Massimo Bergomas e l’azienda biologica MAS
Chi come me ha già avuto la fortuna (o sfortuna) di essere accolto, anagraficamente parlando nella grande famiglia degli “ANTABOYS” ed è appassionato di calcio, non potrà non rimembrare quel 5 luglio 1982, stadio Sarria di Barcellona dove andava in scena un’indimenticabile Italia-Brasile valevole per l’accesso alle semifinali dei campionati del Mondo. Gli azzurri devono solo vincere per passare il turno e lo devono fare contro il super Brasile di Zico e Falcao a cui invece basta il pareggio. Al novantesimo sono stremato come se avessi giocato anch’io, una partita epica, tre goal di Paolo Rossi ci portano ad essere in vantaggio per 3-2, ma alle soglie del triplice fischio finale Eder si appresta a battere una pericolosa punizione dalla sinistra. Tensione di milioni di telespettatori alle stelle. Parte il cross perfetto a centro area per la testa di Oscar, difensore brasiliano che si leva in cielo, il pallone si indirizza sull’angolino sinistro della porta, tutto il Brasile già festeggia, ma un felino di nome Dino Zoff compie l’impresa impossibile fermando il pallone sulla linea di porta. Italia in semifinale, festa grande per le strade e super lavoro per i reparti di cardiologia degli ospedali causa cuori impazziti che non hanno retto all’emozione di quel momento.
A questo punto cari lettori ed eno-appassionati vi starete chiedendo cosa centra tutto questo con il mondo del vino. Beh diciamo che ho voluto verificare se la mia memoria funziona ancora, ricordando una celebrità come Dino Zoff che è nato a Mariano del Friuli, e guarda caso, per “pura coincidenza”, l’azienda che andremo a conoscere oggi si trova locata nel territorio di Corona, frazione di Mariano del Friuli. Ci troviamo a cavallo fra le DOC Collio e Isonzo, terra quindi che “da del tu” alle vigne e agli ottimi vini. Il personaggio e viticoltore che mi concede la sua cortesissima ospitalità, si chiama Massimo Bergomas e conduce con notevole entusiasmo e professionalità un’azienda che produce vini da agricoltura biologica oltre a dirigere assieme alla moglie Lucia e ai genitori Aliano e Renata un elegante agriturismo nato dal recupero architettonico della storica dimora del pittore Gino De Finetti.
Un sole splendido illumina questo pomeriggio dicembrino, e Massimo mi conduce verso i vigneti passando attraverso lo stupendo parco della villa, dove la pace e il verde la fanno da padrone.
Massimo non appartiene ad una famiglia di contadini, il padre Aliano conduceva un negozio d’alimentari, la mamma Renata è parrucchiera, ma in ogni caso decide di frequentare la scuola agraria, spinto da una “enologica vocazione”. Superati gli esami inizia a lavorare subito presso l’azienda vinicola Abbazia di Rosazzo che per circa dieci anni rappresenterà la palestra in cui imparerà a lavorare in vigna e in cantina, “rubando” anno dopo anno tutti i trucchi del mestiere. La passione per questo mondo da subito si impossesserà di lui. Massimo invece di monetizzare gli straordinari lavorativi, decide di accumularli per comprare i vecchi macchinari che l’azienda in cui lavora periodicamente decide di sostituire. Nulla di strano se non fosse che di vigna non ne ha nemmeno un filare e che i macchinari sono temporaneamente parcheggiati in stand-by come “divinità” improduttive. Molto probabilmente però nella sua mente covava un grande sogno, e quelli erano i primi segnali di quali erano i suoi reali obiettivi. Il padre possedeva per passione già un po’ di terra e di vigna. Poi iniziarono gradualmente a comprare anche piccoli appezzamenti di terreno che i compaesani non volevano coltivare e questo permise di produrre le prime uve che venivano esclusivamente vendute visto che i Bergomas non possedevano ancora una cantina dove far nascere e crescere il proprio vino. Per arrivare all’anno 2000 il passo è breve. Massimo insieme alla sua famiglia acquisisce la villa del pittore Gino De Finetti. L’inizio dell’attività della sua azienda è oramai alle porte.
