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Caparsa: il Chianti Classico e la scelta biologica…e una doppia verticale di Caparsino e Doccio a Matteo Riserva


Azienda CaparsaNella società odierna, indubbiamente sofferente per un pessimo e irrispettoso uso delle risorse naturali che ha a disposizione, veniamo frequentemente informati della scomparsa di specie viventi a causa dell’inquinamento ambientale prodotto dall’uomo nelle sue innumerevoli forme: deforestazione, abusi edilizi, sfruttamento sempre più esasperato delle risorse della terra con conseguente aumento della desertificazione, smog prodotto dall’uso massiccio di carburanti, acque inquinate da scarichi industriali, uso abbondante di chimica in agricoltura, scorie radioattive e rifiuti tossici nell’aria, nel terreno e nei mari, effetto serra e cambiamento climatico dell’intero pianeta e potrei andare avanti per molte pagine. Tutto questo in nome di un progresso che contraddice se stesso, rendendo la nostra vita circondata da cose spesso più dannose che utili e certamente meno sana. In questo contesto che vede sempre più necessaria una svolta radicale nel nostro modo di vivere, il ritorno ai vini cosiddetti naturali, appare una necessità e una speranza di riappropriarci di un’agricoltura più sana e consapevole.
L’uso della chimica in questo settore nasce dall’esigenza di non avere perdite nella produzione alimentare, non fa piacere a nessuno trovarsi un oliveto infestato dalla mosca bianca o un vigneto dalla peronospora. E’ altresì vero che c’è un difetto di fondo nella nostra mentalità attuale: la convinzione che un uso costante di certi prodotti non porti conseguenze più gravi delle possibili malattie che con essi si combattono. Come nell’uomo un’uso continuativo di antibiotici, cortisonici, vaccini e medicinali in genere finisce con l’indebolire irrimediabilmente il nostro fisico rendendolo più vulnerabile e, di conseguenza, più dipendente dalle medicine stesse, così avviene in un terreno dove sistematicamente si fa uso di pesticidi, diserbanti, fertilizzanti ecc.

Ci sono molti scettici, anche in viticoltura, gente che crede sia impossibile fare a meno della chimica, che queste domande non se le pone o lo fa in modo sbagliato. Metodi come quello biologico o biodinamico non si possono applicare dall’oggi al domani, soprattutto in terreni che sono stati già male utilizzati, ci vogliono anni, la natura deve risvegliarsi, riossigenarsi, rinforzarsi e solo allora può essere in grado di difendersi dalla maggior parte dei “nemici”, o essere aiutata in modi meno invasivi e violenti, tutt’al più mirati, occasionali. I microrganismi devono tornare a dare nutrimento al terreno e alle piante. Nel leggere “Vini naturali d’Italia” di Giovanni Bietti, mi ha colpito questo passaggio durante la visita a un produttore piemontese suo amico: “Il mio amico mi porta nella vigna e noto che le uve più mature sono piene di api, che le succhiano con evidente soddisfazione. “Guarda lì accanto”, mi dice. Ebbene, sul pezzo di terra adiacente, naturalmente anch’esso piantato a vigna e a prima vista identico, le uve non presentano traccia di api. Il terreno stesso è privo di erba, a differenza di quello del mio amico; scavando per cinque centimetri nel sottosuolo della vigna del mio amico esce fuori un bel lombrico, grasso, vivo e vegeto, mentre in quel pezzo di terra nulla”. E prosegue: “Oggi troviamo una grande quantità di prodotti alimentari di qualità trattati in modo tale che gli insetti preferiscono non attaccarli. Ciò, naturalmente, risolve un problema pratico che l’uomo si è posto per diversi millenni, quello di difendere il proprio cibo da parassiti e altri agenti deterioranti, ma allo stesso tempo fa nascere alcuni interrogativi singolari e inquietanti: gli insetti attaccavano il nostro cibo perché era buono e salutare anche per loro? Se sì, come sembra evidente, allora il fatto di non attaccarlo significa che per loro non è più buono e salutare? Siamo sicuri allora che questo cibo resti invece buono e salutare per noi?”. Ecco, forse sarebbe il caso di porsi queste domande, di rendersi conto che il vino è soprattutto alimento, e più viene manipolato e trattato più sarà dannoso e meno digeribile per il nostro organismo, come del resto qualsiasi altro alimento.

