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I racconti di Alda: Senza far rumore

Uomo che si allontana dalla porta

Se n’è andato, l’ha detto e l’ha fatto senza sbattere la porta senza fare rumore quasi in punta di piedi dopo venticinque anni di matrimonio e due figli, l’ha detto e l’ha fatto senza che io mi rendessi conto di quello che stava succedendo senza capire che già da tempo aveva maturato questa decisione oh sì prima ma molto prima che me ne parlasse. Aveva vuotato armadio e cassetti e fatto le valigie mentre io ero in ospedale operata per una frattura scomposta alla caviglia e quale momento migliore per buttare via tutto e tirarsi fuori dal matrimonio da tutto ciò che non sopportava più? Vigliacco bastardo. La casa vuota, nessuna protesta nessuna discussione nessuna crisi di pianto il braccio strattonato nella speranza di trattenerlo; io no io non faccio queste cose io non sono così e lui ha aspettato che tornassi a casa proprio questa mattina, allora sì ormai a letto bloccata dal gesso la carrozzina come una minaccia la prospettiva di quaranta giorni con la gamba ingabbiata la bottiglia dell’acqua sul comodino tanti libri la radio perché proprio non ce la farei senza poter leggere e senza musica. E lui lì a dirmi che se ne andava indifferente davanti alla mia situazione alla mia impossibilità di alzarmi e aggredirlo alla mia sofferenza alle mie emozioni al mio sguardo fisso sul grande albero di fronte alla finestra da alcuni giorni invaso da piccoli pappagalli verdi tanti svolazzanti inquietanti anche se non come gli uccelli assassini di Hitchcock,  un febbraio che finisce tra il vento e la luce che si allunga ogni giorno di più poche secche parole. Ecco come si muove il mio pensiero senza pause senza riprendere fiato né virgole né punti. Basta così, un profondo respiro, dai tregua ai polmoni e vai.

Chi è lei, gli ho  chiesto, la conosco? Ha risposto che non c’è nessuna lei e guardandolo dritto negli occhi ho capito che non mentiva, quindi il problema sono proprio io, il nostro matrimonio, i nostri silenzi che a me sembravano pause rassicuranti, le poche ore trascorse insieme da soli, lui sempre più preso dal suo lavoro io dal mio, il sesso stanco diventato quasi un compito da svolgere, non proprio come quelli dell’odiata matematica, comunque un compito dettato dalla consuetudine, dalla conoscenza l’uno dell’altro, con i nostri corpi che non hanno più niente di segreto neanche nel ricordo di ciò che eravamo e di quello che un tempo sapevamo darci. Io non mi lamentavo, soffocavo qualche inconsapevole sbadiglio e mi compensavo con la musica, le serate con gli amici alle quali anche lui sembrava divertirsi, il cinema la lettura i concerti  le lunghe camminate nel parco e noi due insieme al sicuro, così credevo, talmente ottusa da non capire che lui si sentiva affondare in una routine che lo stava soffocando. Io non me ne sarei mai andata, io non stavo male, lo amavo ancora, venticinque anni insieme contavano tanto per me. Erano la nostra vita.

Prima c’erano i ragazzi, ha detto lui, era tutto diverso, loro erano il nostro collante, ora che non vivono più con noi e si sono trasferiti a Londra, ora che i nostri pensieri,  i nostri discorsi e le nostre preoccupazioni non ruotano più intorno alla loro vita, l’adolescenza la crescita gli studi il lavoro, ora che hanno trovato la loro strada siamo rimasti noi due soli,  senza più niente da dirci e da darci. Io non ce la faccio, non posso andare avanti  con la sensazione di girare a vuoto e di soffocare.

Questo ha detto perché così era ed è per lui, ma non lo era e non lo è per me, i figli sistemati certo, ma il fatto che siano lontani  non vuol dire che non abbiano più un posto nei miei pensieri, che io non senta la loro mancanza, che sia finito il  mio interesse per loro e non è nemmeno vero che mi senta vuota annoiata insofferente. C’era pur sempre lui, non eravamo più gli stessi di quando c’eravamo sposati, poco più che ventenni, ma lui era  mio marito, il mio compagno, l’uomo con il quale ero cresciuta e con il quale ero convinta che sarei invecchiata e avrei continuato a condividere tutto. Queste erano le mie certezze e pensavo fossero anche le sue.

