Stagionalità e sostenibilità prima della rima
Impronta ecologica, food miles e locavorismo. Si fa l’abitudine a tutto. A quasi tutto.
Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione.
John Maxwell Coetzee
L’uomo fa molto più di ciò che può o deve sopportare. E così finisce col credere di poter sopportare qualunque cosa. E questo è il terribile. Che possa sopportare qualunque cosa.
William Faulkner

Trovo insopportabile e insostenibile la vista e la disposizione che di consueto offre un banco della frutta e verdura di un Supermercato! La foto sopra, scattata a inizio dicembre 2020 alla Unes della Galleria di Parma (già Barilla Center), rappresenta una tipica offerta della GDO: cavolfiori e cavolo verza, asparagi, zucchine, tre tipi di melanzane, peperoni, pomodori, cavolini di Bruxelles, fagiolini. Tutte le stagioni sono stipate dentro uno scompartimento. Qualunque stagione sia. In qualunque momento dell’anno. E ho già l’ansia.
Guardo questi frutti e ortaggi lucidi e tirati tutti uguali, indistintamente. Non sono di stagione. Non sono “naturali”. Non possono che far male. Non sono sostenibili. Non sono buoni. Mi risultano eticamente orticanti.
Ma quale impatto ha l’anti-stagionalità sul pianeta? Stagionalità e sostenibilità sono temi confluenti e convergenti? Come?
Non è semplice stabilirlo con esattezza scientifica, per quanto credo che basterebbe il buon senso per farsi un’idea.
Ma un’idea non basta. Ad esempio, è molto dibattuto il tema di quando possiamo definire stagionale un ortaggio. Localmente o globalmente? ed eventualmente quanto una origine o l’altra possa incidere sull’inquinamento.
Tra un ortaggio raccolto secondo stagione e trasportato altrove in un luogo di consumo e un frutto raccolto e consumato in loco (o quasi), cosa cambia?
Qual è l’impatto ambientale della frutta e della verdura di stagione, rispetto a quella fuori stagione?
Già nel 1992, il professore Timothy Lang, accademico nutrizionista ed emerito professore di politiche alimentari della City University di Londra, (qui una intervista recente su renewablematter.eu) aveva messo a punto un modello per calcolare la quantità di anidride carbonica prodotta durante il trasporto di una cassetta di frutta o di verdura esotica. Nasce così il concetto di Food Miles, cioè di distanze percorse dal cibo, che con buona approssimazione ci rende consapevoli del fatto che, solo dal punto di vista ambientale, consumare pomodori importati produce più CO2 del consumare pomodori prodotti in loco. Ma con un’avvertenza, perché consumare pomodori prodotti in serra è di fatto ancora più inquinante che farli arrivare per via aerea da un altro Paese, da un altro continente…
Ciò che mangiamo, che poi non sempre, non per tutti, è propriamente ciò che scegliamo di mangiare, influisce non soltanto sulla qualità della nostra vita ma anche sulla qualità dell’ambiente. I diversi impatti ambientali vengono misurati utilizzando anche un metodo alquanto complicato e noto come valutazione del ciclo di vita (LCA, ovvero Life Cycle Assessment). Questa tecnica ci consente di misurare e comprendere l’impatto degli alimenti sull’ambiente durante tutte quante le fasi della filiera, dalla progettazione e dalla coltivazione, passando per la raccolta, la conservazione, il trasporto, l’impacchettamento e l’eventuale lavorazione (taglio, pulizia, etc.), fino al consumo e anche ovviamente allo smaltimento. Molti studi si concentrano “più semplicemente” sulla stima dell’impronta di carbonio attraverso le emissioni di gas serra (GHG). Altre misurazioni includono l’impronta idrica e l’inquinamento, l’inquinamento da fertilizzanti e il terreno utilizzato (ed eventualmente sfruttato).
