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Un notevole incremento di partecipazione e interesse sia da parte dei produttori che del pubblico di operatori o semplici appassionati si è registrato nel corso della terza edizione di Terre di Toscana, un giusto e meritato riconoscimento all’evento nato e organizzato con passione dallo staff di Acquabuona, uno dei portali di riferimento della cultura enogastronomica online, i cui elementi portanti sono Luca Bonci, Riccardo Farchioni e Fernando Pardini. Dopo aver esplorato, nelle precedenti manifestazioni organizzate sul modaiolo litorale versiliese, realtà enologiche come il Friuli o il Piemonte, per il terzo anno consecutivo L’Acquabuona ha dato spazio alla produzione della regione che ospita l’evento, scelta ripagata dalla presenza di ben 94 aziende tra le migliori del panorama toscano, arricchendo il programma con novità e iniziative di indubbia originalità e qualità. L’edizione 2010, a fianco dei rituali banchi di assaggio presenziati dai produttori, oltre all’abituale rassegna di artigiani del gusto con la degustazione e vendita delle loro prelibatezze dolci e salate, ha permesso alle centinaia di persone intervenute di gustare gli “appetizer” e i “finger food” realizzati da Umberto Gorizia, dal suo secondo Massimiliano Cianni e dal resto dello staff del Ristorante Il Colombaio, Stella Michelin di Casole d’Elsa. Uno dei “piatti forti” della rassegna toscana era dato dall’evento intitolato “Come eravamo“, una ghiotta e quanto mai unica occasione di poter degustare e verificare il grado di tenuta nel tempo, qualità e caratteristiche produttive di un numero considerevole di etichette degli stessi produttori presenti a Terre di Toscana risalenti fino agli anni ’70. Una settantina di bottiglie un po’ impolverate, qualcuna con le etichette scolorite o consunte a garanzia del prodotto hanno fatto quindi dapprima bella mostra di sé su un unico lungo tavolo, presidiato da un buon numero di sommelier Fisar addetti alla mescita, unico bancone che però, poco dopo, si dimostrava purtroppo inadeguato a fronteggiare l’inevitabile calca di assetati di curiosità e proposte. Probabilmente un raddoppio delle postazioni di degustazione, ma forse ancor meglio dedicare più calma e riguardo all’iniziativa, tipo tavoli e sedie dove poter cercare di comprendere e condividere le residue o ancora vive potenzialità di questi autentici cimeli storici, limitando l’accesso tramite l’inevitabile prenotazione a numero chiuso, avrebbe reso più fruibile un evento tutt’altro che secondario.
L’idea che mi sono fatto su questi campioni di longevità è che tutti, chi più chi meno, sono ancora dotati di un buon grado di freschezza, acidità, supportata in diversi casi anche da un buon corpo. Iniziando da quelli di età compresa nell’ultimo quindicennio, ho apprezzato in quanto a beva, pulizia al naso (compatibilmente con alcuni sentori di ossidazione) e persistenza il Chianti Classico Riserva 2004 dell’azienda Il Borghetto di San Casciano Val di Pesa, il Bolgheri Rosso Grattamacco 2001 dell’omonima azienda (dal 2007 proprietà Collemassari, ndr) di Castagneto Carducci, il Montecucco Rosso Sacramonte 2001 di Castello di Potentino di Seggiano, il Rosso di Montalcino 2002 di Stella di Campalto, il Brunello di Montalcino 1998 di Tenuta Col d’Orcia, il Cavaliere 1999 di Michele Satta, il Chianti Classico Riserva Ducale 1996 di Ruffino e il Brunello di Montalcino Riserva 1998 di Tenuta Il Poggione. Passando alle bottiglie imbottigliate da un ventennio ed oltre, da cui scaturivano vini dotati di un gran fascino seppur di tonalità nettamente aranciate e con sentori terziari (e in qualcuno, ma pochi, anche oltre…), confesso qualche perplessità e un pizzico di delusione assaggiando l’ambito Sassicaia 1984, mentre mi stupiva la freschezza e la discreta beva del Vino Nobile di Montepulciano Riserva 1988 di Boscarelli, del Chianti Grosso Senese 1982 del Podere Palazzino, addirittura del Chianti Classico Riserva 1970 di Badia a