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Benvenuto Brunello 2010: l’annata 2005 riscopre i colori e i profumi del sangiovese

Benvenuto Brunello - ingresso alla Fortezza di MontalcinoNon c’è che dire, questo è stato l’anno delle sorprese, anche se ad essere sincero mi aspettavo di trovarmi di fronte a un cambiamento più o meno radicale, il terremoto che ha sconvolto il comparto vitivinicolo montalcinese non poteva non lasciare delle conseguenze. Forse è presto per parlare di svolta profonda e consapevole, c’è sicuramente la complicità di un’annata non facile, non certo da 4 stelle come gli esperti hanno sentenziato, dimostrando di preferire come sempre una filosofia fin troppo ottimistica piuttosto che dare a Cesare quel che è di Cesare. Il 2005 ha evidenziato un Brunello in veste decisamente più tradizionale, con i colori del sangiovese e profumi che rimettono in pace con il mondo, niente più concentrazioni spinte, tinte inchiostrate, gusti uniformati di confetture e marmellate di frutta, ma un’annata che rispecchia quello che è, con i limiti e i pregi che le competono, lasciando persino qualcuno spiazzato, ormai abituato a confrontarsi con troppi prodotti inverosimili, sempre coloratissimi, opulenti e massicci indipendente dal millesimo.
Io ne sono uscito rincuorato, se c’è una cosa che amo è poter sentire le differenze, non fa niente se non sarà una grande annata, di quelle che durano decenni (ma anche la tanto decantata ’97 ha dimostrato in molti casi limiti ben precisi), è importante riabituare tutti, dai fruitori finali agli importatori, ai distributori, ai giornalisti, agli stessi produttori, che non abbiamo a che fare con un liquido pastorizzato e omogeneizzato, ma con qualcosa di vivo e in continua evoluzione, ed è questo il fascino del vino. Certo, è altrettanto importante, anzi direi fondamentale, imparare che il prezzo di un prodotto non può mai prescindere dal livello qualitativo, un messaggio importante che va recepito, che deve consentire di poter far funzionare il sistema economico con continuità. Alzare per anni i prezzi dei vini non è stata una mossa intelligente, oggi è molto più difficile giustificare un valore decisamente inferiore, automaticamente viene applicata la formula: basso prezzo=bassa qualità. Niente di più sbagliato, si tratta di qualità differenti e non paragonabili fra annate diverse, il vero confronto avviene all’interno della stessa, fra azienda e azienda, fra chi ha dimostrato di saper interpretare al meglio le caratteristiche dell’annata e chi meno o per nulla.

Benvenuto Brunello 2010 - La sala degustazioneGli elementi emersi da questi due giorni intensi di degustazione, avvenuti il 19 e 20 febbraio 2010 nella consueta tensostruttura adibita all’interno della Fortezza di Montalcino, sono assolutamente positivi e incoraggianti, più avanti ne spiegherò le ragioni. Il tempo a disposizione e il numero proibitivo di campioni che i bravi sommelier AIS sono stati pronti a servirci, mi ha costretto a fare una scelta, concentrandomi sui Brunello 2005 e Riserva 2004, tralasciando i pur ottimi Rossi di Montalcino 2008. Ho preferito dedicarmi al prodotto di punta assaggiando la quasi totalità dei vini presenti, circa 130 campioni 2005 e 36 riserve 2004.
Man mano che degustavo, rigorosamente alla cieca, ho notato con stupore che quei colori melanzana, scurissimi e concentrati, che più volte ci sono stati spiegati come frutto dei nuovi cloni di sangiovese, estremamente più carichi di colore, sono quasi totalmente scomparsi; certamente l’annata difficile non ha consentito pratiche estrattive azzardate, ma in questo contesto non mi interessa mettere il dito nella piaga e fare inutili supposizioni su un cambio così repentino di stile, perfettamente ritrovato al naso e al gusto. Quello che mi preme dire, invece, è che il mutamento va preso in positivo, come visione di un futuro più realistico e concreto, dove il sangiovese torna ad essere padrone indiscusso della realtà ilcinese. E il segnale più importante ci arriva da uno di quelli che, per me, è risultato essere uno dei dieci migliori vini assaggiati, ovvero il Poggio alle Mura di Banfi, che aveva già figurato bene con la 2004 ma quest’anno sembra avere trovato un equilibrio e una toscanità del tutto nuove. E Banfi non è un’azienda qualsiasi, ma quella che ha permesso di far conoscere e apprezzare il Brunello di Montalcino nel mondo, non si può non riconoscerle che commercialmente sia fondamentale, i numeri parlano chiaro: 170 ettari vitati iscritti a Brunello Docg e una media annua tra le 700 e le 800 mila bottiglie prodotte, più altre 700 mila di Rosso di Montalcino. Quindi, se Banfi propone un vino di questo stile ha un impatto sul mercato rilevante, ponendo le altre aziende nella condizione di poter cavalcare l’onda, proponendo finalmente vini di territorio, meno enologici e più di sostanza. Ovviamente non sempre si ha la fortuna di avere fra le mani una grande annata, per la quale dovremo aspettare il 2011 con il millesimo 2006, per tentare di uscire da una crisi che non ha esonerato il comparto vinicolo e tanto meno il pianeta Brunello, ma proprio per questo va riconosciuto lo sforzo collettivo per rilanciare un prodotto che sembrava aver perso la bussola da troppo tempo.

