Tenuta Argentiera: il fascino di un territorio sospeso tra cielo, terra e mare

Il mondo del vino è continuamente attraversato da fasi di mercato altalenanti: territori vitivinicoli che oggi dettano le regole del gioco, un domani potrebbero entrare all’interno di un tunnel chiamato “dimenticatoio”. Solitamente la conseguenza di questo fenomeno si deve ad un fattore che ho ribattezzato “la mortificazione del terroir”. Il vero potenziale di un’area vitivinicola risiede nella storia delle proprie tradizioni, nel terreno dove crescono le uve che nel tempo hanno saputo adattarsi al meglio. La combinazione di questi elementi costituisce solitamente il successo di un’azienda, di un territorio, ma altrettanto fondamentale il “saper fare” del vignaiolo tra i filari e dell’enologo in cantina, oltre ad una buona capacità di comunicazione e abilità commerciali.

Dunque in cosa consiste la “mortificazione del terroir”? È molto semplice: nel concetto di omologazione, un fenomeno in grado di rendere il Nero d’Avola uguale a un Chianti Classico o a un Lagrein: tecniche esasperate di cantina, utilizzo sconsiderato del legno, potrei andare avanti per ore, ma non lo farò, non è il tema del mio articolo. È altrettanto importante non commettere l’errore opposto, ovvero, cadere nel tranello dei luoghi comuni o delle frasi fatte, quando si pensa ad alcuni territori vitivinicoli e vini prodotti nella stessa area d’appartenenza. Prendiamo ad esempio Bolgheri: senza dubbio uno tra le zone più discusse degli ultimi quarant’anni, nel bene e nel male. Non è soltanto una DOC toscana in provincia di Livorno, ha rappresentato nel tempo un vero e proprio fenomeno enologico, dovuto principalmente al lancio dei famosi Supertuscan.

In questi casi è sempre bene far luce, perché come al solito la speculazione porta solo caos e mette in ombra tutti coloro che al contrario lavorano seriamente. Ci troviamo a quasi 60 chilometri a sud rispetto alla nota città portuale, nei pressi di Donoratico. L’area vitivinicola sorge al centro dell’Alta Maremma anche chiamata Maremma Settentrionale, nelle cosiddette Colline Metallifere. Un tempo era conosciuta come Maremma Pisana, ribattezzata oggi Maremma Livornese. I “Bulgari” furono alleati Longobardi, il nome Bolgheri deriva proprio da questo insediamento militare che occupava, in questa zona, una posizione strategica di tipo difensivo contro lo sbarco delle truppe bizantine provenienti dalla Sardegna. Ma la vera storia del vino di Bolgheri inizia nel 1944, grazie all’intuito di un pioniere dell’enologia italiana: Mario Incisa della Rocchetta. Il marchese impianta il primo vigneto di cabernet a Castiglioncello di Bolgheri, dopo anni di sperimentazioni varie nasce nel 1968 la prima bottiglia di Bolgheri Sassicaia, ai tempi “Vino da Tavola”. La DOC viene attribuita solo nel 1994 e disciplina il Bolgheri Superiore e il Bolgheri Sassicaia, quale esempio di cru italiano. Durante questi anni, molte aziende, hanno cercato di valorizzare al meglio il territorio senza cedere all’incessante richiesta di mercato che richiedeva il più delle volte vini piuttosto omologati, ruffiani e “schiaffeggiati dal legno”.

Una tra queste è Tenute Argentiera, situata allo zenit meridionale sulle alture di Donoratico, frazione del comune di Castagneto Carducci; i vigneti si affacciano sull’orizzonte del mare dell’Arcipelago toscano. L’azienda è nata nel 1999 per volontà della famiglia Fratini, imprenditori fiorentini, quale parte della storica Tenuta di Donoratico. Deve il nome all’ area mineraria etrusca dove si estraeva l’argento, oggi conta 80 ettari di vigneti di proprietà, tutti compresi nella DOC Bolgheri. “Fare grandi vini è un coinvolgente e costante lavoro di squadra: la natura da sola non basterebbe”». Queste le parole di Stanislaus Turnauer, dal 2016 alla guida di Argentiera, passaporto austriaco ma toscano d’adozione, coadiuvato dall’esperienza del CEO Federico Zileri Dal Verme, iniziatore del progetto, e dell’enologo Nicolò Carrara da dieci anni a guida della cantina. Inoltre è molto importante per l’azienda lo sguardo internazionale di Stephane Derenoncourt perché rappresenta una visione dello stile bordolese che a Bolgheri ha trovato un perfetto habitat naturale. Ultimo arrivato, nel 2019, Leonardo Raspini nel ruolo di direttore generale, agronomo e grande conoscitore del territorio, perché per Argentiera è altrettanto importante mantenere salde le proprie radici toscane.

