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Dall’alto Piemonte all’Irpinia. Non sappiamo (o non vogliamo) comunicare

Alessandro Franceschini a TaurasiDa Novara a Taurasi, dal salone della Prefettura a pochi passi dalle colline dove si producono Boca, Fara, Sizzano e Ghemme al Castello Marchionale della piccola cittadina irpina dove regna l’aglianico. Due convegni: il primo per festeggiare i 40 anni delle quattro piccole denominazioni del nord Piemonte, il secondo come antipasto per la presentazione della nuova annata di Taurasi, la 2005, il giorno dopo sottoposta al giudizio di giornalisti e appassionati. A distanza di una settimana, due aree di grande fascino, patrie di due vitigni come il nebbiolo, scorbutico, tagliente e verticale che guarda al Monte Rosa e l’aglianico taurasino, ricco di sfaccettature e personalità dissonanti tanto quanto lo sono i comuni che lo allevano sotto il cappello della attuale docg locale.

Opuscolo sulla storia del TaurasiAssisti con curiosità, partecipi addirittura in veste di relatore in terra novarese, da spettatore in irpinia, a interventi di enologi e produttori, politici e giornalisti: si discute circa le caratteristiche uniche dei loro terroir, delle peculiarità che fanno sì che all’interno di piccoli areali di produzione gli stessi vitigni diano origine a vini così diversi, a seconda della composizione dei terreni, delle esposizioni o delle altitudini. Tutto bello, affascinante: io solitamente mi sento molto “francese” quando assisto a queste discussioni, prendo appunti con avidità, cercando di non dimenticare dettagli che poi possono risultare decisivi quando degusterò i vini della zona. Cru, differenze, sottodenominazioni non scritte, ma esistenti, stili produttivi. Che meraviglia! Poi, solitamente, irrompe il realista di turno, quello che in un secondo annulla la poesia nella quale ti sei immerso e in un certo senso ti sei sentito orgogliosamente compartecipe, e ti riporta con i piedi per terra con l’immancabile stilettata che fa abbassare gli sguardi dei partecipanti ancora sognanti e che, più o meno ti incalza con argomenti di questo tenore: sì, però, il vino dobbiamo venderlo. Facciamo fatica a farci conoscere. Tutti dovrebbero sapere che nei nostri vini c’è il nobile nebbiolo/aglianico e invece nulla, ci tocca ancora sottolinearlo dopo tanti anni. Il mercato non ci premia, dice che costiamo troppo e a quelle cifre preferisce rifugiarsi altrove. Il nostro vino bisogna farlo assaggiare, non si vende semplicemente inserendolo in una carta dei vini in mezzo a mille altri, magari più famosi e blasonati, bisogna spiegarlo. Il tutto è tremendamente difficile e faticoso…e via di questo passo.
Tu ascolti, chiudi il taccuino degli appunti, riponi in un angolo della memoria zonazioni e sottovarietà, sistemi di allevamento e tempi di macerazione, smetti di sentirti francese e ti accorgi che, invece, sei italiano, eccome se lo sei. Tremendamente italiano. La discussione si fa seria e pratica insieme. Abbiamo dei gioielli, ma non sappiamo venderli. O meglio, manchiamo dei fondamentali: non sappiamo raccontarli. O forse sbagliamo il modo di farlo. I cugini d’oltralpe sono imbattibili anche in questo. Fanno squadra, “sistema” dicono gli esperti, riescono a “vendere anche il fumo” controbattono i più smaliziati. Ma esattamente, cosa ci manca?