I benefici ambientali della frutta e della verdura di stagione sono spesso attribuiti alle distanze più brevi che percorrono. Sebbene il tipo di trasporto possa essere significativo per alcuni prodotti ortofrutticoli, come i prodotti trasportati per via aerea (ad esempio bacche, frutta tropicale e legumi freschi), il contributo del trasporto all’impronta di carbonio è solitamente inferiore alle emissioni derivanti dai metodi di produzione forzati (tipo le serre riscaldate e irrigate). Se da un lato le serre a clima controllato possono significare meno terreno utilizzato, meno cibo sprecato, meno pesticidi e alti rendimenti, l’energia necessaria per riscaldare questi edifici è altamente significativa.

Cioè, quando i pomodori vengono coltivati localmente ma al di fuori della loro stagione in serre riscaldate, hanno un’impronta di carbonio più elevata rispetto a quelli coltivati in stagione all’aperto ma lontano dal luogo poi di consumo. Ad esempio, se produco pomodori in Marocco all’aperto e li trasporto e vendo ad Amsterdam produrrò meno inquinamento che producendoli ad Amsterdam in serra. L’impronta di carbonio dei pomodori di stagione in Marocco è inferiore perché le serre richiedono molta energia e così facendo producono emissioni di GHG (gas serra) che sono superiori a quelle emesse dai trasporti aerei che dal Marocco portano i pomodori all’Italia. Per così dire.
Però, dovremmo chiederci, in particolar modo per la frutta climaterica, quale sapore dovrebbe avere la frutta che viene colta semi-acerba, stoccata, raffreddata e trasportata a migliaia di km di distanza? E quali valori nutrizionali possa ancora eventualmente trattenere? Le mele locali che vengono raccolte in ottobre in Europa (e in Alto Adige in particolare) ma conservate fino ad agosto dell’anno successivo e poi consumate localmente, sempre in Europa, hanno un’impronta di carbonio maggiore rispetto a mele raccolte localmente e stagionalmente in Nuova Zelanda, spedite e consumate in Europa fuori stagione. Questo perché all’aumentare del tempo di conservazione nei frigoriferi, aumenta anche la quantità di energia necessaria, liberando così più emissioni di GHG. Ma che senso ha? A giugno, luglio, agosto, anziché mangiare mele australi non sarà meglio addentare albicocche e ciliegie, nespole e pesche, susine e fichi fioroni, in tutte le loro inestimabili variabili locali?
Ovviamente la frutta e la verdura con le più basse emissioni di GHG sono quelle coltivate all’aperto e maturate naturalmente, possibilmente senza spreco di acqua per irrigare, ovviamente senza uso di pesticidi e senza sprechi di energia. Prodotte e consumate nello stesso paese o regione.
Ovviamente dovremmo chiederci più seriamente che cosa mangiamo. Domandarci quanto l’uso di trattamenti chimici su molte coltivazioni agricole massive o l’uso di piante geneticamente modificate (OGM), possano incidere sulla nostra salute ma anche sull’equilibrio naturale del pianeta.
Ovviamente i pomodori (o gli asparagi, o le zucchine o le melanzane) a dicembre non sono soltanto alimenti di scarsa qualità, sono prodotti che inquinano l’ambiente (energia, gas e imballaggi), sostengono logiche esclusivamente legate al profitto di grandi soggetti multinazionali ( per giunta assai lontani da noi) a discapito delle imprese piccole e medie che invece operano proprio nei nostri immediati paraggi.
Ovviamente, con le parole del filosofo mistico indiano Osho Rajnnesh tratte dal testo La vita è semplicissima: “ le persone continuano a lasciarsi sfuggire l’ovvio, le persone continuano a non vedere ciò che è semplice…”
Promemoria sintetico al consumo virtuoso e sostenibile:
– Ridurre i prodotti fuori stagione trasportati per via aerea, frutti di bosco (bacche, ciliegie) o frutta esotica (litchi, papaia, frutto della passione) e verdure fuori stagione (asparagi, fagiolini, piselli) vengono spesso trasportati in aereo perché si deteriorano rapidamente. Ciò aumenta notevolmente le emissioni di gas serra.