Ma l’obiettivo era unico e dichiarato, non solo produrre vini, ma questi dovevano essere esclusivamente biologici, anche se le norme comunitarie non ci permettono ancora di definirli così ma esclusivamente vini da uve prodotte con agricoltura biologica. La fede di Massimo verso le coltivazioni biologiche si scontra inizialmente con lo scetticismo del padre legato ancora agli antichi dettami della quantità come elemento prioritario. La madre però gli dà il suo appoggio e inizia così la conversione dei terreni che ha rappresentato uno dei momenti più difficili, in quanto bisognava attendere quasi tre anni per “purificare” la terra e iniziare a produrre biologico. Dobbiamo aspettare, però il 2006 per iniziare a veder imbottigliate le prime produzioni aziendali. Ma ne valeva la pena perché la soddisfazione per il risultato ottenuto sarà enorme. Oggi “MAS” (così si chiama la neonata realtà produttiva) è un’azienda riconosciuta dall’Istituto Mediterraneo di Certificazione che può contare su 7 ettari vitati più uno in zona Collio in attesa di conversione. Alla base della filosofia produttiva, c’è il desiderio di produrre vini buoni e sani, rispettando la terra e la vigna, senza l’utilizzo di discutibili trattamenti anticrittogamici, utilizzando solo concime proveniente da compost di produzione casalinga e trattamenti a base di zolfo e rame.
Fondamentale è l’equilibrio naturale del vigneto, un equilibrio che fa crescere l’autodifesa della vigna e dove anche insetti utili e microrganismi giocano un ruolo fondamentale per prevenire lo sviluppo di certe malattie. I vigneti sono ad alta densità di impianto e le potature curate nei minimi particolari in modo da permettere alle piante di dare il meglio di sé e una bassa resa per ceppo tutti indici indispensabili per ottenere prodotti di qualità elevata. Viene evitato qualsiasi trattamento “ambiguo” in cantina, anche se l’attuale disciplinare europeo presenta ancora delle lacune e permetterebbe qualche giochino di prestigio atto a migliorare il prodotto finale. Ma questa non è la filosofia di Massimo, lui vuole produrre vini buoni e naturali anche a costo di essere costretto in certe annate difficili a vedersi dimezzare il prodotto e per chi segue integralmente i dettami del biologico questo è sempre un rischio che può materializzarsi in annate irte di difficoltà. Attualmente la gamma dei vini prodotti comprende 5 monovitigni a cui si sono aggiunti due uvaggi, uno da uve rosse e l’altro da bianche. I monovitigni bianchi sono il TOCAI FRIULANO, il PINOT GRIGIO e il SAUVIGNON, mentre quelli rossi sono a base di MERLOT e CABERNET FRANC. Ultimi arrivati ad arricchire la preziosa gamma di casa Bergomas, il blend bianco denominato SHIRO (nome del cane di Massimo e Lucia e che in giapponese significa “bianco”) e quello rosso denominato AKA che in giapponese significa “rosso”.
Essendo un’azienda giovane, si è puntato su etichette con design accattivante e divertente, in modo che l’ottima qualità del prodotto possa godere anche di un’altrettanto ottima presentazione, cercando di creare un binomio vincente che possa essere di gradimento a un pubblico di estimatori si spera sempre più ampio. La qualità media dei vini è più che buona. Con i vini biologici si scappa da quelle esigenze imprenditoriali dove per forza di deve ottenere una produzione sempre uguale per far fronte alle esigenze dei consumatori che si aspettano ogni anno un determinato tipo di prodotto con canoni qualitativi ed organolettici standard. Nei vini biologici, e quelli di Massimo Bergomas ne sono un valido esempio, la natura lasciata libera di fare il suo lavoro, nega questa standardizzazione del prodotto. Il vino varia da vitigno a vitigno, varia a seconda dell’andamento climatico, i lieviti indigeni sono i veri protagonisti in cantina, e poi si evolve continuamente in una vita simile a quella umana, durante la quale nasce, si educa, matura e declina. Ma una cosa è certa ed indiscutibile, oltre a soddisfare le nostre papille gustative, possiamo anche essere felici perché stiamo degustando un prodotto sano che è figlio legittimo della terra in cui è nato e poi cresciuto.
Alla fine di questa bella giornata passata in compagnia di un viticoltore giovane ma ricco di idee e sogni per il futuro, mi chiedo se ancora sia sufficiente fare un vino semplicemente buono per essere acquistato o se stia nascendo da parte dei consumatori la necessità di avere altre garanzie, che ritengo legittime. Insomma che un vino debba essere buono ma anche soprattutto sano e pulito. Sono moltissimi i viticoltori che pur non essendo certificati biologici stanno puntando sempre di più verso questa direzione. Certo se come nel caso dei prodotti biologici, ci sono anche leggi chiare e controlli severi, allora tutti noi consumatori siamo tutti un po’ più tranquilli e sicuri di poter godere di un qualcosa di veramente naturale.