Paolo Cianferoni, vignaiolo chiantigiano classe 1958, con un solido passato famigliare di tradizione vitivinicola, dal 1982 conduttore dell’azienda Caparsa a Radda in Chianti insieme a Gianna Bastoncelli, sua compagna di vita e vegetariana convinta, su queste cose deve averci riflettuto molto, perché la strada per un’agricoltura orientata al rispetto dell’ambiente e dell’uomo l’ha intrapresa da molti anni ed era nella sua mente già quand’era quattordicenne. Come lui stesso ci spiega, la scelta di produrre prodotti biologici non deve essere legata al desiderio di penetrare in un mercato di “nicchia”, ma deve diventare un modo di essere, di pensare, di agire. Interagire con l’ambiente in un modo ecologicamente corretto e divenire parte della cultura d’impresa, punto di partenza e obiettivo di tutta l’attività. Non posso che essere d’accordo. E il fatto che ci sia gente che si accosta a questa filosofia per motivi opportunistici, solo perché in questo momento sta riscuotendo sempre maggiore interesse, non deve essere una scusante per sminuirne la profonda verità. Come ho già più volte scritto, in ogni contesto ci può essere chi, privo di scrupoli, sfrutta l’occasione per puro vantaggio economico, ma questo non deve indurci a generalizzare o mal giudicare scelte che per altri sono invece frutto di una profonda convinzione.
Oggi l’azienda Caparsa è arrivata a ridurre del 70% l’uso di pesticidi contro le malattie della vite, grazie a un sistema di monitoraggio computerizzato dei dati ambientali che consente di fare pochi e mirati trattamenti a base di rame e zolfo senza molecole di sintesi, solo quando strettamente necessari. Viene praticato l’inerbimento su tutta la superficie aziendale, fondamentale per diminuire l’erosione del suolo e prevenire frane e alluvioni, mentre in vigna si applica il sovescio, ovvero un metodo di concimazione naturale effettuato ad anni alterni, che prevede la lavorazione del terreno negli interfilari per poter seminare il favino, una leguminosa in grado di arricchire il suolo di azoto, componente indispensabile per dare nutrimento alle viti. Al favino viene alternato il letame e altri prodotti organici. Le vigne sono situate su terreni collinari composti da galestro, alberese, argilla e sabbia, ben esposti e situati a un’altitudine media di 450 metri s.l.m., la maggior parte delle viti risalgono agli anni ’60 e ’70, età che permette una naturale riduzione della produzione d’uva per pianta, ma in azienda si sta operando anche per la realizzazione di nuovi impianti. La raccolta delle uve viene effettuata interamente a mano, in cantina si utilizzano i lieviti indigeni per la fermentazione dei vini, che non vengono filtrati per mantenere il più possibile integre le loro proprietà.
La produzione prevede due tipologie di Chianti Classico, il Caparsino e il Doccio a Matteo, il Rosso di Caparsa e il Bianco di Caparsino, oltre al Vin Santo, una Vendemmia Tardiva e l’Olio extravergine di oliva. E’ stato utilissimo, e di questo devo ringraziare Paolo che mi ha dato quest’opportunità, poter degustare un ampio numero di annate del Caparsino e soprattutto del Doccio a Matteo, ambedue provenienti da due singole vigne; l’esperienza mi ha permesso di comprendere meglio le potenzialità di questi due vini davvero ottimi, ma non posso fare a meno di citare il piacevolissimo Rosso di Caparsa, un sangiovese 50%, malvasia e trebbiano per la restante parte, semplicemente delizioso e dalla beva irresistibile, che ha il gusto e i profumi del Chianti di un tempo.

