Rizzi e i suoi cru di Barbaresco: la consapevolezza dei propri mezzi

Non è certo un’azienda sconosciuta ai nostri lettori, quella di Ernesto Dellapiana, viticoltore d’ingegno dalla verve inarrestabile, che da qualche anno a questa parte dedica una gran parte delle sue energie alle fonti alternative, tanto da aver installato un potente impianto fotovoltaico sui tetti della cascina e sul terrazzo sopra la cantina, mentre il figlio Enrico è ormai perfettamente inserito nell’attività vitivinicola e sua sorella Jole si occupa della gestione commerciale e contabile.
Più volte sono andato a trovare la famiglia, ho assaggiato i vini dalle botti, abbiamo pranzato insieme e degustato vecchie annate, insomma posso dire di conoscerli abbastanza bene da capire il loro modo di interpretare il territorio, un modo intelligente che nasce anche dalla profonda conoscenza che Ernesto ha dei vigneti che circondano i comuni vocati al Barbaresco. Ogni suo acquisto può sembrare impulsivo, ma è dettato invece da una forte consapevolezza delle potenzialità di ciascun appezzamento. Oggi dispone di circa 35 ettari vitati, una misura che pone la sua azienda fra le più grandi, soprattutto perché in Langa le proprietà dei terreni sono quasi sempre frammentate, la maggior parte delle aziende non arriva a 10 ettari di vigna, ma qui conta molto più la qualità che la quantità, i migliori cru sono costosi e fortemente desiderati, chi è riuscito ad accaparrarsene di più ha grandi margini per poter lavorare bene anche in annate difficili, contando sulle diverse posizioni, altitudini, esposizioni.

Ernesto, quindi, non fa nulla per caso, e il suo recente acquisto di una parte del cru Pajoré, oggi menzione geografica prevista dal disciplinare, ne è la prova. In casa Rizzi si producono i vini tipici di Langa: Dolcetto e Barbera d’Alba, Langhe Chardonnay, una vendemmia tardiva nata per gioco nel 2001, ottenuta da uve moscato, ma soprattutto il Barbaresco, in versione base e nei tre cru Rizzi (vigna Boito), Nervo (vigna Fondetta) e Pajoré (vigna Suran). È a questi ultimi, nelle versioni 2004 e 2005, che voglio dedicare ampio spazio. Tre grandi cru con caratteristiche diverse e perfettamente riconoscibili, le cui etichette hanno subito e subiranno ancora delle variazioni, proprio in virtù dell’ingresso delle “menzioni geografiche”. Infatti fino al cambio di disciplinare, avvenuto nel febbraio 2007, i due vini che erano in produzione si chiamavano semplicemente Barbaresco con il nome della vigna, cioè del singolo appezzamento all’interno di ciascun cru, in questo caso Fondetta e Boito. Ora in etichetta compare sia il cru che il vigneto, senza però il termine “vigna” che chiarirebbe il perché di due nomi per ciascun vino, cosa che può provocare qualche confusione. Già con la versione 2005 le etichette hanno subito un cambiamento, infatti la scritta del vigneto è passata sotto al cru migliorandone la leggibilità, anche se precederla con “vigna” risolverebbe qualsiasi dubbio; purtroppo inserire la menzione “vigna” ha un costo non indifferente, che andrebbe ad incidere inevitabilmente sul prezzo finale del vino, pertanto almeno per ora le etichette rimarranno in questa versione. Ma veniamo alla degustazione di questi tre gioielli:
Barbaresco Nervo Fondetta 2004
gradazione 14%
proviene dal vigneto Fondetta, impiantato nel 1972 e situato all’interno del cru Nervo sulla grande dorsale della collina dei Rizzi ad un’altitudine compresa fra i 300 e i 370 metri slm, nel comune di Treiso. Il terreno del Fondetta, circa 2,6 ettari, è composto da marne bianche, sabbiose, piuttosto povero, ben drenato grazie alla forte pendenza che lo caratterizza. Condizioni che favoriscono finezza ed eleganza accoppiate ad una struttura importante. La resa in uva/ettaro si aggira intorno ai 50 quintali, con una densità di circa 4.200 piante. La fermentazione avviene in vasche d’acciaio termocontrollate con sistema di raffreddamento per garantire il non superamento dei 30°C, mentre l’affinamento si svolge per un periodo di almeno un anno in botti di rovere di diversa dimensione, tra i 20 e i 50 ettolitri.