“Per realizzare un grande vino l’obiettivo primario è quello di esaltare, integrandole e racchiudendole in una bottiglia, tutte le straordinarie caratteristiche della zona: dalla diversità dei terreni al microclima, dalla forza vibrante della macchia mediterranea al soffiare fresco e gentile del mare”. Stanislaus ribadisce inoltre che tradizione e tecnologia possono e devono coesistere, un concetto molto importante per un’azienda che ha l’ambizione di diventare un punto di riferimento in Italia e all’estero.
Sin dal principio Argentiera ha seguito una filosofia produttiva dedita all’integrazione naturale del territorio con il paesaggio: i vigneti sono stati ricavati da antichi pascoli, un esempio concreto che sottolinea la volontà dell’uomo di valorizzare e privilegiare un determinato contesto ambientale. Purtroppo il più delle volte accade l’esatto contrario, la bellezza dei luoghi viene sovrastata innaturalmente per realizzare utili, fini meramente commerciali e del tutto discutibili. La Tenuta è situata nei pressi del litorale tirrenico ma contemporaneamente raggiunge una tra le massime altitudini di tutto il territorio bolgherese, arrivando sino a 200 metri sopra il livello del mare, un duplice vantaggio responsabile dei precursori aromatici dell’uva. L’esposizione tra sud e sud-ovest favorisce un microclima ottimale, mitigato dalla costante ventilazione e da un’importante escursione termica tra giorno e notte. Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot, Vermentino e Syrah rappresentano il patrimonio vitivinicolo dell’azienda. 25 ettari in zona Poggio, la più vicina all’Aurelia, ricca di sabbie rosse di Donoratico composte da materiali ferrosi, qui le varietà classiche bolgheresi e il Vermentino danno il massimo.

Nella zona di Villa gli ettari sono 15: argilla e limo in netta prevalenza donano, soprattutto al merlot e al petit verdot, una buona maturità. Infine vi è la parte più alta, il cosiddetto altopiano de “I Pianali”: 40 ettari suddivisi in Argentiera, Ginestre e Pianali. Terreni calcareo-argillosi e ricchi di scheletro ospitano i migliori vigneti dedicati al cabernet sauvignon, al cabernet franc e al merlot. Dalla selezione de “I Pianali” infatti nasce l’Argentiera Bolgheri DOC Superiore, il vino di punta dell’azienda che vedremo in seguito. Un unicum a parte è costituito da una parcella di un ettaro, poco lontano dalle colline della frazione di Donoratico, a 120 m. s.l.m., coltivata a cabernet franc.
In vigna si presta la massima attenzione ad individuare le differenze tra le cultivar in relazione all’appezzamento in cui vengono allevate, questo avviene durante tutta la fase del ciclo vegetativo; differenze che generano diversi stadi di qualità e approcci di vinificazione mirati. Infine vengono selezionate le parcelle di vigneto con maturazione omogenea e vengono vendemmiate separatamente. Vengono limitati i trattamenti in un regime di lotta integrata, lo scopo è salvaguardare il più possibile l’equilibrio della pianta cercando di impattare il meno impossibile sulla natura, la biodiversità e l’ecosistema.
Veniamo dunque ai vini presentati, sarà più facile raccontare le peculiarità di Tenuta Argentiera.

Poggio ai Ginepri Bianco 2019
Questo vermentino in prevalenza, vitigno largamente diffuso in Toscana, con un piccolo saldo (10%) di sauvignon blanc, è figlio di un’annata tutto sommato regolare, le uve hanno mostrato una qualità media eccellente. I vigneti sono esposti ad ovest a 80/100 m. slm, le rese pari a 90 quintali Uva/Ha. Viene eseguita una pressatura soffice, fermentazione a bassa temperatura, segue l’affinamento sulle fecce fini esclusivamente in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata. 12,5% Vol., si muove agilmente all’interno del calice, mostrando consistenza e riflessi chiari, vivaci, un paglierino piuttosto classico. Un respiro dolce, il frutto è maturo ma conserva una certa croccantezza al naso: melone bianco, pera Williams, pesca lievemente sciroppata, venature erbacee di bosso e salvia anticipano un finale che sa nettamente di calcare e iodio, un forte richiamo al paesaggio marino che influenza le vigne. In bocca è piuttosto scorrevole e succoso, alcol ben integrato, la freschezza, commisurata alla sapidità, deterge il palato richiamando molto i frutti percepiti al naso. Su torte salate di vario genere, soprattutto a base di verdure fresche di stagione, è un abbinamento ideale.