La degustazione

Rosso di CaparsaRosso di Caparsa
Dati tecnici: gradazione 12,5%, uvaggio sangiovese 50%, malvasia bianca e trebbiano 50%.
A chi non ricorda come si faceva un tempo il Chianti in Toscana, o non era ancora nato, o semplicemente non ha mai avuto occasione di berne, ecco un validissimo esempio. I contadini lavoravano i campi e faticavano, molto più di adesso, e avere a disposizione un vino piacevole, che non appesantisse il loro operato ma gli desse le energie sufficienti per affrontare l’impegno quotidiano, era indispensabile. La presenza delle uve bianche, infatti, oltre a fornire un contributo di acidità, alleggeriva la struttura del vino e l’alcolicità, rendendolo più bevibile senza per questo perdere le caratteristiche di profumi e gusto.
Il Rosso di Caparsa ci riporta indietro nel tempo, ed è stupefacente come riesca ad essere nella sua semplicità tanto irresistibile, va giù che è un piacere e senza appesantirti, ricordandoti che il vino è fatto per essere bevuto e digerito, senza cerchi alla testa o fastidiosi bruciori di stomaco. Ha un colore rubino luminoso e di bella trasparenza, un bouquet che arriva con immediatezza, senza bisogno di agitarlo, vinoso e al contempo profumato di violette e ciliegie succose, di amarene, con quella punta di freschezza quasi agrumata tipica delle uve bianche e una leggera nuances di macchia mediterranea.
Ma il meglio di sé lo da quando lo assaggi, rimani accalappiato dalla beva, dalla sua vitalità e da un gusto pieno e diretto, senza fronzoli, con un tannino di cui si avverte la presenza solo per una leggera astringenza, una vera gioia per il palato, a volte la semplicità è ricchezza, equilibrio e piacere, chiude con ritorni citrini, quasi di pompelmo. Non stupitevi se, lasciandolo in cantina un paio d’anni, lo potreste ritrovare ancora in perfetta salute.
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Chianti Classico Caparsino 2003 - CaparsaChianti Classico Caparsino 2003
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 90%, canaiolo e malvasia nera 10%, maturazione 2 anni in botti da 18 Hl di Limousin e Tonnau da 550 litri di Allier, fermentazione spontanea, con lieviti autoctoni, per circa 14 giorni.
Bellissimo leggere in retro etichetta “Vino culturale prodotto da uve di vigneti posti a 450 metri s.l.m. con metodologie biologiche indipendenti”. Ecco, la cultura, non tutti associano questa parola al vino, eppure non dovrebbero esserci dubbi che esso ne sia intriso. Il solo fatto che l’uomo lo produce da migliaia di anni è già un segno evidente di quanto il suo ruolo vada ben oltre quello di una semplice bevanda. Il vino è cultura perché vive di tradizioni, di storia, di ambiente, di avvicendamenti umani e se esiste lo deve proprio all’uomo, alla sua capacità di lavorare ed elaborare ciò che la natura gli mette a disposizione. Le “metodologie biologiche indipendenti” sono un chiaro avviso che, pur non disponendo ancora di certificazioni che comprovino il proprio operato, il produttore crede profondamente in questo tipo di approccio e lo ha fatto suo, magari con un’attenzione e una serietà che vanno ben oltre le regole di una normativa.
Nel 2005 vedremo che la procedura è stata “istituzionalizzata”, infatti nella retro etichetta si legge “Prodotto con uve da agricoltura biologica” e “Controllato e certificato da CCPB”. Ma veniamo al vino che ho qui nel calice, figlio di un’annata fin troppo castigata, per la quale era invece necessario fare dei bei distinguo, come del resto si dovrebbe fare sempre. E’ facile dichiarare genericamente un’annata buona o meno, ma i microclimi dove crescono le viti possono essere profondamente diversificati: la composizione del terreno, l’esposizione del vigneto, la sua età, l’altitudine, la qualità e la tempestività degli interventi di potatura, sono numerosi gli elementi che possono ribaltare qualsiasi pronostico. Di certo la metodologia biologica rende le piante più forti, capaci di affrontare meglio le annate calde, poi qui siamo a Radda in Chianti, a 450 metri di altitudine, che può significare molto per la vigna, ad esempio una garanzia di buona escursione termica.
