosa per la Parolvini, iniziando appunto con l’andare in un paese per approfondire la lingua.

Torniamo quindi al viaggio successivo che appunto, è stato a New York. Avevi già qualche aggancio americano?
No, nulla di tutto questo. Mi rendevo conto che avevo ancora bisogno di pratica per la lingua. L’Australia non mi era stata sufficiente. E poi volevo non pesare sulla mia famiglia, come del resto avevo già fatto. Così una volta arrivato a New York, mi sono messo a camminare per le immense vie principali ed ho pensato che “volere è potere”, che forse ce la potevo fare. Sono entrato in un ristorante, uno dei più belli di Times Square, ho cenato e subito dopo mi sono messo in contatto con il titolare visto che sapevo che lui possedeva la licenza come importatore di bevande alcoliche. In America, funziona molto diversamente da qui. E’ nata così una collaborazione che per qualche tempo mi ha permesso di sopravvivere nella Grande Mela e di iniziare ad importare i vini che proponiamo.

Durante l'intervistaMa New York, come hai già detto, la trovavi troppo grande…
Tutto vero. Io amo i paesi tranquilli un po’ come sono io. E quindi ho cercato qualche altro posto. In breve tempo ho trovato da aprire un magazzino nel Connecticut, precisamente a Stratfort, dove mi trasferirò presto e vivrò finché l’attività non decollerà ed avremo un buon numero di distributori che gireranno per noi. Anche se la cosa non è facile e richiede tempo. Tutto è pronto, manca soltanto entrare in possesso delle ultime licenze. L’importante è raggiungere l’obiettivo, ovvero un cospicuo numero annuo di container da mandare negli USA.

La porta si apre ed entra papà Dario ed il fratello Davis di trentadue anni, direttore del reparto produzione. La seconda cosa che il Sig. Parolin fa, dopo avermi stretto la mano, è andare verso il frigorifero e stappare una bottiglia di Prosecco. La prima boccata è estremamente piacevole. Fresco al punto giusto. L’intervista deve andare avanti.

Arriviamo alla domanda di prassi ma che non voglio saltare, nel tuo caso. Cos’è per te il vino?
Bella domanda… Il vino è felicità… Non ho mai avuto tra le mani un bicchiere senza il sorriso in bocca. E’ anche una questione di giusti accostamenti con il cibo. Deve esserci una perfetta armonia. Ho fatto un primo corso per sommelier ma per mancanza di tempo non ho proseguito gli altri due. Conto di farlo appena posso.

La fase di tappaturaCredi che essere buoni intenditori di vini, sia cosa facile?
No, per nulla. Credo comunque che sia un campo non impossibile. La difficoltà maggiore per me, è il non avere abbastanza esperienza. Lo vorrei tanto! Magari potessi eguagliare mio padre. Però posso dire che io ho la volontà e lui l’esperienza.

Pensi quindi che la freschezza di idee possa giovare?
Certamente. Tornando a parlare del mercato statunitense, posso dire che non è cosa facile; anch’io ho già fatto qualche piccolo errore e poi c’è tanta concorrenza, spietata concorrenza… La freschezza di cui parli, sicuramente è data dal fatto che sono pronto a trasferirmi là di persona, il fatto di essere presente, prendere personalmente i contatti.
Ecco la freschezza, ecco il cosiddetto valore aggiunto. Credo, fra l’altro, che oggigiorno i giovani debbano dimostrare di essere molto intraprendenti se vogliono fare qualcosa. Molto più di un tempo.

Il sistema automatizzatoDove Ti piacerebbe arrivare?
Beh, per quanto riguarda l’America, ad avere distributori che girino vendendo i nostri vini. Le caratteristiche per fare vino di qualità ci sono tutte. Vorrei tanto poter tornare a casa e sapere che il nostro prodotto è in buone mani. E poi vorrei essere come mio padre e continuare a vivere come ho sempre fatto, con tanti amici attorno. Lui è molto attivo ed è partito con poco, eppure oggi si può vedere cosa ha saputo costruire. Negli anni trenta i miei bisnonni avevano un’osteria e vendevano il vino dei loro filari. Negli anni settanta l’azienda vinicola ha preso consistenza. E’ stato precisamente nel ’73 che vi è stata una svolta totale nella commercializzazione, diventando l’azienda, produttrice ed imbottigliatrice. Il trend di crescita è proseguito nel tempo, grazie anche al supporto di mio zio Bruno, ora scomparso. Ci aiuta in azienda anche il cugino Flavio, comproprietario, per un totale di dieci persone. Fra un po’ toccherà a noi figli e poi ancora ai nostri figli, mio nipotino Thomas di 6 anni ed il fratellino in arrivo a fine Agosto.

Un’ultima cosa. Spiegami un po’ il Tuo curioso username nell’indirizzo mail: giuliano bacco
Ah, quello…. E’ stato un po’ per gioco. L’aver aggiunto il nome del Dio del vino è dovuto al fatto del soprannome che gli amici mi hanno dato ancora quando ero piccolo. L’espressione del volto della divinità greca, con la testa cinta di pampini, è pronta a sorridere. Ecco, io sono un po’ così. Come ho detto, non riesco a non essere sorridente quando tengo un bicchiere di vino in mano, provando vera felicità. Soprattutto se il vino è di quelli buoni, dei nostri, magari sorseggiato guardando in lontananza la Statua della Libertà…

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