Affinità enologiche: sette grandi protagonisti del vino italiano si raccontano

Franco Allegrini, Roberto Anselmi, Mattia Vezzola, Romano Dal Forno, Giovanni Gregoletto, Fausto Maculan e Primo Franco sono oggi protagonisti assoluti nel mondo del vino italiano e lo sono diventati anche grazie alla loro visione che, a partire dai difficili anni Ottanta, ha guidato la loro esperienza, orientata fin dagli esordi all’innalzamento qualitativo delle produzioni attraverso l’innovazione.
Sono però anche amici di lunga data che amano ritrovarsi periodicamente attorno a un tavolo – meglio se imbandito – a scherzare, a discutere e a scambiare idee.
Qualche sera fa, nell’ospitale cantina di Fausto Maculan a Breganze, i sette sodali hanno voluto aggiungere (e non solo simbolicamente) un bel numero di posti a tavola, raccontandosi, dapprima con una degustazione libera di alcuni loro vini, e poi dal vivo, con immediatezza e leggerezza.
Ne è uscito il talk show Affinità Enologiche un racconto polifonico sull’enologia italiana, prima ancora che veneta.
Il padrone di casa Fausto Maculan ha raccontato il suo esordio di enologo nell’azienda di famiglia, con la prima vendemmia del 1974. Abbiamo sorseggiato il suo buonissimo Merlot Crosara 2015 mentre lui raccontava dei suoi frequenti viaggi a Bordeaux e della sua caparbietà nel puntare alla valorizzazione del territorio di Breganze per la produzione di grandi vini rossi da uve bordolesi e di vini dolci, valorizzando la varietà vespaiola per il Torcolato. Nel suo percorso di vita non sono mancati incontri decisivi per forgiare l’esperienza enologica e il carattere dei suoi vini: Gianni Brera, Luigi Veronelli, Gualtiero Marchesi, per citarne solo alcuni.
Con uno splendido Brut Rosé Metodo Classico nel bicchiere, abbiamo ascoltato l’appassionata professione di fede di Mattia Vezzola che crede nei rosati italiani come vini di assoluta qualità, “vini estremamente seri“, se fatti con criterio, con un progetto enologico ben preciso che parta da vigneti dedicati. Creatore delle mitiche etichette di Bellavista in Franciacorta, si dedica anche alla conduzione dell’azienda familiare Costaripa in Valtenesi, dove i rosati si producono dal 1896. Ben evidenti sono la tempra e la longevità del Chiaretto ottenuto principalmente da groppello, nel suo Molmenti Valtenesi 2013 che si è accordato benissimo al suo racconto dei viaggi a Bandol, nel sud della Francia.
Abbiamo sorseggiato poi il Capitel Foscarino 2017 di Roberto Anselmi che non possiamo chiamare Soave, avendo lui scelto, vent’anni fa, di uscire dal Consorzio di Tutela. Se assieme al conduttore della serata – l’ottimo giornalista Antonio Di Lorenzo – con il Soave ci ha anche un po’ scherzato poiché la nuora di Roberto di cognome fa Soave e dunque sul campanello spicca l’accoppiata Anselmi – Soave, l’uscita dalla doc per lui non è stata affatto uno scherzo. “Forse non sono stato capito” afferma, “ma non è mia abitudine accettare compromessi, il mio sogno è stato dapprima quello di ricomprare i vigneti del nonno, ottimo viticoltore tra gli anni Venti e il 1945, poi quello di perseguire la qualità come valore assoluto, puntando su vigneti ad alta densità, selezione dei cloni di garganega più aromatici, macerazione a freddo, fermentazione a bassa temperatura e lungo affinamento. Il disciplinare che avevo contribuito a redigere fu cambiato, e così ho reagito uscendo“.

Per il futuro sembra mettere un “forse”, dicendo che le cose sembrano andare meglio, ma a suo parere, ancora non abbastanza. E aggiunge che non ci può essere qualità nel vino se il lavoro dell’uomo non è guidato dalla scientificità che permette di riconoscere i veri valori della tradizione.
A seguire ecco due protagonisti indiscussi della rivoluzione qualitativa in Valpolicella, legata anche al successo mondiale dell’Amarone.