Nell’osservare il colore del Caparsino 2003, ancora rubino con nuances granate appena visibili, e nel percepire il bouquet dai toni ancora floreali e freschi, tutto si può pensare tranne che provenga da un’annata torrida. E’ un vino dai profumi limpidi, quelli che ti aspetti da un sangiovese di queste zone, ciliegia, amarena e visciola appena mature che giocano con una speziatura delicata di cannella e tabacco biondo, richiami alla macchia mediterranea. In bocca stupisce per l’acidità ancora scalpitante, non v’è traccia di frutto stramaturo e il tannino ha una sua solidità espressiva, teso eppure ben integrato. Sembra di avere a che fare con un vino ancora all’inizio di un lungo percorso evolutivo, quasi spiazzante. La beva non gli manca, grazie anche ad un’alcolicità misurata che fa riflettere, difficile trovare rossi 2003 di questa gradazione, per giunta così buoni…
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Chianti Classico Caparsino Riserva 2004 - CaparsaChianti Classico Caparsino Riserva 2004
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 95%, canaiolo e malvasia nera 5%
Cosa si chiede a una Riserva? Viene istintivo attendersi un’esaltazione dei caratteri percepiti nel vino d’annata, maggiore struttura, maggiore longevità, maggiore persistenza, maggiore stoffa, insomma di tutto di più. Nel Chianti Classico, per restare nell’ambito di questa Docg toscana, la mia impressione è che questi aspetti non si presentano spesso, anzi, ci sono molti vini che non mostrano una spalla e una forza espressiva così determinate. E’ una sensazione che ho provato frequentemente durante le sedute di degustazione, dove ho l’opportunità di testare ogni anno centinaia di campioni, tanto da spingermi a chiedermi se avesse un senso, dal punto di vista squisitamente degustativo, questa distinzione in etichetta.
Impressione che, invece, non ho nel trovarmi di fronte al Caparsino 2004, dal colore rubino intenso e profondo e una trama olfattiva ampia ed energica, di frutto succoso e maturo, ciliegia nera e amarena, ma anche susina e una punta di mora di rovo, qui la speziatura è più fitta e profonda, rivela note di ginepro, cacao, mandorla su un sottofondo di ferro e grafite con una punta leggermente pepata. La bocca ha una pienezza che non appesantisce il gusto ma denota uno slancio non indifferente, grazie ad un’acidità ben presente e un tannino deciso e di buona finezza, ancora non completamente integrato, mentre il frutto si rivela vivo e croccante, quasi più fresco di quanto appariva all’olfatto. Alla fine è lui a vincere su tutto, rendendo la beva particolarmente piacevole, divertente e prolungata.
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Chianti Classico Caparsino 2005 - CaparsaChianti Classico Caparsino 2005
Dati tecnici: gradazione 12,5%, uvaggio sangiovese 90%, canaiolo e malvasia nera 10%
Man mano che aumenta il numero delle bottiglie di Caparsino che stappo, sento sempre più evidente una continuità espressiva, traducibile in una filosofia che tende a esaltare il connubio fra la vigna e la terra dove matura. La scelta di far avviare la fermentazione con i lieviti indigeni, di non filtrare o chiarificare sono accorgimenti che intendono riportare il più possibile nella bottiglia tutto ciò che è racchiuso nell’acino, cercando di disperderne il meno possibile. Il legno, anche quando questo è più piccolo, non è mai invasivo, nemmeno il tannino risulta trasformato, ammorbidito, ma si esprime in tutta la sua verace personalità, secondo la diversità delle annate. Sono vini che non ammiccano, che non cercano la via breve per piacere, ma seguono il loro percorso evolutivo, con orgoglio e schiena dritta.