L'autore durante la degustazione dei Taurasi 2005Prima soluzione: cambiamo il disciplinare. Un classico senza tempo. È un’arte nella quale siamo pressoché imbattibili. In questo periodo, poi, è una corsa contro il tempo per modificare, diversificare, inserire, togliere, dai vetusti disciplinari qualsiasi cavillo si fosse arenato nelle concitate riunioni dei Consorzi. Al grido “i nostri disciplinari non sono elastici e non si adeguano alle leggi di mercato” ci si scaglia contro le povere doc e docg, il male assoluto, che quest’estate andranno definitivamente in pensione per riemergere con altri nomi, più europei: dop e igp. Meglio affrettarsi dunque, perché poi non sarà più così semplice come ora, pare. A Bruxelles sembra ci siano dei burocrati alti, cigliuti e cattivissimi, che non aspettano altro che gli si mandi una proposta di modifica di un disciplinare o di nascita di uno nuovo per rimandarla al mittente con su scritto: “C’hai provato, eh! Mi dispiace, i tempi sono cambiati, la festa è finita“. A Novara, durante il sopra citato convegno, Giuseppe Martelli, Presidente del Comitato Nazionale Vini e Direttore generale di Assoenologi, con una raffica di slides sull’annoso tema dell’OCM vino ha allertato i produttori locali: “Avete tempo fino al 1° Aprile per modificare eventualmente il disciplinare. Difficile si ottenga una proroga”. A Taurasi dalla platea qualcuno ha sollevato la questione: perché non si sfrutta quel 15% consentito dal disciplinare aggiungendo altre uve consentite insieme all’aglianico? Magari, in questo modo, smussiamo l’irruenza dei tannini nonché le taglienti acidità giovanili. Le risposte di enologi e produttori sono state composte, ma ferme. No. Perderemmo in territorialità. E poi cosa aggiungere di autoctono? Piedirosso, montonico e sciascinoso, da queste parti non ce n’è praticamente più. Pensare ad altre uve non ha senso. Il problema è un altro. Quale?

Seconda soluzione: facciamo marketing. Marketing del territorio. Tanto facile a dirsi quanto, pare, impossibile poi a farsi. Sembra banale, ma in Italia diventa un ostacolo insormontabile da superare, incastrati come siamo tra campanilismi vari ed individualismi di ogni sorta. A Novara un produttore locale puntava il dito sull’incapacità di riuscire ad attirare turisti sul territorio attraverso un’offerta ricettiva degna, variegata e quantitativamente interessante. A Taurasi il problema è praticamente lo stesso. Riuscire a comunicare quanto di bello ed unico un territorio ha da offrire: vini, cibo, arte, cultura e bellezze naturalistiche coniugandolo con un’offerta alberghiera e ristorativa intrigante. Mancano i soldi? Forse, anche se ad ascoltare il sindaco della cittadina irpina, di ritorno dagli Stati Generali appena terminati ad Avellino, sembra che non manchino finanziamenti, o quanto meno la promessa, da parte delle autorità regionali. Coesione tra produttori e intraprendenza da parte delle Istituzioni. Senza questi due fattori, la stagnazione continuerà a perdurare nel tempo. Fare in modo che al consumatore nomi come Sizzano o Taurasi evochino prima di tutto un territorio, dove magari hanno soggiornato, contenti, per qualche giorno, degustando naturalmente i vini locali.

Puoi aggiustare i vini in cantina quanto vuoi, stravolgerli, modificare i disciplinari, renderli più consoni a un fantomatico gusto internazionale, ma se quando parli di Fara o Ghemme, lo sguardo del tuo interlocutore diventa un punto di domanda, sei al punto di partenza. Puoi concentrarti su ciò che c’è “dentro il bicchiere”, sull’estetica del bicchiere, raccontando sfaccettature e differenze tra un nebbiolo che cresce su porfidi rosa di Boca rispetto alle mille caratteristiche di quelli di Barolo, tra un aglianico fine, sottile e nervoso di Taurasi rispetto a uno più speziato del Taburno o più opulento e avvolgente del Vulture, ma il risultato non cambia se i nomi dei luoghi non suscitano interesse. Se ciò che sta “fuori dal bicchiere” non evoca ricordi, mete desiderate o già conosciute, tutto si complica. Puoi dare la colpa al distributore locale che non crede nel tuo vino, al sommelier incapace di comunicare, al giornalista che parla solo di vini noti, ma stai semplicemente evitando di affrontare il vero problema.

Alessandro Franceschini

Alessandro Franceschini

Giornalista free-lance, milanese, scrive di vino, grande distribuzione e ortofrutta, non in quest'ordine. Dirige il sito e la rivista dell'Associazione Italiana Sommelier della Lombardia, è docente in vari Master della Scuola di Comunicazione dell’università Iulm di Milano, è uno dei curatori della fiera Autochtona e collabora con testate come Myfruit, l'Informatore Agrario e le pagine GazzaGolosa della Gazzetta dello Sport. In passato, oltre ad aver diretto la redazione di Lavinium.com, ha collaborato con la guida ai ristoranti del Touring Club e con la guida ai vini de L'Espresso. È stato uno degli autori dell'Enciclopedia del Vino di Dalai Editore, del volume "Vini e Vignaioli d'Italia" del Corriere della Sera e del libro "Il vino naturale. I numeri, gli intenti e altri racconti" edito dalla cooperativa Versanti.

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