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No, non mi piace dare l’illusione che questa sia un’isola felice, dove i disastri che accadono nel mondo non hanno la benché minima influenza. Non è così. Non riesco proprio a pensare a festeggiare la fine di un anno che, dall’inizio del nuovo millennio, sembra la prosecuzione apocalittica di un destino che sta mettendo a soqquadro il mondo intero. Il silenzio è il minimo che possa proporre, un silenzio non di tristezza ma di riflessione su quale immenso e fragile valore sia la vita di ognuno di noi, e quanto tutto questo ci renda uguali, in qualunque parte del globo ci troviamo. Un silenzio come segno di rispetto per chi non ha voce in capitolo, per chi non ha mezzi per difendersi, per quelle decine di migliaia di bambini spazzati via dallo tsunami, un incubo orribile che travolge e devasta tutto ciò che si trova davanti, senza discriminazioni, senza scegliere fra buoni e cattivi, fra onesti e disonesti. Se questa enorme forza distruttiva si fosse sviluppata in un’area fortemente civilizzata e tecnologicamente avanzata, in grado di prevedere i terremoti e le loro possibili conseguenze, molti di quei bambini si sarebbero potuti salvare. Certo la natura non guarda in faccia nessuno e agisce dove le è necessario, ma quanto la mano dell’uomo, capace di creare deserti, disboscare immense foreste, succhiare senza ritegno risorse dalla terra restituendole inquinamento e montagne di rifiuti, far esplodere bombe atomiche sottomarine o su atolli sperduti, possa in qualche modo incidere sulle sempre più frequenti catastrofi del globo, non sta a me valutarlo, ma quantomeno mi impone il sospetto che un certo aiuto lo dia.
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