Qui abbiamo un bel colore rubino vivace e di buona profondità, un manto odoroso orientato su geranio, viola, ciliegia, leggeri riflessi agrumati e piccole spezie, fra cui cardamomo e ginepro. Al palato appare più asciutto, essenziale, figlio di un’annata dal corpo meno voluttuoso, con un’acidità viva e un tannino tonico, non per questo priva di polpa, qui molto fresca e vitale; sembra predisposto ad una buona evoluzione, ma questo non deve lasciar supporre una minore piacevolezza rispetto ai precedenti assaggi, al contrario ha dalla sua una capacità di coinvolgere i sensi davvero notevole, si beve che è un piacere.
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Chianti Classico Caparsino Riserva 2006 - CaparsaChianti Classico Caparsino Riserva 2006
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 95%, canaiolo e malvasia nera 5%
Come avevo scritto qui, l’annata 2006 è stata caratterizzata da un ritrovato carattere chiantigiano, molti vini piacevoli, meno “pompati” e più vicini a un’idea di vino che si beve bene, digeribile, meno enologico. Certo, non è così per tutti, questo è ovvio, ma complessivamente l’impressione è stata molto positiva, merito anche di un’annata davvero eccellente, che ha dato risultati notevoli anche in Langa (nonostante le strane dichiarazioni di Bruno Giacosa) e in molte altre parti d’Italia.
I vini di Paolo Cianferoni, che necessitano di un periodo di maturazione maggiore, finiscono per patire un po’ quando vengono presentati a febbraio in occasione di Chianti Classico Collection, quasi sempre prelevati dalla botte e quindi scomposti, non facili da interpretare. Poter degustare oggi la Riserva 2006 è un’ottima occasione per comprendere meglio le sue potenzialità e caratteristiche. Presenta un colore che colpisce subito, molto più concentrato e scuro dei precedenti, rubino con venature violacee, in parte dovuto all’annata e in parte al fatto che è più giovane. In ogni caso ci tengo a precisare che non siamo su quelle tinte melanzana impenetrabili che adducono sospetti durante le sessioni di degustazione. Il profumo non smentisce la logica sequenza di questi vini, se lo confrontiamo con la Riserva 2004 ritroviamo quella stessa carica espressiva, ma forse ancora più fitta sebbene meno aperta. In pratica si percepisce una ricchezza di frutto che ancora deve mostrarsi completamente, una gamma speziata che in gran parte è in divenire, d’altronde parliamo di una riserva giovane, qui il legno si percepisce ancora, le sfumature scure ci portano sul cioccolato, sul mirtillo e la ciliegia nera, ma sotto si rivela la viola, ancora il ginepro, sfumature di cuoio che lasciano presagire una complessità forse superiore.
L’assaggio conferma una materia di primordine, nonostante la sua ricchezza non eccede in nulla, l’acidità gli dà energia, il tannino è perfetto nella sua disposizione delicatamente aggressiva, molto fine e senza alcuna rugosità, il frutto è travolgente, intenso e succoso, tanta ciliegia e prugna, poi cacao e liquirizia, con una persistenza sapida e molto lunga. Una bottiglia da godere ora e molte altre da dimenticare in cantina per una decina d’anni e più. Provato con delle fettuccine di kamut al ragù di lepre ho fatto fatica a non finirlo.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 1997 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 1997
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 100%
Fu dichiarata, anzi urlata come annata del secolo, soprattutto in Toscana fu il boom dei vini en primeur, sembrava che il 1997 avrebbe rappresentato l’inizio di un’ascesa inarrestabile che ha visto fioccare premi internazionali e salire le quotazioni dei vini, in particolare i cosiddetti supertuscans, ma anche le altre denominazioni si sono giovate di questo fenomeno commerciale. Così non era strano trovare dei Chianti Classico “Vigna” a 40 euro e più, un prezzo fino a pochi anni prima neanche ipotizzabile. Il vino come fenomeno sempre più richiesto all’estero e sempre meno compagno della nostra tavola, troppo elitario.
