Statistiche web
Storie di cantine, uomini e luoghi

Vallarom, il frutto dell’amore per la natura

VallaromL’amore per la natura, curata e rispettata in ogni sua forma, è quanto si percepisce fin dalle prime parole scambiate con Filippo Scienza e con la moglie Barbara, un concentrato di energia e vitalità contagianti, stimolati continuamente dal figlio Riccardo, più che mai a suo agio tra gli otto ettari di pergole di vigneti e diverse file di ulivi, all’interno dell’incredibile “macchia mediterranea” che li circonda, e in compagnia inseparabile della coppia di Schnauzer nani che fanno dell’azienda Vallarom un luogo incantato in Vallagarina, un maso ai piedi dell’omonima valle dei Monti Lessini, a pochi chilometri dall’abitato di Avio.
Filippo mi confida che ha iniziato a frequentare la tenuta fin da ragazzino, acquistata dai nonni Ezio e Giuseppina negli anni ’60 e gestita fino al 1991, da cui ha ereditato la passione per la viticultura ed il lavoro all’aria aperta, “immergersi nella natura, i ritmi della vita scanditi dal trascorrere delle stagioni e dai cicli lunari, mi ha permesso di trovare un equilibrio e maggiore serenità interiore“.
Le sue conoscenze si sono quindi rafforzate grazie agli studi effettuati presso il vicino Istituto Agrario di San Michele all’Adige, quindi al Centre de Formation Professionnelle et de Promotion Agricole de Beaune in Borgogna e infine presso la californiana School of Agricolture Purdue University, seguiti da alcuni tirocini pratici in cantine toscane e all’estero “che mi hanno convinto della necessità di ritornare ad una viticoltura più rispettosa dell’ambiente in cui viviamo, evitando l’utilizzo di prodotti chimici invasiva, per riuscire ad avere un prodotto più “vero”, realmente “figlio” dell’ambiente, del territorio, della mia mano e della stagione“, afferma con un sorriso rassicurante.
Vallarom: gli ultimi diradamenti in vignaDa questo è nata l’esigenza di cambiare prodotti, sistemi di difesa dalle principali malattie e di cercare un equilibrio maggiore in campagna, secondo la sacrosanta verità che il vino si fa prima di tutto nel vigneto. Così sono partito passo a passo, verso una conduzione più rispettosa dell’ambiente, rendendomi subito conto che non si può passare dall’oggi al domani da una coltivazione convenzionale ad una biologica, sia perché le piante non lo sopporterebbero sia per creare un giusto equilibrio con tutto l’ambiente: tutti si devono adattare al cambiamento, me compreso. E’ necessario rimanere sempre in equilibro e, unendo le mie diverse esperienze con le miei conoscenze scientifiche “moderne”, cercare di impostare una viticoltura e vinificazione rispettosa: non affermerò mai, per esempio, che nei miei vini non c’è solforosa, poiché si sviluppa naturalmente durante la fermentazione, però posso affermare che cerco di aggiungerne il meno possibile e solo quando è strettamente indispensabile, senza comunque arrivare ad inutili e poco sensate esasperazioni“.

Filippo e Barbara ScienzaApprendo quindi che il suo percorso “naturale”, alla ricerca di ciò che è meglio per questo tipo di terreno, clima e piante, iniziò nel 1999 abolendo subito il diserbo chimico, seguito l’anno seguente dai vari prodotti chimici per la difesa fitosanitaria, a cominciare dagli antibotritici, fino ad arrivare nel 2004 ad utilizzare solo rame e zolfo, una decina di trattamenti di media all’anno, cercando le condizioni climatiche più favorevoli, come l’assenza di vento, tra l’altro presente quasi costantemente nel Trentino, e le temperature miti per evitare bruciature, obbligandolo spesso a lavorare fino a notte inoltrata. Fedele ai concetti base della coltivazione biologica, la concimazione dei vigneti è esclusivamente organica, secondo la tecnica del sovescio, la tignola e la tignoletta vengono combattute con la “confusione sessuale“, l’equilibrio ambientale è ricercato lasciando zone incolte con vegetazione spontanea tra un vigneto e l’altro e mantenendo muri di sasso a secco, habitat ideale per numerosi animali.
Con gli stessi criteri e idee di agricoltura più sostenibile e naturale, ho cercato di sviluppare la parte enologica,” – prosegue con lo stesso entusiasmo Filippo – “evitando quando possibile l’utilizzo di lieviti selezionati, enzimi e batteri malolattici assecondando i fenomeni naturali e facendo ricorso al minimo di meccanizzazione in cantina, sia per ridurre i costi e i consumi energetiche sia per evitare di stressare il vino, con l’idea appena possibile di strutturare la cantina su piani diversi per sfruttare la gravità nella vinificazione e nei successivi travasi. Il mio obiettivo è di trasferire nella bottiglia tutte le sfumature date dal microclima, dalla composizione del territorio, dalla mia personalità e anche le differenze date dall’andamento stagionale.
Tutto questo per noi non è solo una filosofia di conduzione aziendale, ma è anche diventato un vero e proprio stile di vita, cercando di preferire nei nostri acquisti prodotti biologici, di utilizzare il meno possibile prodotti non riciclabili e di cercare di inquinare il meno possibile, utilizzando pannelli solari e una caldaia a legna per produrre l’energia e l’acqua calda per i nostri fabbisogni e per quelli aziendali. Stesse scelte anche dal punto di vista del confezionamento dei nostri vini, utilizzando carta riciclata per le etichette e bottiglie in vetro più leggero ma più scuro per ridurre le emissioni anidride carbonica sia nella loro produzione sia nel trasporto
“.

