Anteprima Vino Nobile di Montepulciano: mercato alle stelle, ma dubbi sull’identità e lo stile
Lascia perplessi scorrere i numeri che il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano ha consegnato alla stampa e agli operatori di settore durante la giornata dedicata alle degustazioni dei campioni, in alcuni casi prelevati da botte, in altri con ancora pochi mesi di sosta in bottiglia, delle annate 2005 e riserva 2004. Numeri da capogiro, sia per la Docg, protagonista dell’anteprima del 21 febbraio, che per la DOC locale, il Rosso di Montepulciano: 8.008.027 di fascette per il Nobile (+36,4% rispetto al 2006) e 3.169.493 per la Doc (+63,2% rispetto al 2006). Numeri impressionanti, che destano ancor più sorpresa rispetto a quelli, sempre di grandi dimensioni e con incrementi da record, che avevamo appreso, a gennaio, a Verona, alla presentazione della nuova annata di Amarone della Valpolicella. Anche in questo caso, la voce dell’export, domina rispetto al consumo interno: il 60% del vino prodotto a Montepulciano viaggia all’estero, in particolare in Germania, Svizzera, Austria, ma anche in mercati come quello statunitense (12% delle esportazioni) piuttosto in quelli emergenti, denominati “nuovi mercati”, cioè Canada, Giappone ed India, che in media oramai assorbono il 6% delle esportazioni. All’Italia rimane un 40% che viene venduto soprattutto in Toscana (20%) ed in Lombardia. Un futuro che sembra dunque radioso, avvalorato anche dalle 5 stelle che sono state assegnate all’annata 2007, che andrà in produzione nel 2010.
Perché perplessi allora? Perché a fronte di numeri di questo tenore, che fanno sì che la terra poliziana possa guardare al futuro vitivinicolo con serenità ed ottimismo, si contrappone una qualità media dei vini degustati, in particolare dell’annata 2005, che non può essere considerata sufficiente. Mentre, durante la settimana dedicata alle anteprime toscane, dal Chianti classico sono arrivate le notizie probabilmente più confortanti, anche rispetto a Montalcino, a Montepulciano non è chiaro dove stia andando l’identità e lo stile del sangiovese o prugnolo gentile che sia. Certo l’abbondante varietà delle uve che il disciplinare consente di utilizzare non aiuta ad identificare un’univocità di stile, pur nel rispetto dei vari areali di produzione, e ci riferiamo soprattutto a quel 20% di vitigni “raccomandati e/o autorizzati per la provincia di Siena”, come recita il disciplinare, che, se utilizzati, l’abbiamo probabilmente anche oramai sin troppo detto e stradetto, incide eccome sullo stile di un vino di territorio, soprattutto se parliamo di merlot, cabarnet e syrah. Ma, volendo, non è solo questo che lascia perplessi, quanto l’interpretazione che poi in cantina si ha delle stesse uve locali (sangiovese e canaiolo nero), vere anime del Vino Nobile di Montepulciano. Ritrovare una definizione aromatica chiara, fresca e ben definita di ciliegie e prugne, dei tannini magari ancora pimpanti ed aggressivi, ma vivi e puliti, non è stato semplice da trovare all’interno dei campioni 2005 che le 34 aziende che hanno partecipato in Piazza Grande a Montepulciano all’Anteprima 2008 hanno messo a disposizione. Tante, troppe, le interpretazioni all’insegna della forsennata estrazione, in alcuni casi sino alla stucchevolezza, del frutto, sia in forma sotto spirito che in quella di marmellata. Senza entrare nella querelle circa l’utilizzo di legni piccoli o grandi, nuovi o vecchi, super tostati o meno, rimane altrettanto alto il numero di campioni con sentori legati al legno troppo invadenti, squilibrati ed una trama tannica poi in bocca faticosa, asciugante e polverosa, con finali in alcuni casi amarognoli che ci chiediamo quanto tempo e se, verranno poi mai assorbiti e ben amalgamati dal vino.
Cosa, dunque, segnalare? Boscarelli, che colpisce per un bel mix di spezie e frutta matura ben definita, Le Bèrne, floreale, sapido e con un’aromaticità fresca, Torcalvano Gracciano, ancor più floreale del precedente campione, Poggio alla Sala, forse il campione che più si stacca dagli altri, per finezza olfattiva, corpo ed equilibrio, Godiolo, di buona pulizia e freschezza. Meno convincenti di questi campioni, ma comunque meritevoli di segnalazione Le Casalte, Tenuta di Gracciano della Seta, Avignonesi e Contucci.
Qualche lettore può forse pensare che spesso, con una certa costanza, ad un certificato successo economico di vendite e di produzione, poi faccia da contraltare una critica invece sostanzialmente severa e nel complesso negativa. Questo fa riflettere, sia chi scrive di vino, sia chi produce, sia chi legge e viene da chiedersi chi abbia poi ragione. È oramai prassi consolidata e storica, che in molti campi, dove la soggettività svolge, comunque, un ruolo importante mercato e critica poi si dividano: cinema, programmi televisivi, libri e, quindi, anche il vino. La presunzione, nostra e di quelli che cercano di fare la cronaca delle vicende vitivinicole, è quella di mantenere indipendenza di giudizio, senza voler essere a tutti costi contro qualcosa o qualcuno o coltivando l’arte del sospetto e del menagramo di professione. Lungi da noi voler indicare una linea di stile da seguire dogmaticamente pena la scomunica o veicolare gusti personali, sempre, ovviamente, sovrani e doverosi di rispetto. Il mercato, soprattutto internazionale, ed in questa quota ci mettiamo anche parte di quel 20% di consumo toscano, dice che il vino di Montepulciano piace, così come l’abbiamo degustato recentemente. Anzi, piace moltissimo. Ne prendiamo atto e brindiamo ai successi economici dell’intera filiera locale. Ci rimangono, comunque, le idee confuse e quella perplessità con la quale abbiamo aperto questa cronaca, convinti che l’aderenza al territorio ed al vitigno di partenza siano il miglior biglietto da visita, anche nei mercati internazionali, per far sì che un successo si consolidi nel tempo.
Alessandro Franceschini