Bolgheri Rosato Poggio ai Ginepri 2019
Non poteva certo mancare un rosato in casa Argentiera. L’azienda è affacciata sulla costa, soprattutto nel periodo primaverile-estivo questa categoria di vini è richiestissima dai ristoratori locali, dai mercati esteri e da tutti coloro che, anche a casa, amano variare rispetto al solito abbinamento “vino bianco-pesce”. In linea con la filosofia azienda e alle peculiarità del territorio vitivinicolo bolgherese sono stati scelti due vitigni internazionali su tutti: cabernet sauvignon e syrah in parti esattamente uguali. I dati tecnici e la tipologia di vinificazione, a parte la breve macerazione sulle bucce, essendo un rosato, sono identiche al vino precedente. 13% Vol., un bel cerasuolo vivace che ricorda il colore del salmone. Media consistenza, disegna archetti mediamente fitti e regolari. L’impatto al naso è delicato, stuzzica la memoria di chi lo beve grazie a una fusione di sfumature fruttate/floreali che vanno dalla fragolina di bosco all’acqua di rose, cipria, melone di Cantalupo, salvia. Uno stile che anche in bocca richiama molto il “mondo serio” dei rosati provenzali, dove agilità di beva, sale e freschezza sono all’ordine del giorno, oltre a un alcol mai preponderante. Abbinato ad una classica pizza napoletana un sorso tira l’altro.

Bolgheri Rosso Poggio ai Ginepri 2018
Concentriamo ora l’attenzione sulla gamma di vini rossi presentati da Argentiera, ad incominciare dal “Poggio ai Ginepri Rosso” 2018, un Bolgheri DOC che nasce dalla vinificazione separata di uve cabernet sauvignon (40%), merlot (30%), cabernet franc (20 %) e petit verdot (10%). L’annata in questione è stata caratterizzata da abbondanti piogge in maggio e giugno (178 mm) che hanno reso difficile la lotta fitosanitaria, l’ottima esposizione dei vigneti e i venti marini sono stati fondamentali per non compromettere la produzione. L’estate è stata asciutta con temperature medie più basse rispetto agli ultimi anni, a ragion veduta può definirsi una buona annata. Interessante l’approccio dell’azienda su quest’etichetta, frutto di continue sperimentazioni svolte negli anni, ad oggi l’obiettivo è voler offrire un prodotto importante preservando sempre doti di bevibilità e freschezza; questa filosofia è alla base di Argentiera e riguarda anche le due etichette che vedremo in seguito, considerate superiori. Tutte le varietà sono state vinificate separatamente, fermentazione e macerazione in serbatoi di acciaio per circa 15-20 giorni a temperatura controllata. Il 50 % della massa è stata trasferita in barrique usate di rovere francese, dove ha completato la fermentazione malolattica e dove in seguito è avvenuto l’affinamento. L’altro 50%, al contrario, è stato destinato unicamente all’acciaio inox, in tutte le fasi; assemblaggio ed imbottigliamento. Identica esposizione e caratteristiche tecniche dei due vini precedenti. 14 % Vol., tonalità profonda, calda, roteandolo nel bicchiere mostra consistenza e una tonalità rubino intenso che sull’unghia evidenzia sfumature porpora. Il naso in questa fase risulta piuttosto vinoso, tanti fiori in primo piano, su tutti violetta e iris, un frutto che sa di amarena, mora, ma anche liquirizia, chiodo di garofano, pepe rosa e una leggera tostatura che ricorda vaniglia bourbon e legni nobili ben fusi al comparto precedentemente descritto. Con lenta ossigenazione ricordi terrosi e mediterranei, su tutti la salamoia d’olive. In bocca mostra già l’importanza delle uve allevate in azienda: profondità, medio corpo e un andirivieni di sensazione fresco-sapide che si alternano quasi ritmicamente, in un finale che ricorda la carnosità del frutto e la spezia. Ottimo l’abbinamento su un piatto di coniglio in umido ai peperoni e cipolla rossa di Tropea.