DIALOGANDO CON IL PRODUTTORE
Il tuo amore per tutto quello che riguarda il biologico e biodinamico da dove è nato? Colpo di fulmine o frutto di studi e riflessioni maturate nel tempo?
Principalmente ero spinto dal desiderio di fare una cosa nuova in un campo che amavo molto e che poteva anche usufruire di qualche aiuto economico da parte della Comunità Europea, permettendo anche a chi non avesse grandi risorse, di cimentarsi in questo settore. Ho avuto sempre un grande rispetto ed interesse per la natura e tutte le leggi che la regolano. Con il tempo è nato un vero amore, e l’unico rammarico è quello di non aver iniziato prima questa mia entusiasmante attività.
Domanda da uomo della strada come sono io. Quali sono le differenze sostanziali fra la coltivazione biologica e quella biodinamica?
Diciamo che le differenze sono rilevanti. Mentre con il biologico si aiutano direttamente le piante a stare bene e a proteggersi dai nemici esterni, garantendo loro il giusto ambiente e le appropriate sostanze naturali di prevenzione, con il biodinamico entriamo in un campo più filosofico/spirituale che meriterebbe una più lunga divagazione. Diciamo che, detto in parole povere, l’obiettivo è quello di portare i vigneti ad aiutarsi da soli. Si sfruttano i vecchi detti popolari, studi che ci arrivano dai tempi dei faraoni e dei Maya. Giusto per citare qualche esempio, si sfruttano le fasi lunari, si tirano in ballo concetti pseudoscientifici come intervento delle “forze cosmiche” o della “forza vitale”. Io a partire dal 2010 inizierò a coltivare qualche vigna con i dettami del biodinamico e vedremo i risultati. Per molti possono sembrare una sorta di stregoneria, ma chi lo segue da tanto tempo, assicura che funziona e che i risultati sono ottimi e soprattutto naturali.
Il settore biologico ha fatto molta strada nell’ultimo ventennio. Per i viticoltori “bio”, che per tanti anni hanno incontrato pregiudizi e dubbi, sembra arrivato il momento di raccogliere i frutti di quanto hanno seminato. Non sembra più quindi che si tratti solamente di una “moda”, ma di uno sviluppo solido e duraturo, che corrisponde a una tendenza di stile di vita più sano, più vicino alla natura. Pensi quindi che la strada sia segnata e si proceda veloci verso questa direzione o c’è ancora molto da fare per un reale sviluppo delle coltivazioni biologiche?
Molti pregiudizi ci sono ancora. Molte volte sono proprio certi produttori convenzionali che vedono la coltivazione biologica con sospetto e diffidenza, tanto sono legati ad un certo modo di lavorare in vigna che ritengono essere l’unico plausibile e corretto. Il consumatore di città invece inizia sempre di più ad andare alla ricerca del sano e del genuino, cercando di bilanciare smog e stress cittadino con un’alimentazione che lo possa far riconciliare con la natura. Comunque la direzione verso la quale andare è segnata, ma c’è ancora tanta strada da fare e tante sono le cose che si possono e si devono migliorare.
I vini biologici hanno caratteristiche uniche, vini diversi ogni anno che sono fortemente condizionati dagli andamenti climatici. Vini con sapori diversi da quelli ottenuti con i metodi tradizionali. Sbaglio a dire che possono essere ancor più fedeli rappresentanti del “terroir” ed essere una valida e migliore alternativa alla standardizzazione e globalizzazione dei gusti internazionali?
Si sente un gran parlare di terroir, ma poi ci si accorge che molte volte questo è svilito da trattamenti, concimazioni ed errati stili di comportamento in vigna che non rispettano quello che dovrebbe essere uno dei punti di forza per le produzioni di qualità. Si ci piega a fare dei prodotti convenzionali per seguire le leggi del mercato, vini che si possono fare in qualsiasi parte del mondo e che non si portano dietro nulla delle caratteristiche del territorio. Con il biologico invece si hanno produzioni che trasferiscono in bottiglia la genuinità del territorio e l’autenticità dell’annata, con tutti i suoi pregi e certamente anche certi suoi difetti.