La crisi odierna e la concorrenza di Paesi che hanno messo in circolazione vini a prezzi estremamente più bassi hanno fermato in modo drastico un processo viziato, che ha fatto dimenticare i valori fondamentali per cui il vino, da sempre, ha accompagnato la vita dell’uomo, fino a snaturarne in molti casi anche la sua essenza, trasformandolo in vino fatto in cantina, iperconcentrato, dai colori impressionanti e un gusto sempre più uniformato, un liquido arricchito e aggiustato in ogni modo con pratiche invasive, per seguire una moda che, come tutte le mode, non dura ma lascia disorientati, spersonalizzati quei vini che l’hanno subita. Difficile immaginare di tornare a quelle esagerazioni, che lì per lì hanno arricchito alcuni, ma oggi hanno portato come conseguenza una ingente quantità di vino invenduto. Certo non è stato così per tutti, ci sono tanti produttori che hanno continuato a lavorare per fare il proprio vino, ma indubbiamente è stato faticoso e le tentazioni di cedere a facili soluzioni le hanno avute in molti.
Discorso complesso e dalle numerose sfaccettature, pensieri che affiorano involontariamente ogni volta che mi trovo di fronte a questo millesimo, anche se in questo caso, onestamente, non mi sfiora alcun dubbio, perplessità o disagio. Perché in ogni vino si riconosce una storia, un territorio e lo stile del suo autore, così come si sente perfettamente la diversità delle annate. Qui abbiamo un colore granato netto, ancora di buona compattezza, un bouquet profondo e scuro, che ci ricorda la grafite, il goudron, pur non nascondendo quel frutto che lo caratterizza sempre, più prugna che ciliegia, c’è il cuoio, il tabacco, sfumature di menta, liquirizia, terra, brace. In bocca stupisce per quell’acidità che sembra l’elemento distintivo dei vini di Caparsa, il frutto non arriva mai alla surmaturazione, niente di marmellatoso o cotto, il vino è ancora vivo, nervoso, con un tannino importante, davvero impressionante la sua freschezza, sembra avere davanti ancora molti anni, non sono molti i Chianti Classico che possono vantare simili caratteristiche.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 199 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 1999
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 100%
Dopo un ’97 tanto stupefacente, ecco un’altra annata che ha molte cose da dire, il ’99 è un millesimo che ha avuto una progressione notevole, per restare in area toscana ha dato ottimi risultati un po’ ovunque, a Montalcino, Montepulciano, nell’area chiantigiana come in quella di Carmignano. Vini che non presentavano spigoli, di buon corpo con tannini eleganti e potenzialità evolutive più che rassicuranti, come sempre con i dovuti distinguo. Ma complessivamente chi ha acquistato un 1999 difficilmente è rimasto deluso. Qui a Radda, i vigneti di Caparsa dimorano a quote sicuramente elevate, attorno ai 450 metri, non estreme come intorno a Lamole, dove possono raggiungere anche i 600 metri, altitudini che mettono il sangiovese a dura prova se non si trova in terreni più che congeniali e ben esposti; queste zone hanno però il vantaggio che in annate molto calde le viti soffrono meno e possono dare risultati anche sorprendenti, come è stato ad esempio con il ’97 e ancora più con il 2003, che ha messo in difficoltà parecchie denominazioni.
La ’99 del Doccio a Matteo, da quello che mostra al naso, sembra essere stata un’annata più equilibrata, presenta un bel colore rubino con venature granate di buona concentrazione e ha un ventaglio di profumi più amalgamato di quelli percepiti in precedenza, non sembra esserci alcun picco ma un grande equilibrio in ogni suo aspetto, nessuna pungenza alcolica, frutto in parte fresco e in parte maturo che si fonde a una delicata trama speziata che ci riporta a note di ginepro e cardamomo, ma anche mirto e alloro. Al palato conferma una condizione di grande misura, una struttura importante e una perfetta integrazione fra tannini, acidità e polpa, non manca di sapidità e regala belle nuances aromatiche di pepe e liquirizia, tabacco, ciliegia e prugna. Finale molto intenso e piacevole, prolungato, gustoso.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2000 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2000
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 100%
Impressionante la continuità di questi vini, nel Doccio a Matteo si sente anche più che nel Caparsino, ogni annata evidenzia le sue differenze ma senza mai modificarne alcuni tratti essenziali. Come sempre la barrique, in cui sosta per circa 18 mesi, si integra molto bene nel vino, che in questo millesimo mostra un bel colore granato pieno e compatto; il bouquet ci riporta ad un’annata calda che lo ha reso armonioso e morbido, con note di ciliegia nera, mora di rovo, visciola, amarena mature ma sempre con quel guizzo fresco che non manca mai. L’ossigenazione permette ulteriori sviluppi odorosi, che ci portano verso il catrame, la castagna arrosto, la carne alla griglia, il chiodo di garofano.