La versione 2004 si offre alla vista di colore granato luminoso con riflessi rubini, olfatto nitido e pulito, che con la dovuta ossigenazione libera note floreali suggestive, soprattutto di rosa e viola, poi emerge il frutto, fresco, con quel grado di maturità che lascia supporre un sapore dolce e succoso, parliamo di ciliegia rossa, lampone, fragola di bosco, c’è anche una delicata nota agrumata. Successivamente arriva la speziatura, elegante e minuta, senza prevaricazioni, c’è un po’ di ginepro, cannella, liquirizia, cardamomo, pepe, ma anche tracce di erbe aromatiche e di sottobosco. Al palato ha dei tannini ben modellati, saldi e setosi, ottima freschezza, frutto vivo e una sapidità che si fa strada in progressione, lasciando un finale persistente e pieno, con ritorni di liquirizia e iniziale goudron.
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Barbaresco Rizzi Boito 2004
gradazione 14%
dei tre cru rimane sempre il più austero, per certi aspetti più baroleggiante pur rimanendo caratterialmente diverso; proviene da due vigne all’interno del cru Rizzi, Bricco Boito e Vigna Grande del Boito, collocate su un pendio che volge a mezzogiorno esposto a sud-ovest, ad un’altitudine che va da 240 a 310 metri slm. La composizione del suolo è fondamentalmente di marne calcaree tufacee alternate a sabbia. La vinificazione delle uve avviene separatamente per le diverse caratteristiche dei due appezzamenti, che hanno una superficie totale di 4,6 ettari. Durante la macerazione le uve restano a contatto con le bucce per 15-20 giorni, l’affinamento si svolge in botti di rovere da 50 ettolitri per 12-15 mesi. Il colore si attesta su un granato più spiccato e omogeneo, mentre il bouquet si schiude mano a mano, passando dalla viola alla ciliegia, al lampone, alla susina, poi si affaccia con nerbo il cuoio, la liquirizia, il chiodo di garofano, note di macchia mediterranea e terra, cenni ematici, ginepro. In bocca rivela una forza tutta maschile, un tannino nitido e affermativo ma vellutatissimo, il frutto cede presto il passo alla trama speziata fitta e complessa, dove si affacciano anche sensazioni pepate e chinate affascinanti. Persistenza lunghissima ed entusiasmante. Se proprio devo trovargli un piccolo neo, è nell’alcol non perfettamente imbrigliato nel tessuto nervoso del vino. Merita comunque il massimo riconoscimento per la grande stoffa e la sicura longevità.
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Barbaresco Pajoré Suran 2004
gradazione 14%
ultimo nato in casa Rizzi, frutto del recente acquisto dell’instancabile Ernesto Dellapiana del vigneto Suran, un appezzamento di quasi 2 ettari all’interno del cru Pajoré, uno dei più rinomati di tutta la Langa. Siamo ad un’altitudine perfetta per il nebbiolo, tra i 230 e i 300 metri slm, su suolo povero, anch’esso marnoso calcareo e argilloso, collocato quasi al confine con Barbaresco, in posizione sud-sudovest. L’anno di impianto risale alla fine degli anni ’30. La fermentazione ha più o meno lo stesso decorso del Rizzi Boito, mentre l’affinamento si svolge in botti di rovere da 30 ettolitri per 12-15 mesi. Il colore è un bel granato con riflessi rubini, di buona concentrazione; accostandolo al naso ritrovo quell’iniziale resistenza che percepii anche nella fase iniziale, assaggiato dalla botte, ma basta lasciarlo respirare qualche minuto e il registro cambia completamente: è in grado di emozionare anche i nasi più difficili, con quei piccoli frutti di bosco, ciliegia, ribes, amarena, appena maturi che si mescolano a fiori secchi, liquirizia, timo, sfumature di cuoio e tabacco, spezie finissime e una bella mineralità. In bocca, al contrario del Rizzi Boito, è un esempio magnifico di Barbaresco di razza, elegante, pieno, succoso, con un tannino vivo e vibrante, rotondo, grande risposta di frutto, sapidità e una beva splendida, confortata da una persistenza quasi infinita.