– Ridurre anche i prodotti mediterranei (locali) fuori stagione: pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, insalate e cetrioli questi vengono spesso coltivati in serre riscaldate in Europa o in serre protette (a volte pure riscaldate) anche fuori dall’Europa, il che richiede un dispendio energetico aggiuntivo.
– Evitare le confezioni di vegetali pre-preparate: prodotti già tagliati, sacchetti e ciotole di insalata, verdure pronte per la cottura, macedonie di frutta e verdura. Questi prodotti di solito ( tra lavaggio, refrigerazione, utilizzo degli imballaggi di plastica) comportano un dispendio energetico aggiuntivo rispetto a frutta e verdura fresca e integra.
– La frutta e la verdura coltivate all’aperto durante la loro stagione naturale, quindi consumate nello stesso paese di produzione, generano i gas serra più bassi e risultano più rispettose dell’ambiente.
Saranno ovviamente frutti e verdure anche più sani e più buoni.
Ma non basta: la riduzione del consumo di prodotti di origine animale e la riduzione dello spreco alimentare sono elementi altrettanto essenziali per una dieta sana e sostenibile.
Quindi: i pomodori freschi si mangiano d’estate. I pomodori in conserva nel resto dell’anno. La Parmigiana di melanzane si mangia solo l’estate. Le fave non possono stare con le zucchine. Le zucchine non possono stare con i finocchi. I piselli non vanno con i fagiolini. I pomodori non si uniscono con gli asparagi. Nella macedonia non si possono mischiare le fragole alle pesche. L’anguria non ha mai conosciuto i cachi.
L’uva non ha mai incontrato le fragole. Le castagne non sanno che esistono le albicocche. Le melagrane non hanno mai incontrato le ciliegie. I kiwi ci sono quando mancano i fichi. La melagrana arriva e la melanzana cessa. La Peperonata si mangia solo l’estate. Il topinambur c’è quando c’è la zucca e quando manca la zucchina. More e mirtilli si raccolgono d’estate. Le clementine d’inverno. Seppie e piselli si cucinano solo in primavera. La vignarola pure.
Asparagi e agretti sono contemporanei. I broccoli (il fiolaro in particolare) sono invernali. Cardi e catalogna sono invernali. La ribollita si mangia d’inverno. Indivie d’inverno e lattuga d’estate. Puntarelle e alici d’inverno. E così via: tempo al tempo…
Pierluigi Gorgoni
Questo articolo fa parte dell’inserto de La Glottide del 22 marzo 2021 dedicato alla stagionalità degli alimenti, che potete scaricare qui.
– Riferimenti –
Poore, J. e Nemecek, T. (2018). Ridurre gli impatti ambientali del cibo attraverso produttori e consumatori. Science, 360 (6392), 987-992.
Scienza verde – Life Cycle Assessment: Il ciclo di vita di un prodotto e il suo impatto ambientale
Eurostat (2020). Produzione di colture in umidità standard UE. Accesso 22 giugno 2020.
Futch, S. e Singerman A. (2017). All’interno dell’industria agrumicola spagnola. Accesso 22 giugno 2020.
MacDiarmid, J. (2014). Stagionalità e esigenze alimentari: mangiare cibo di stagione contribuirà alla salute e alla sostenibilità ambientale? Atti della Nutrition Society, 73 (3): 368-375. Doi: 10.1017 / S0029665113003753.
DEFRA. (2012). Comprendere gli impatti ambientali del consumo di alimenti prodotti localmente durante la stagione. Progetto. FO0412. Accesso 21 febbraio 2020.
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Garnett, T. (2006). Frutta e verdura ed emissioni di gas serra nel Regno Unito: esplorare la relazione. Documento di lavoro nell’ambito del Food Climate Research Network. Accesso 22 giugno. 2020.
Fondazione Qualivita. Stagionalità, buona pratica per aiutarre il pianeta. 14 dicembre 2015
Eufic. Are seasonal fruit and vegetables better for the environment? 9 settembre 2020
Materia Rinnovabile. La geopolitica del cibo. Intervista a Tim Lang. 14 ottobre 2020