In bocca, se non avessi già degustato altre annate, sarei rimasto colpito dalla vena acida che sostiene magnificamente un corpo denso e succoso, con dei tannini severi ma perfettamente smussati. La persistenza è come sempre lunga e profonda con ritorni di frutta scura, liquirizia e affumicatura. Inutile dire che anche questo vino continuerà il suo percorso per parecchi anni.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2003 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2003
Dati tecnici: gradazione 14,5%, uvaggio sangiovese 100%
Ecco la prova del nove, l’annata più calda, quella che ha fatto alzare velocemente gli zuccheri e maturare la polpa dei frutti più rapidamente della norma, non dando il tempo ai vinaccioli di superare la fase verde e facendo scendere velocemente l’acidità, mettendo in difficoltà sulla scelta vendemmiale: raccogliere quando il vinacciolo non era più verde ma con il rischio di uve stracotte e prive di acidità, o puntare su una polpa matura ma ancora sostenuta dall’acidità accettando l’eventualità di estrarre tannini acerbi. Chi ha avuto la possibilità e la prontezza di raccogliere in quel breve momento in cui l’uva non era troppo matura e il vinacciolo era almeno in parte maturato, ha ottenuto un prodotto più che valido. E in questi casi l’altitudine aiuta, come aiuta aver lasciato una buona copertura fogliare durante l’estate torrida, evitando in buona parte l’esposizione diretta dei grappoli ai raggi solari. A Caparsa poi, c’è l’ulteriore vantaggio di disporre di riserve d’acqua sotterranee, ma l’elevata gradazione alcolica del vino, mai raggiunta qui in altre occasioni, testimonia comunque un’annata anomala dove tutto acquista una concentrazione superiore, per fortuna mantenendo quell’acidità che è la fondamentale spina dorsale del vino.
Colore intenso, concentrato, rubino scuro, naso altrettanto scuro e profondo, con toni di ciliegia nera, prugna, tabacco, mallo di noce, cenni di china, radici, liquirizia, ma nessuna traccia di surmaturazione. All’assaggio manifesta la sua potenza che incontra subito l’acido sostegno, l’alcol, pur ben presente, appare imbrigliato nella polpa abbondante e succosa, non ci sono sensazioni eccessive ma un grande equilibrio, testimoniato da tannini solidi e per nulla verdi, la sensazione calorica è incredibilmente contenuta e il vino non affatica minimamente la beva. E ancora una volta hai la certezza di un cammino lungo e rassicurante. Sfiora l’eccellenza.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2004 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2004
Dati tecnici: gradazione 13%, sangiovese 95%, colorino 5%
Dopo una 2003 siccitosa e difficile ecco arrivare a dare conforto a chi la vigna la vive ogni giorno con fatica e dedizione, un millesimo molto più equilibrato che ha fornito ottima materia prima e anche un quantitativo mediamente più abbondante. Il sangiovese, come del resto il nebbiolo, ne hanno tratto notevoli vantaggi offrendo vini già equilibrati e piacevoli, ma comunque perfettamente in grado di invecchiare a lungo. Non fa eccezione la riserva del Doccio a Matteo, che si offre alla vista con un bel colore rubino intenso e compatto, senza nascondere una giusta trasparenza; le sensazioni olfattive restituiscono ricordi di viola e rosa canina, ciliegia matura e dolce, mirtillo, timo, alloro, macchia mediterranea, cardamomo, cannella, tabacco.