Vallarom: veduta aereaLa degustazione
I vini, tutti Indicazione Geografica Tipica come la maggioranza di quelli prodotti dai Vignaioli Trentini, sono diventati quindi i protagonisti del nostro incontro rubando lo scenario a filosofie e dottrine. L’ennesimo gesto di grande ospitalità che contraddistingue questa azienda ci permette di apprezzarli appieno, abbinati ad ottime specialità e piatti trentini preparati con maestria da Barbara, novarese di origine trapiantata “per amore” in Trentino, impegnata in azienda a seguire la delicata parte commerciale.
Il Vadum Caesaris 2009, cuvée di pinot bianco, chardonnay e piccola percentuale di sauvignon e riesling, che prende il nome dallo storico guado utilizzato da Giulio Cesare per raggiungere Avio, regala intense fresche note tropicali, una buona sapidità e armonia in bocca.
Di maggiore struttura e complessità lo Chardonnay 2008, frutto della fermentazione per circa un terzo del mosto fiore in barrique, con i suoi aromi vanigliati e un po’ affumicati che si sposavano perfettamente con i tortiglioni di ricotta e tartufo nero.
Il vino che ho preferito è però senza dubbio il Pinot Nero 2006, abbiamo degustato l’annata 2006, proveniente da un vigneto quasi trentennale composto da ben 35 cloni differenti da cui si ottiene una produzione limitata a 40 quintali per ettaro, con profumi suadenti di spezie e frutti rossi, la tostatura della barrique ben amalgamata regala una notevole morbidezza e persistenza in bocca.
La freschezza e facilità di beva sono le caratteristiche peculiari del Marzemino 2010, seguito a ruota dal Merlot 2009, dove viene privilegiato il frutto e la piacevolezza a scapito di eccessi di corposità e morbidezza.
Vallarom: i vini degustatiIl colore rubino intenso, la rustica tannicità e una buona vinosità contraddistinguono invece il Lambrusco a Foglia Frastagliata 2010, un vitigno di origine selvatica particolarmente vigoroso denominato anche Enantio, privo di caratteristiche in comune con i lambruschi emiliani bensì più simile come frutto al Teroldego o al Lagrein, fino a qualche decennio fa tra i più diffusi nel fondovalle della bassa Vallagarina, mentre ora i produttori sono rimasti appena in cinque.
Uno dei vini simbolo dell’azienda rimane però il Cabernet Sauvignon 2007, prodotto per la prima volta nel 1982, nell’annata 2007 vinificato per metà in barrique e per metà in acciaio al fine di preservarne i sentori vegetali e di frutta, evitando che prevalgano gli aromi vanigliati: ne scaturisce un vino secco, deciso, necessita ancora di alcuni mesi di affinamento in bottiglia per esprimere appieno il suo potenziale e quello di un’annata ricca e calda.
Stesso millesimo, vinificazione e fermentazione a contatto con le bucce per oltre due settimane per il Campi Sarni Rosso 2007, da uve cabernet sauvignon e cabernet franc, che prende il nome dalle colline a ovest del fiume Adige dove sono situati i vigneti, in cui si percepisce però maggiormente la speziatura e le note dolci, quasi di cioccolato, al pari della persistenza in bocca.
Nel Syrah 2007, “ultimo nato” in casa Vallarom nel 1996 (anche se Filippo mi confida che il prossimo anno verrà sboccata la prima annata di Trento Doc, prodotto sia in versione Brut con il 100% di uva chardonnay e Rosé esclusivamente a base di pinot nero) le spezie, il pepe nero, la cannella, il caffè la fanno da padrone, lasciando comunque spazio a note di frutta matura, regalando una piacevole morbidezza mai stucchevole.
Ciò che rimane senza dubbio impresso al termine della degustazione è l’estrema pulizia e la grande bevibilità di questi vini, mai banali né eccessivi, bensì fragranti, tipici, unici: credo che il desiderio di Filippo di rispecchiare nel bicchiere le particolarità, caratteristiche, l’amore per questo territorio sia stato esaudito.

Luciano Pavesio

Esordi giornalistici nel lontano 1984 nel mondo sportivo sul giornale locale Corriere di Chieri. La passione per l’enogastronomia prende forma agli inizi degli anni ’90 seguendo la filosofia e le attività di SlowFood. Ha frequentato corsi di degustazione e partecipa a numerosi eventi legati al mondo del vino. Le sue esperienze enoiche sono legate principalmente a Piemonte, Valle d'Aosta, Alto Adige e Friuli. Scrive e collabora a numerose riviste online del settore; è docente di corsi di degustazione vino ed organizzatore di eventi.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio