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Quando si parla di vini, generalmente i grandi numeri piacciono assai poco. Piace invece il prodotto di nicchia, grazie al quale ci si può lasciar cullare gustando sotto al palato, sogni di poesia che accompagnano deliziose annate. Esistono tuttavia delle eccezioni, dove i grandi numeri si possono fondere con qualità, innovazione e storia. E’ il caso di ►Enoitalia, una delle realtà vinicole più importanti d’Italia, con sede nel veronese. Quattro linee di produzione che raggiungono 85 milioni di bottiglie l’anno, con una potenzialità fino a 115 milioni, una capacità di stoccaggio di vino sfuso di 80.000 ettolitri ed un magazzino per il prodotto finito in grado di ospitare 9.6 milioni di bottiglie. Il dato affascinante è che alla base di tutto questo, vi è una passione tramandata di generazione in generazione. Una Storia, con la esse maiuscola, di quelle che quando si leggono ci si sente struggere il cuore, come se quella determinata famiglia appartenesse un po’ ad ognuno di noi. Enoitalia fa parte, infatti, del gruppo Pizzolo, un nucleo familiare impegnato nel settore agroalimentare già dal primo dopoguerra quando Giovanni Alberto Pizzolo decise di investire i suoi risparmi acquistando un appezzamento di terreno per coltivarvi ortaggi ed in seguito tabacco. L’attività venne portata avanti anche grazie a quattro dei suoi figli che alla morte del padre, decidono di dedicarsi a quella vera passione che attendeva soltanto di essere portata alla luce: la viticoltura. Inizia così un nuovo cammino che li avrebbe portati molto lontano e che li vede acquisire, nel 1986, una cantina a Calmasino di Bardolino e dare vita a Enoitalia, il cui presidente è Giorgio Pizzolo. Per Enoitalia incontro Giovanni Pecora, italoamericano export-manager che segue appunto l’esportazione, più precisamente il 42% delle bottiglie esportate, ovvero quelle riguardanti i marchi di proprietà, come ►Luna di Luna, ►Ca’ Montini, ►Giorgio & Gianni, per citarne alcuni. Il suo italiano è piacevolmente condito dalla tipica inflessione americana.
In quanti lavorate all’interno del Gruppo Pizzolo? All’interno del gruppo 240, in Enoitalia una sessantina.
Vieni coadiuvato anche da tuo fratello Alberto… Sì, anche lui segue il mercato americano, la Russia, altri Paesi europei. Ci siamo, per così dire, spartiti il mondo per quanto riguarda i marchi del gruppo.
Qual è attualmente il mercato predominante? Il mercato numero uno in questo momento, per noi è rappresentato dall’UK, la Germania e il Nord America.
Come operate in questi mercati? Beh, prima di tutto ci tengo a dire che per noi un fattore essenziale è rappresentato dalla “conoscenza”, nel senso che siamo tutti professionisti, gente abituata a essere in giro per il mondo. Abbiamo alle spalle una vasta esperienza e quello che vogliamo fare è creare dei prodotti che vadano bene per quel tipo di mercato, quel tipo di consumatore. Soprattutto negli States, per quanto riguarda il brand, non ci inventiamo qualcosa di nuovo solo perché è di nostro gradimento, ma il nuovo prodotto rappresenta il risultato di un’accurata ricerca di mercato. In base quindi al trend che registriamo, creiamo e sviluppiamo non solo il prodotto ma anche il marketing, il packaging; insomma un lavoro a trecentosessanta gradi che serve per lanciare con successo una nuova etichetta.
Quindi anche l’immagine… Certo, anche l’immagine perché sappiamo tutti come abbia la sua importanza! E anche l’immagine studiata nei minimi dettagli, viene adattata a quello che richiede quel determinato mercato, quel determinato cliente. E’ per questo che accanto alla creazione dei nostri marchi, l’altra principale attività di Enoitalia è proprio la realizzazione di prodotti su misura creati sulla base di specifiche richieste dei partner commerciali che desiderano sviluppare marchi propri.
A Proposito di immagine, mi viene in mente Voga Italia lanciato nel 2006. Vero, il packaging è molto trandy, molto italiano. Per lo studio e la realizzazione delle etichette, ci appoggiamo alla Baseggio Pubblicità che, devo dire, ci dà molta soddisfazione. Fra i molti premi vinti a livello internazionale, uno è proprio andato a Voga Italia. Pensa che in giro per il mondo lo chiamano il Dolce e Gabbana o il Versace del vino.
Infatti la bottiglia, nella sua eleganza, ricorda un po’ quella di un profumo. Esatto. Abbiamo molto puntato sul design, sul fashion, sulla creatività italiana, non lasciando da parte la qualità, visto che ben 3 enologi hanno lavorato molto duro, con il risultato che adesso Voga Italia è il vino più venduto in Canada; il Voga Pinot Grigio piace da quattro anni, piace molto anche il contenuto, quindi non è solo questione di estetica. Sono sempre più convinto che sia molto importante dare un prodotto di qualità perché gli americani non sono ignoranti, nel senso che non ignorano. Un tempo si sentiva dire: “… Manda in America tutto ciò che vuoi, tanto non capiscono niente …” E invece no, oramai posseggono una scelta talmente vasta ed infinita di vini da tutto il mondo, che giustamente hanno affinato anche il palato e gli addetti ai lavori sono molto bravi, davvero molto preparati.