Bolgheri Villa Donoratico 2018
Saliamo di un gradino: è la volta del “Villa Donoratico”, un Bolgheri DOC Rosso che nasce da vigne esposte a sud-ovest a circa 150-180 metri d’altitudine. Il clima mediterraneo/marittimo caratterizza molto queste colline, le dolci brezze provenienti dal mare vengono scaldate dal sole toscano di costa. Un terreno che ha una composizione variabile di sabbia, calcare e argilla. Le due uve più importanti della tenuta, cabernet sauvignon (50%), merlot (30%), vengono maggiormente valorizzate nell’assemblaggio, con un saldo di cabernet franc (15%) e petit verdot (5%). Rese pari a 70 quintali Uva/Ha, le stesse vengono raccolte manualmente e selezionate su un doppio tavolo di cernita. Tutte le varietà vengono vinificate separatamente, fermentazione e macerazione in serbatoi d’acciaio per una durata di circa 20/25 giorni ad una temperatura controllata non superiore ai 28° C. Segue la fermentazione malolattica e l’affinamento in barrique di rovere francese, più alcuni mesi in bottiglia.14,5% Vol., Il vino tinge il calice mostrando una tonalità rubino attraversata in controluce da sfumature violacee. Il quadro olfattivo è incentrato su frutti di bosco maturi quali lampone e mirtillo, impreziositi da rimandi terrosi e autunnali di funghi secchi e sottobosco, oltre a liquirizia e tabacco. Spezie dolci e orientali addolciscono il respiro, ravvivato ulteriormente da una folata balsamica di eucalipto e pino marittimo. Al palato mostra carattere ed eleganza, notevole tempra tannica, abbraccia il palato ma non ha intenzione di arruffianarselo; vibrante la sapidità, in questa fase risulta in netto vantaggio sulla freschezza, il vino deve ancora stemperare la grande potenza del terreno. Vino in divenire, accostato ad uno spezzatino di cinghiale, oggi, trova il massimo dell’espressività.

Bolgheri Superiore Argentiera 2017
Il vino simbolo di Tenute Argentiera, a cominciare dal nome, è un’etichetta che assieme ad altri illustri “colleghi” ha saputo imporre il nome Bolgheri nel mondo del vino e tra gli appassionati di taglio bordolese. Rappresenta il frutto di quanto di meglio ha da offrire il territorio di Donoratico, ”frazione marittima” del comune di Castagneto Carducci, cuore pulsante di queste lande toscane affacciate sul Tirreno. L’assemblaggio prevede l’utilizzo delle migliori uve della tenuta, quali cabernet sauvignon (50%), merlot (40%), cabernet franc (10 %), allevate a 180/200 m. slm, su terreni argillosi, sabbiosi e ricchi di calcare, esposti a sud-ovest con rese ancora più basse, 60 quintali Uva/Ha. Fermentazione in acciaio con macerazione di 25/30 giorni a temperatura controllata. Circa l’affinamento segue lo stesso protocollo del vino precedente, l’unica differenza riguarda la massa che affina almeno 18 mesi in barrique nuove e usate in una proporzione pari al 50%, più un periodo in bottiglia. Quest’etichetta è frutto di un’annata che verrà ricordata come una tra le più torride e siccitose del nuovo millennio. Lo staff Argentiera, soprattutto in vigna, ha messo in campo tutta l’abilità possibile per riuscire a portare a casa uve sane e non squilibrate; fondamentalmente ci è riuscita, salvo un 15% di produzione in meno, le uve hanno mostrato una qualità molto buona. 14,5% Vol., il vino riempie il calice mostrando una tonalità ancor più profonda rispetto alla precedente etichetta, maggior concentrazione cromatica che al rubino accosta sfumature purpuree. Il naso è potente, esplosivo: mora, mirtillo, cuoio, grafite, rimandi terrosi e boschivi addolciti da una leggera nota di vaniglia bourbon e noce moscata. Dopo lenta ossigenazione un ricordo di erbe officinali e svariate bacche che ricordano la macchia mediterranea, su tutte il mirto. In bocca mostra la stessa potenza riscontrata al naso, un sorso che conquista per diversi minuti i recettori del gusto senza saturarli; l’alcol è ben fuso alla materia, la freschezza, nonostante il leggero ritardo sull’abbondante sapidità, è la conferma che le uve sono state vendemmiate al giusto grado di maturazione e senza eccesso di accumulo di zuccheri. Anche questo è un vino ancora in fasce, ma grazie alle peculiarità dell’annata risulta piuttosto godibile sin da ora, tutto ciò considerando i precedenti millesimi bevuti a pochi mesi dalla messa in commercio. Questa sensazione di compiutezza è amplificata ulteriormente dall’abbinamento gastronomico: un piatto di agnello in umido alla toscana è quanto di più indicato.
Bolgheri è un territorio vitivinicolo che ho intenzione di approfondire sempre di più. L’impegno costante di Argentiera, unito a quello di altre realtà che ho incontrato negli ultimi anni, rappresenta il motore trainante che permetterà a questi vini di conquistare ulteriormente i mercati internazionali e a sdoganare molti luoghi comuni che ancor oggi gravitano attorno alla DOC, soprattutto in Italia.
Andrea Li Calzi