Non ho capito niente e lui se n’ è andato, l’ha detto e l’ha fatto lasciandomi incredula e stordita su questo letto cigolante per le nostre tempeste amorose e non importa di quando, perché sia pure raramente capitava ancora e poi c’erano la conoscenza l’uno dell’altro, la stima, l’affetto, la complicità, la certezza di poter sempre contare l’uno sull’altro. Tutte merdate. Ho dunque vissuto in un’enorme bolla di menzogne, di illusioni, nel buio e nel silenzio della mia cecità, per arrivare a quella porta chiusa senza fare rumore, quasi fosse un gesto naturale, senza conseguenze. Se almeno ci fosse davvero un’altra donna, forse proverei a battermi, lotterei con la speranza di riuscire a trattenerlo, a farlo riflettere, convinta che si tratti soltanto della quasi inevitabile crisi dei cinquant’anni, ma contro la noia nella quale si sente invischiato e perduto come difendermi, come lottare? Non tornerà mai indietro. Di solito gli uomini che, sia pure con fatica, riescono ad andarsene di casa mettendo fine al loro matrimonio –  e chi se ne frega della disperazione che lasci dietro di te – riescono a farlo per amore di un’altra donna, per il bisogno di nuove conferme, di quelle certezze che con il passare degli anni sentono vacillare… A volte succede che tornino indietro. Lui no. Lui è diverso. Nessuna donna ad aspettarlo e proprio per questo non tornerà mai… E bravo il mio amore, non ti voltare, brucia distruggi vai avanti e viva la libertà.

Tra poco arriverà Clotilde, la mia amica di sempre, che dormirà con me, cucinerà, mi coccolerà e  si prenderà cura della mia rabbia, del mio stupore, delle mie lacrime. Lacrime? No, quelle mai.

Ed ecco che di colpo sento la necessità di rendermi conto pienamente di quello che è successo. Scosto le coperte, scivolo nella carrozzina attenta a non poggiare per terra il piede ingessato, giro intorno al letto, mi piazzo davanti all’armadio, faccio scorrere le ante, apro i cassetti e di fronte a tutto quel vuoto sento il cuore salirmi in gola, un brivido, un urlo trattenuto a forza. Attacco di panico. È tutto vero.

Va bene, tregua. Respira profondamente, pensa a Virginia Woolf che voleva una stanza tutta per sé. Io avrò un armadio tutto per me e la casa e niente più orari da osservare, potrò mangiare tutto quello che mi piace come e quando vorrò, bere coca cola e ingozzarmi di nutella e di qualsiasi schifezza, merendine fritti surgelati senza che nessuno mi dica che tutto questo mi fa male che devo mangiare sano che… veramente io non mangio schifezze, una volta forse, tanto tempo fa.

Lascio che lo sguardo vaghi ancora in quel vuoto ed ecco che i miei pensieri cambiano di nuovo direzione e  provo l’impulso di rinchiudermi in quello spazio che mi sembra enorme, di raggomitolarmici come una bestia ferita,  perché io sono ferita e… va bene, va bene ho capito. Ora sì che piango, ma senza lacrime e senza far rumore.

Alda Gasparini

Alda Gasparini

Musicista e scrittrice, da sempre amante di tutto ciò che è bello e trasmette emozioni, si è diplomata in pianoforte e per un certo periodo della sua vita ha eseguito concerti. Poi si è dedicata al giornalismo, scrivendo recensioni e critiche musicali; successivamente ha iniziato a scrivere romanzi e racconti, pubblicati su numerose riviste di settore, ha collaborato con autori importanti come Scerbanenco e Morante. Ancora oggi scrive racconti, brevi e avvincenti, toccando molti aspetti della natura umana.

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