L’attacco al palato ci propone un tannino ancora giovane ma di ottima fattura, una grande freschezza e una materia equilibrata in cui l’alcol ritrova la sua perfetta misura, rendendo la bevibilità immediata e senza spigoli o pesantezze. Il sangiovese appare splendidamente tornito senza perdere alcuna delle sue caratteristiche, anzi l’annata sembra enfatizzarle. Il finale, persistente, mette in risalto la sua disponibilità ad un lungo processo evolutivo.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2005 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2005
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 90%, colorino 10%
Con la vendemmia 2005 il Doccio a Matteo si fregia della certificazione come vino prodotto con uve da agricoltura biologica. Man mano che si sale con l’annata ci troviamo davanti un colore sempre più vivace e acceso, qui è rubino pieno con leggere sfumature violacee. L’impatto olfattivo non è subito libero e aperto, qualche sfumatura animale e una leggera riduzione tendono a sparire nel giro di qualche minuto, lasciando spazio a piacevoli effluvi fruttati di ciliegia, amarena e visciola, mentre la tessitura speziata si affaccia con sempre maggiore convinzione, proponendo toni di ginepro e mirto, sfumature balsamiche e minerali, liquirizia, rintocchi agrumati.
La bocca esprime tutta la sua gioventù, con un’acidità scalpitante e un tannino fine ma deciso, in fase di progressiva fusione con la massa, c’è grande energia e mineralità, sembra avere notevoli potenzialità, del resto la 2005 è un’annata ingannevole, meno immediata e generosa della 2004, dal corpo più sottile ma di grande eleganza, nervosa e scalpitante, stimolante per i sensi gustativi. Non è un problema berlo ora, poiché il tannino morde brevemente e il frutto appare succoso e fresco, ma le prospettive di una lunga evoluzione sono evidenti e varrebbe la pena attendere per verificarla. Ha trascorso circa due anni in piccole botti di rovere.
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Chianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2006 - CaparsaChianti Classico Doccio a Matteo Riserva 2006
Dati tecnici: gradazione 13%, uvaggio sangiovese 90%, colorino 5%, ancelotta 5%
Ultimo nato, o meglio l’ultimo a mia disposizione per questa verticale coinvolgente, nasce da un’altra annata della quale non ci si può certo lamentare, tanto che di Chianti Classico davvero buoni ne ha tirati fuori molti. Il colore del Doccio a Matteo 2006 è un profondo rubino violaceo molto luminoso, mentre il bouquet rivela la sua giovanissima età nella presenza di un legno non ancora del tutto assorbito che gli trasferisce una dolcezza olfattiva superiore alle versioni precedenti. Il produttore specifica che ha sostato per 1 anno in barriques francesi, americane e ungheresi, il che mi fa pensare ad un probabilmente diverso approccio rispetto alle annate precedenti, non solo per l’uso dei legni ma anche per il tempo di permanenza decisamente inferiore. Al momento la trama olfattiva ha un’impronta più moderna e meno affine alle precedenti, il tempo farà meglio capire se è solo frutto di un processo evolutivo appena iniziato o comunque di una impostazione leggermente diversa. Qui emerge insieme al frutto una nota di cacao che in precedenza non avevo percepito, poi sentori appena tostati e spezie ancora in formazione.
Al palato ritornano certi tratti che in tutte le annate hanno caratterizzato questo vino, come la freschezza e una polpa sempre orientata ad un frutto mai eccessivo nella sua morbidezza, mentre il tannino appare ancora indietro, asciugante, sebbene sempre di trama molto fine. Un vino davvero agli inizi del suo percorso, ma già con una rotondità che il legno contribuisce ad esaltare, la materia prima è sempre eccellente e la persistenza altrettanto incisiva. Personalmente aspetterei ancora almeno un paio d’anni per consentirgli un maggiore equilibrio e una personalità più definita.
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Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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