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Barbaresco Nervo Fondetta 2005
gradazione 14%
c’è da dire che in Langa l’annata 2005 non è parso avere le stesse potenzialità della 2004, pur mostrando un andamento generale positivo, nei cru di Rizzi però questa condizione minoritaria è scarsamente rilevabile. I colori sono più o meno corrispondenti, solo un po’ meno concentrati e luminosi, il tessuto si è mantenuto ricco di profumo e sapore, con le dovute differenze. Scendendo nel dettaglio il Nervo Fondetta si apre con una maggiore delicatezza, propone però un bel ventaglio espressivo dove ai piccoli frutti sembrano prevalere i toni speziati, almeno dopo una permanenza di qualche minuto nel calice, ma è solo un’impressione momentanea perché la materia odorosa è in continua trasformazione ed avviene un continuo scambio di ruoli, a tratti emerge la nota eterea, in altri momenti la ciliegia e il lampone, poi la liquirizia, il pepe, il chiodo di garofano, poi torna indietro sui fiori, dopo di che si distende su note di cannella e tabacco, poi cacao. La bocca non manca di un certo nervosismo, il tannino è leggermente più incisivo ma l’impressione è che sia la spalla a non avere la stessa forza del 2004; eppure questo aspetto non ne altera più di tanto la piacevolezza e il carattere, evidenzia solo la differenza dell’annata, e meno male. Alla fine sono sottigliezze, il vino è comunque ottimo, mantiene il proprio carattere ed ha una buona persistenza.
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Barbaresco Rizzi Boito 2005
gradazione 13,5%
sarà pure un millesimo meno straordinario ma il Rizzi Boito 2005 è sempre un bel bere, ha un bouquet che convince al primo impatto, grande eleganza, le sensazioni sono finissime e pulitissime, senza sbavature, non è rilevante scandire i mille profumi quanto coglierne le infinite sfaccettature. Vini come questo devono stare nel calice, non si possono trangugiare o degustare frettolosamente, c’è una musicalità che si può cogliere solo rispettandone le pause, i silenzi, solo allora conquista i sensi fino in fondo, ciliegia matura, un guizzo di prugna, la sempre presente liquirizia, qui quasi più dolce, sensazioni che riportano al goudron, una tenace terrosità, una viola magnifica che si erge improvvisa quando non te l’aspetti, e il ginepro, la carruba, il cuoio. L’assaggio conferma l’impressione del Nervo, c’è meno sostanza, sembra quasi tornare a fare il ruolo del Barbaresco, rinuncia a quella austerità che spesso lo caratterizza per concedersi più apertamente, mostrando una succosa beva che fa perfettamente da contraltare al tannino ancora nervoso sebbene circoscritto e di poco disturbo. La freschezza non manca, il gusto fedele e capace anche di un guizzo gioioso, non gli mancano mai le carte per stupire, come un vero cavallo di razza.
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Barbaresco Pajoré Suran 2005
gradazione 14%
buffo notare come quello che dovrebbe essere il vino più tosto, ovvero il Rizzi Boito, mostri invece un’apertura decisa mentre il Pajoré si fa desiderare, chiede tempo nel calice e solo dopo una buona ossigenazione sprigiona il suo straordinario pedigree, che in questo millesimo conserva tutto il suo fascino, proponendo un fruttato pieno e appena maturo di lampone, amarena, marasca, sfumature selvatiche e animali, una nota che ricorda l’oliva nera, sottobosco, la consueta liquirizia, qui particolarmente dolce, una sottile vibrazione agrumata, poi il tabacco biondo, le spezie fini, la mineralità. L’attacco al palato non ha esitazioni, è lui, trasmette entusiasmo, anche nel tannino giovane e impetuoso, ma presto ammorbidito da una buona dose di frutto e da un’alcolicità rotonda che aiuta a trovare il giusto equilibrio. Interessante notare come sia ancora giovanissimo, appena all’inizio di una lunga avventura, eppure già ora godibile, gustoso, appagante.
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Roberto Giuliani