Benvenuto Brunello - degustatori all'operaE’ in quest’ottica che va vista la 2005, annata che ha rivelato certamente dei limiti: una struttura modesta, in alcuni casi tannini duri e poco maturi, acidità e alcol che non trovano ancora un punto di incontro, elementi che ovviamente si esaltano quando la polpa è più magra, ma a suo favore c’è una maggiore onestà olfattiva, un legno che quasi mai invade il campo lasciando al sangiovese il ruolo di protagonista, inoltre dobbiamo pensare che annate come questa sono quelle che chiedono più tempo per equilibrarsi e giudicarle ora significa inevitabilmente penalizzarle.
Per quanto riguarda la 2004, invece, ci troviamo di fronte ad un millesimo assai diverso, le Riserve hanno dimostrato di non mancare di sostanza e complessità, anche se in alcuni casi ho avuto l’impressione di un’evoluzione e una maturità già piuttosto avanzate, che lasciano supporre si tratti di un’annata ottima sul piano della piacevolezza e del corpo, ma da non tenere in cantina per troppi anni.

I migliori Brunello 2005
L’abbondante numero di campioni degustati mi impone di rinunciare alla descrizione dettagliata di ciascun vino, mi limiterò a menzionare quelli che mi hanno maggiormente convinto.
Vini assolutamente validi, piacevoli, con maggiore equilibrio e una materia di tutto rispetto sono risultati i 2005 annata di Gianni Brunelli-Le Chiuse di Sotto, Il Colle, Le Chiuse, Le Macioche, Podere Sanlorenzo, Canalicchio di Sopra, Lisini, Col d’Orcia, Il Poggione, Il Palazzone, Sesta di Sopra, Talenti, Tassi, L’Aietta, Poggio dell’Aquila, Brunelli, Uccelliera, Vasco Sassetti, Capanna, Innocenti, Sesti e Ferro.
Un gradino al di sotto il Molino di Sant’Antimo, Le Potazzine, Mastrojanni, Poggio Antico, Franco Pacenti-Canalicchio, Piancornello, Sassodisole, Scopone, Villa I Cipressi, Siro Pacenti, Tenuta di Sesta e Tornesi.
Meritano di essere menzionati anche i 2005 di Villa Le Prata, il fortemente terziario Marchesato degli Aleramici e Abbadia Ardenga.Delle quattro selezioni presentate l’unica che davvero spicca e merita di essere menzionata è il Poggio alle Mura di Banfi, sul quale mi sono già espresso in precedenza.

I migliori Brunello Riserva 2004
Peccato per Siro Pacenti, uno dei bouquet più affascinanti di tutta la degustazione, ma purtroppo il liquido rivelava una presenza di depositi decisamente abbondante, anche da un altro campione, e questo non mi ha permesso di valutarlo.
Gli assaggi più emozionanti li ho avuti con Le Potazzine, Gianni Brunelli-Le Chiuse di Sotto, Vigna Spuntali di Tenimenti Angelini, Franco Pacenti-Canalicchio, Solaria, Talenti, Uccelliera, Tenuta di Sesta, Capanna e Il Paradiso di Manfredi, sul quale c’è però da dire che ha qualche limite nel bouquet mai del tutto pulito e un po’ impreciso. In seconda battuta ho apprezzato molto le Riserve 2004 di Brunelli, Caparzo, Ciacci Piccolomini d’Aragona e Vasco Sassetti.
Leggera delusione, almeno per il momento, con l’Ugolaia di Lisini, ancora non del tutto liberato dal legno, buoni ma mi sarei aspettato qualcosa di più da Abbadia Ardenga, Il Poggione, le Macioche, Sesti, Camigliano, Poggio all’Oro di Banfi e Collemattoni.
Dulcis in fundo ma “fuori concorso” uno straordinario Poggio al Vento 2001 di Col d’Orcia, un vino pericoloso tanto è ricco, speziato, fresco, setoso nel tessuto tannico, profondo al palato, sapido e lunghissimo.

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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