Coltibuono, per finire con il Vin Santo 1968 di Villa Petriolo. Addentrandomi invece tra le file di produttori presenti nell’accogliente sala messa a disposizione dall’UNA Hotel, sul lungomare di Lido di Camaiore, ho avuto la possibilità di assaggiare e comparare i vini prodotti da nuove realtà con quelli di cantine storiche come la Tenuta Il Poggione, una delle più antiche di Montalcino risalente alla fine dell’800 di proprietà della famiglia Franceschi di Firenze, originariamente 1.200 ettari di vigneto da cui, dopo la divisione dei beni tra i fratelli fiorentini, nacque la Tenuta Col d’Orcia, che proponeva in degustazione il suo ottimo Brunello di Montalcino 2005 e il Riserva Paganelli 2004, entrambi affinati per almeno 36 mesi in botti grandi da 52 ettolitri, o a indiscutibili blasoni come la Tenuta San Guido, che aveva in degustazione, oltre agli ultimi nati Bolgheri Sassicaia 2006 e Guidalberto 2007, entrambi bisognosi di maggior affinamento in bottiglia, il Barrua 2006, proveniente dalla tenuta sarda, a base di uve carignano in prevalenza, o conferme come il Cepparello 2006 a base di sangiovese in purezza dell’azienda Isole e Olena di proprietà del piemontese Paolo De Marchi, degustato insieme a Selezione De Marchi Syrah 2006 e Cabernet Sauvignon 2004, per finire con il Vin Santo del Chianti Classico 2001.
Tra un sorso e l’altro ho conosciuto l’estroverso Mattia Barzaghi di San Gimignano, che ha lavorato a lungo nell’azienda Panizzi ed ora è autore di ottime vernacce in purezza, come l’Impronta 2008, interamente in acciaio, dotata di grande freschezza e sapidità, la selezione Zeta 2008, affinata sei mesi in botte da 25 hl per garantirgli i sentori floreali e fruttati ed incrementarne la corposità, e la Riserva 2007, un anno in barrique nuove per limarne spigolosità e acidità, mantenere la mineralità e dare un tocco di note di miele. Sempre sul fronte dei vini bianchi, mi sono piaciuti stile e vini biodinamici di Gabriele Da Prato, dal 1999 alla guida dell’azienda di famiglia Podere Concori a Gallicano, una delle poche realtà della Garfagnana lucchese. Il suo omonimo Podere Concori 2009 a base di pinot bianco all’80% e chemin blanc per il 20%, macerato sulle bucce e fermentato per una decina di giorni in tini di acciaio, presenta al naso aromi intensi e fruttati, seguiti da una piacevole freschezza e lunga beva. Molto interessante e atipico il suo Melograno Rosso 2007 a base di vecchi vigneti e cloni di syrah in purezza, dotato di tannini intriganti ed avvolgenti, così come il suo Pinot Nero 2008. Ottimi il Colli di Luni Vermentino Monte Sagna 2009 e il Fosso di Corsano 2008 dell’azienda massese Terenzuola, entrambi affinati in acciaio sulle loro fecce nobili fino a dicembre, il secondo frutto di una selezione di uve da un unico vigneto posto a 400 metri, dotati di grassezza, buona beva e persistenza, così come il Vermentino Nero 2009, un rosato toscano IGT nato da un salasso dell’uva di un particolare clone di canaiolo utilizzata per il loro rosso rubino Merla della Miniera 2006, unite a un 15% di uva tintoretto, che lo rendono tannico e speziato al punto giusto. La simpatia unita alla grande conoscenza del territorio dell’enologo Beppe Rigoli mi hanno permesso di addentrarmi nel mondo del Carmignano che scaturisce dai 20 ettari dei vari vigneti della sua Fattoria Ambra, a cominciare dal fresco Barco Reale 2008, creato con pressoché le stesse percentuali di sangiovese (80%), canaiolo e cabernet sauvignon in egual misura del pepato Rosato di Carmignano Vin Ruspo 2009, del Camignano Santa Cristina in Pilli 2007 e delle tre Riserve 2006 Elzana, Ambra e Vigne Alte Montabiolo, così come sono simili i processi di vinificazione e affinamento in legno, parte in tonneau da 500 litri e parte in botti da 25 hl. Atipico in quanto a freschezza, sentori di miele e frutta secca a scapito di ossidazione eccessiva il suo Vin Santo di Carmignano 2002 a base di uve trebbiano e san colombano.
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