Il Roero, terra di cultura, paesaggi e vini

Il Roero, un territorio ricco di fascino naturalistico, artistico, culturale ed enogastronomico.
Una terra da esplorare con calma e attenzione, alla ricerca dei minimi particolari densi di storia e significato, percorrendo le strade di campagna che collegano i fondovalle ai crinali o addentrandosi tra le stradine che animano i borghi ai margini dei più noti e frequentati paesi come Vezza, Canale e Montá, tutti nomi abbinati ad Alba dopo il loro passaggio agli inizi del 1800 dalla diocesi di Asti a quella del capoluogo langarolo.
Un paesaggio in cui è facilmente individuabile la biodiversità della natura, con vigneti inframmezzati a noccioleti, alberi da frutto, pascoli e boschi, di origine più recente rispetto alla vicina Langa, intorno a 5 milioni di anni fa, con colline ricche di sabbia e di fossili marini, rese ancora più uniche ed emozionanti dagli incredibili strapiombi mozzafiato delle cosiddette “Rocche del Roero“, impressionante fenomeno geologico dell’erosione nel corso degli anni perpetrata da parte del corso del fiume Tanaro.

Un territorio che da sempre dedica tempo e risorse alla cultura e alle tradizioni. Tra i segni distintivi le diverse pievi, chiese o manieri di rilevante interesse storico-artistico che ancora oggi capeggiano la sommità di queste colline, dove si mantengono vivi piccoli centri abitati.
È il caso ad esempio di Monteu Roero, sormontato dal suo Castello, posto in posizione dominante alla sommità di una delle alture più alte e ripide del Roero, acquistato recentemente dai fratelli astigiani Berta, titolari dell’omonima distilleria, con l’intento di restaurarlo e trasformarlo in un Centro Culturale.

Oppure a Magliano Alfieri, dove è stato recentemente inaugurato all’interno del Castello il Museo Teatro del Paesaggio delle Colline di Langhe e Roero, un percorso che si sviluppa in undici sale dedicate al tema del paesaggio delle colline di Langhe e Roero, illustrate e narrate attraverso l’ausilio di oltre 40 filmati, 5 animazioni, 4 postazioni interattive e 13 pannelli che pongono il paesaggio come un prodotto complesso e stratificato ove la presenza umana ne è il tratto saliente. I temi vengono proposti al visitatore attraverso le testimonianze dirette di coloro che abitano Langhe e Roero, e che da generazioni tramandano saperi contadini e tradizionali, ponendo anche l’accento sulle trasformazioni subite dal paesaggio, sugli animali che lo popolano, sulle colture, allevamento, festività sacre e profane, sulla viticoltura e molti altri temi, come l’artistico spazio dedicato ai “soffitti di gesso“, pratica assai in uso nelle case contadine del Roero.
Il più antico solaio datato, trovato in opera in una cascina di Vezza d’Alba, porta la data 1580, mentre gli esemplari più recenti risalgono alla metà del XIX secolo: lastre di gesso portanti, tra un’intelaiatura di travi e travetti di legno, gettato su matrici lignee che recano inciso in negativo un motivo decorativo, che resta impresso in positivo sul pannello.
Questo museo è senza dubbio un doveroso omaggio allo scomparso intellettuale maglianese Antonio Adriano, tra gli ideatori e fondatori del Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri, promotore di questa nuova bellissima opera.

In quest’affascinante contesto nascono i vini che sono stati presentati nell’edizione 2016 di Nebbiolo Prima, una delle più importanti anteprime internazionali riservate ai mass media del settore enologico, organizzata da Albeisa, associazione presieduta dal giovane produttore Alberto Cordero di Montezemolo in collaborazione con la società di comunicazione trevigiana Gheusis e resa possibile grazie al lavoro e alla professionalità dei sommelier AIS della sezione di Cuneo.
Personalmente ho rilevato un buon grado di piacevolezza, bevibilità ed eleganza nei Roero Docg 2013 in degustazione, frutto di uve Nebbiolo raccolte da vigneti che beneficiano in termini di freschezza e aromi fruttati di questi terreni sabbiosi e calcarei, macchiati da rare chiazze argillose.
In questi ultimi anni i produttori roerini si sono infatti prodigati in un costante lavoro fatto di ricerca, sperimentazione e confronti periodici rivolto alla creazione di uno stile univoco di Roero Docg, seppur con inevitabili ed interessanti sfumature interpretative diverse da azienda a azienda, domando e allo stesso tempo valorizzando qualità e criticità del vitigno Nebbiolo.
Una vendemmia, quella dell’annata 2013, dal sapore “vintage”, in quanto le operazioni di raccolta delle uve sono iniziate mediamente con 15 giorni di ritardo rispetto agli ultimi 10 anni, e sono terminate con la raccolta degli ultimi grappoli di nebbiolo ai primi di novembre.
Una stagione che ha avuto un avvio difficile, con l’inizio del ciclo vegetativo della vite condizionato da una primavera con temperature mediamente basse e abbondanti precipitazioni in aprile e maggio (mediamente ben 210 mm di pioggia nell’arco di 18 giorni), creando non poche difficoltà ai viticoltori che si sono trovati a fronteggiare i pericoli connessi agli attacchi fungini.
A giugno le condizioni legate agli eventi atmosferici sono gradualmente migliorate fino ad arrivare al mese di luglio che è stato molto positivo per la fisiologia della vite, grazie soprattutto alla maggiore stabilità metereologica.

Il Nebbiolo è stato il vitigno che ha tratto maggiori vantaggi nella parte finale della stagione, sfruttando le alte temperature registrate nel mese di settembre ed ottobre, ideali per poter sviluppare al meglio il quadro fenolico, indispensabile per ottenere vini adatti a un lungo invecchiamento.
Discorso un po’ diverso per il Roero Riserva Docg 2012, dove, complice l’annata decisamente più calda, è stato necessario un attento e preciso lavoro da parte dei vignaioli nel valorizzare i cosiddetti “cru”, ovvero le colline con terreni ed esposizioni climatiche migliori ma più delicati e soggetti a picchi di temperature elevate, come i 38° gradi più volte registrati nel corso dell’estate 2012.
Il rischio era di creare dei vini di gran corpo, ricchi di alcool ed estratto secco, ma penalizzati da una non altrettanto grande freschezza, sia in termini di profumi e aromi che nell’acidità, doti essenziali per garantire una buona beva, eccedendo ad esempio con le fermentazioni/macerazioni in vinificazione oppure da eccessivi affinamenti in legno.
In sintesi i produttori roerini si stanno prodigando nel non limitarsi a una vinificazione delle uve nebbiolo “semplice”, ovvero concentrarsi unicamente nell’estrazione di allettanti aromi floreali e fruttati seguita da una beva invitante che già contraddistinguono i loro Nebbiolo d’Alba o Langhe Nebbiolo, ma nel produrre un vino rosso che identifichi pienamente e univocamente il territorio di provenienza.