Se il settore biologico deve continuare a crescere, i potenziali consumatori e l’opinione pubblica in generale devono comprendere perché questo settore è diverso, e come funziona. Solo allora potranno avere fiducia nei prodotti biologici, nei loro metodi di coltivazione. Ti confronti con i tuoi clienti e soprattutto sono informati sulle differenze che ci sono con la viticoltura convenzionale e quindi anche con i vini prodotti?
I clienti che vengono a comprare i miei vini sono quasi tutti informatissimi e consapevoli di quello che vogliono dai miei prodotti e perché hanno scelto di abbracciare le produzioni biologiche. E’ mio dovere, e grosso piacere, informare chi arriva con poche nozioni in materia, ma è assetato di sapere. Il piacere mio sarà doppio se oltre ad apprezzare i vini, i clienti saranno stati entusiasti di imparare qualcosa di nuovo ed avvicinarsi così a questo mondo.
Per la fertilizzazione dei terreni e la difesa delle piante possono venir usate solo sostanze naturali, non si possono usare concimi chimici e fitofarmaci di sintesi, le nuove regole limiteranno l’uso del rame. Quanto è dura la lotta in vigna soprattutto nelle annate più difficili che possono veder proliferare quelli che sono i nemici principali della vite e dell’uva?
Se penso al 2008 che è stata un’annata disgraziata, con le malattie della vite che hanno trovato terreno fertile per la loro proliferazione, posso solo dire che quando si presentano certe condizioni è meglio sventolare la bandiera bianca e ammettere di aver perso la battaglia perché le leggi della natura si sono dimostrate più forti dei miei metodi. Nelle annate sfavorevoli è quasi impossibile vincere, ma è qui che si vede chi veramente segue tutti i dettami della coltivazione biologica, perché suonerebbe assai stonata una situazione che vedrebbe una pessima annata seguita da un’abbondante produzione. Certo anche nel nostro campo l’esperienza conta molto. Si imparano le lezioni della natura e si migliora nella tempestività dei trattamenti, anticipandoli in modo opportuno. Sempre consapevoli che se parte l’infezione in vigna la situazione, salvo interventi divini, è quasi compromessa.
Il tuo metodo di produzione lascia alla qualità dell’uva il ruolo di protagonista, tutto il resto avviene in modo naturale, ma se qualcosa non fila liscio come dovrebbe come si può intervenire in cantina a tutela della qualità utilizzando i mezzi permessi dai regolamenti sul biologico?
Senza usare troppi giri di parole, con l’attuale legislazione si potrebbero fare in cantina quasi tutti i trattamenti permessi nell’enologia convenzionale. Ma la mia coscienza non vuole scendere a compromessi. Se ho scelto un certo tipo di produzione, la devo perseguire dall’inizio alla fine anche a costo di avere qualche volta delle spiacevoli sorprese. Cerco di stare ogni giorno in cantina e seguire passo dopo passo il percorso dei miei “figlioli”, intervenendo in maniera leggera in caso di necessità, ma solo all’inizio del processo di vinificazione, perché preferisco eliminare una partita “nata male” piuttosto che dover ricorrere a trattamenti estremi.
Scegliere il biologico significa scegliere una produzione ridotta, e puntare su un mercato notevolmente più difficile visto che i costi di produzione e gestione costringono a proporre dei prezzi superiori rispetto ai prodotti convenzionali. Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano per far quadrare i bilanci?
Diciamo che a differenza di altre coltivazioni, in viticoltura i costi del prodotto finale non sono maggiori. Anzi limitando trattamenti e concimazioni si può anche risparmiare un po’ rispetto alla coltivazione convenzionale. I costi burocratici ci sono ma non vanno incidere in maniera esagerata, forse maggiore in questo caso è il costo in termini di tempo che ci si metta per star dietro a tutte le carte. Certo in questo contesto bisogna mettere in conto che ci sono delle annate sfavorevoli dove ci si trova con poca uva in vigna al momento della vendemmia e questo và ad influire sui bilanci aziendali. In questi casi si dovrebbe apportare un po’ di ricarico sul prezzo della bottiglia delle annate successive, ma questo resta un discorso soggettivo di ogni singolo produttore.
Una normativa comunitaria per il vino biologico non esiste in questo momento; la CE sta elaborando una legge la cui promulgazione era attesa entro il 2009. Per adesso c’è solo il vino “da uva da agricoltura biologica”: la certificazione e l’etichetta quindi si riferiscono alla sola produzione delle uve. Questa definizione risulta comunque imprecisa nei confronti del consumatore, perché evoca un vino in cui la materia prima di partenza (cioè l’uva) è un prodotto con certificazione biologica, mentre nulla viene detto sul processo di trasformazione. Ne consegue che chi compra questi vini non ha garanzie sufficienti che non siano stati impiegati prodotti chimici nella fase di chiarificazione, stabilizzazione e preservazione dagli agenti ossidanti del vino. Non pensi che per tutelare il consumatore e i produttori seri si dovrebbe fare più chiarezza a tal riguardo?