Franco Allegrini nel 1983 raccoglie l’eredità del padre Giovanni e assieme al fratello Valter e alla sorella Marilisa affronta un decisivo percorso di rinnovamento viticolo ed enologico. Introduce importanti innovazioni: sceglie sistemi di allevamento che consentono di aumentare il numero di ceppi per ettaro, crea un centro modello per l’appassimento e modifica la tradizionale tecnica del ripasso, sostituendo uve appassite alle vinacce.
Racconta infine di come “l’occhio del viticoltore sia fondamentale nella cura del vigneto, ma ancor prima nella scelta di posizioni ed esposizioni, perché l’eccellenza qualitativa nasce in vigna“. Ne sono la prova il sottile ed eccellente Amarone della Valpolicella 2014 – a dispetto dell’annata definita infausta – e lo squisito La Poja 2012 ( corvina in purezza) che nasce dai 3 ha di suoli calcarei sulla sommità della collina della Grola.
Un percorso dagli esordi non facili e che ha richiesto pazienza e caparbietà quello di Romano Dal Forno che, ricordando la prima vendemmia del 1983 a Illasi, racconta dell’allora pressoché sconosciuta Valpolicella Orientale e del suo incontro illuminante con il maestro Bepi Quintarelli che lo fece riflettere sulla necessità di puntare sulla qualità, piuttosto che sulla quantità. Un traguardo acquisito, oggi, con risultati di cui va fiero ma che non lo fanno di certo dormire sugli allori. “Mi sono messo in discussione e lo faccio tuttora, perché la tradizione, come il vino, non può essere sinonimo di staticità“.
Nel bicchiere, durante la cena che è seguita al talk show, abbiamo apprezzato sia l’Amarone che il Valpolicella Superiore, entrambi targati 2011.
Ci siamo infine spostati nel territorio d’eccellenza delle colline del Prosecco Superiore di Valdobbiadene, ascoltando i racconti di vino e di vita di Giovanni Gregoletto e Primo Franco.
A guidare la storica azienda Gregoletto a Premaor di Miane c’è il patriarca Luigi ( 91 anni), memoria storica del Prosecco delle colline trevigiane, con più di ottanta vendemmie sulle spalle e oggi affiancato in azienda dai figli Giuseppe e Antonella. E dunque Giovanni Gregoletto, dal carattere più riflessivo e artistico, dichiarandosi risoluto a evitare il lavoro manuale come la peste, ha scelto una strada diversa. A Pedeguarda di Follina ha aperto quella che definisce una “camera delle meraviglie”, dove ha raccolto oggetti, manifesti e antichi libri che hanno per tema il vino nei suoi aspetti meno conosciuti e più imprevedibili. Si tratta dello Spazio dell’Uva e del Vino legato anche alla casa editrice (SUV) con cui ha autoprodotto due libri (Imperdibile per gli appassionati curiosi “Vite Ambulante. Nuove cattedre di enologia e viticoltura”). Nel 2014 ha poi fondato il Brirrificio Follina, dove produce birre ad alta fermentazione con la stessa passione e cura artigianale con cui la famiglia Gregoletto produce i vini a rifermentazione in bottiglia. Abbiamo gustato il meraviglioso e gastronomico Verdiso Frizzante sui Lieviti 2016 e a seguire un paio di birre, tra le quali l’elegante Follinetta, birra bionda ispirata alle belghe “Saison”.
Si è chiuso in bellezza con Primo Franco che ha ricordato il suo ingresso in azienda nel 1973, affiancando il padre che poi ha assecondato la sua indipendente spinta verso l’innovazione. A guidarlo, tuttora, è un’idea fondamentale: dare una qualità intrinseca e riconoscibile ai vini, legandoli al territorio di origine. Anche per Primo, dopo gli studi di enologia, ha contato molto l’apertura culturale, attraverso i tanti viaggi nei paesi e nelle diverse realtà enologiche del mondo. Anche lui ama assai la Francia e si può ben dire che l’anima stessa della sua azienda sia profondamente legata al modello (più antico in Champagne, un po’ recente sulle colline di Valdobbiadene), che vede uniti “récoltants” e “négociants”.
La sua produzione – concentrata esclusivamente sul Prosecco – deriva da 5 ha di proprietà e da un’attenta selezione delle uve di storici conferitori nel territorio di Valdobbiadene. Nella bella gamma di Prosecco Superiore in degustazione ha brillato decisamente l’ultimo nato, il Nodi 2016, un Valdobbiadene asciuttissimo e raffinato, ottenuto dalle meravigliose viti centenarie del vigneto Col del Vent.