Come trovi il mercato statunitense oggi? Vedi, tutti parlano di Asia, Russia, Brasile come paesi emergenti e devo dire che anche noi stiamo puntando su questi, ma quello che io registro è il fatto che il mercato degli Stati Uniti rimane il mercato migliore al mondo. Abbiamo visto che anche quando l’economia americana era al tracollo, si consumava sempre di più. E poi è sufficiente fare un mero calcolo matematico; solo gli statunitensi (dato del 2010) sono oltre 309 milioni; in qualche maniera ci tirano sempre fuori e se c’è un mercato nel quale punterei, sono sempre e comunque gli Stati Uniti. E’ un mercato dove non si hanno problemi e dove, investendo, c’è il ritorno del prodotto.
Ma sappiamo anche che il mercato degli Stati Uniti non è così semplice. E’ vero, è uno dei mercati più difficili ma tutti vogliono esserci, quindi bisogna esserci spesso, bisogna conoscere bene il mercato, bisogna affidarsi ad importatori seri e bisogna capire la loro mentalità. In America quando ti dicono mi serve questo per domani, deve essere domani, non la settimana prossima. Questa è una cosa fondamentale per gli americani e quando c’è business, c’è business, nel senso che vogliono tutto e subito.
Molti consumatori di vino italiano sono ristoratori italiani. E’ vero che amano spesso avere un brand di qualità? I ristoratori italiani sono quelli che molte volte vanno alla ricerca della piccola cantina che sia anche quotata dal Gambero Rosso, che si basano su quanto viene riportato dal “Wine Spectator”. Mi è capitato di incontrare ristoratori molto preparati che vogliono avere prodotti esclusivi, magari che escono da cantine che producono non più di cinquanta cartoni di vini.
Con quanti importatori state lavorando negli USA? Attualmente stiamo lavorando con 3 importatori che a loro volta hanno una rete vendita di distributori che coprono l’intero territorio. Siamo coperti a livello nazionale.
Dove volete arrivare con il mercato statunitense? La mission è quella di diventare il maggior esportatore italiano negli States. Creando dei brand a lungo termine. Il segmento di mercato che stiamo potenziando è quello dei ragazzi fra i 21 e 32 anni, la generazione del cosiddetto “Millennium group”. Secondo un recente sondaggio, vi è un profondo gap generazionale: ad esempio, fra le abitudini, non più quella di consumare gin come invece facevano i loro genitori, ma vodka. Ma neanche più vanno a sciare ma praticano snowboard, al cibo cinese preferiscono sushi, sono appunto diversi dai genitori e quindi sono diversi anche nel modo in cui si approcciano al vino. Ecco l’importanza del packaging, in un piano di marketing articolato e complesso. Lo stesso studio effettuato ha fatto emergere il fatto che se fra i 21 e i 27 anni non hanno “imparato” a bere vino, e per esempio hanno consumato soltanto birra, le possibilità che diventino consumatori di vino diminuiscono… Stiamo parlando di un pezzo di mercato di quasi 70 milioni di consumatori che, di fatto, non conoscono ancora bene il vino. Si punta molto sull’educarli a bere vino, certo con moderatezza ma assaporandone il gusto.
Ma parliamo un po’ di te … La difficoltà maggiore di una professione come la tua. Allora, devo dirti che un po’ dipende dal Paese dove vai per affari. Per esempio per me all’inizio è stata la credibilità degli italiani, della loro puntualità proprio nel campo degli affari. Ed ho imparato che potevo essere a casa a letto, ma a qualsiasi ora mi chiamassero dall’altra parte del mondo, io ero pronto a rispondere al telefono. Sembra una cosa da poco, invece questo mi ha permesso di essere credibile e forse, ne sono orgoglioso, di aiutare anch’io nel mio piccolo a far cambiare la vecchia idea che si aveva di noi italiani.
Una domanda un po’ retorica in chiusura, ma la reputo importante. Quale consiglio daresti ad un giovane che vuole intraprendere la tua carriera? Io mi considero un esperto nel settore del beverage, non solo vinicolo. Per essere un serio professionista di questo settore, devo capire e conoscere un po’ tutte le bevande. Il giovane deve avere un know-how esteso un po’ a tutto il mercato. Io ancora adesso non mi considero arrivato e studio molto i marchi dei liquori, delle vodke, addirittura della Coca Cola e di come si posizionano sul mercato. Ritengo quindi importante essere aggiornati su diversi settori. Per quanto riguarda invece il vino, ti posso dire che è questione di passione. La passione nasce nel momento in cui entri in questo settore, ti appassioni e non ne esci più, vuoi saperne sempre di più e di più ancora…
Tu ci sei nato nel settore, si percepisce… Sì, hai fatto centro. Ho iniziato a lavorare nell’azienda di importazione di uno zio a Washington. Arrivava vino da tutte le regioni d’Italia. Non è stato facilissimo devo ammetterlo, era dura. Con l’esperienza acquisita mi sono staccato ed ho iniziato il mio percorso personale che mi ha portato attualmente ad essere qui ad Enoitalia. Un cammino carico di sacrifici ma anche di tanta soddisfazione.
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