Non vedo l’ora che questo avvenga, anche se penso che ci vorrà ancora un po’ di tempo per arrivare al traguardo finale di ottenere una produzione che sia al 100% biologica. Non tutti i produttori sono d’accordo nell’arrivare a leggi drastiche che rischierebbero in certe annate di mettere in pericolo la commercializzazione del prodotto e quindi le voci in entrata. Paure che posso anche capire, la mia produzione arriva al massimo a 20mila bottiglie e magari posso gestire meglio determinate situazioni, ma qui si tratta di arrivare a fare delle scelte senza compromessi, o si decide per il biologico oppure si continua con la viticoltura convenzionale.
Tutti gli agricoltori biologici europei sono soggetti a ispezioni almeno una volta all’anno, direttamente in ‘azienda agricola, per assicurare che si attengano ai requisiti legali, così da poter vendere i loro prodotti e guadagnare il diritto di portare il logo europeo di agricoltura biologica. Pensi che ci sia un’effettiva serietà in questi controlli, premiando alla fine chi lavora veramente bene e seriamente o ci siano ampie scappatoie nelle quali i soliti “furbetti ” trovano terreno fertile per i loro loschi e redditizi affari che alla fine screditano chi ci mette tanto amore e sacrificio?
I controlli sono seri e scrupolosi. Ho potuto constatare di persona che il personale che viene a fare le ispezioni nelle aziende è altamente qualificato e preparato. Quando ritornano per la seconda volta in qualche azienda, statene certi che si tratta di ispezioni mirate perché hanno un certo “sesto senso” nell’andare a “beccare” chi tenta di fare un po’ il furbetto.
Sulle produzioni biologiche si dicono e si sentono tante cose contrastanti e ci sono a volte molti pregiudizi e dubbi in merito. Non si tratta forse di un tentativo di tutela verso il mercato convenzionale soprattutto quello delle grandi produzioni che a volte mette il profitto davanti agli interessi qualitativi e salutistici di noi consumatori?
Questo è a volte sicuramente vero. Dove ci sono grandi produzioni ci devono per forza essere trattamenti mirati e a calendario. Questo è normale perché le problematiche sono diverse e maggiori rispetto a quelle dei piccoli produttori. Però non è giusto screditare chi per scelta e per numeri diversi riesce a fare un prodotto diverso, con sistemi di produzione che ovviamente sono diversi.
Dammi i voti da 1 a 10 di quanto questi elementi sono importanti nella viticoltura biologica.
1) varietà delle vigne 2) insetti e microrganismi utili 3) salvaguardia dell’ecosistema 4) caratteristiche climatiche 5) lavoro del viticoltore 6) lavoro dell’enologo.
varietà delle vigne – voto 5
insetti e microrganismi utili – voto 10
salvaguardia dell’ecosistema – voto 10
caratteristiche climatiche – voto 9
lavoro del viticoltore – voto 9
lavoro dell’enologo – voto 2
Hai qualche progetto per l’immediato futuro per quanto riguarda la tua azienda?
Ne avrei tantissimi, ma devo anche fare quattro conti con le risorse economiche che limitano per forza la realizzazione di tutti i miei progetti. Il mio sogno principale però sarebbe quello di fare una nuova e bella cantina. Una struttura semplice progettata per ridurre al minimo gli sprechi d’energia e che sfrutti le risorse energetiche pulite.
Ma vedi che fortuna. Hai trovato in giardino la lampada magica di Aladino che qualcuno deve essersi dimenticato dopo essere venuto a far baldoria nel tuo agriturismo. Puoi esaudire solo due desideri però, uno a beneficio personale e uno a favore di tutta la comunità. Che lavoretti hai in servo per il mago?
Beh per il mondo intero farei qualcosa che possa essere utile ad eliminare o almeno ridurre tutte le forme di inquinamento che ci sono nel nostro pianeta. Per me stesso, mi concederei una bella vacanza al mare, nulla di così impossibile, ma visto che il lavoro in vigna e cantina è sempre prioritario, anche questo alle volte diventa un qualcosa di non facile realizzazione.
Stefano Cergolj




