Vino e geologia in Alto Adige, un binomio ricco di implicazioni

Il mondo del vino è estremamente complesso, proprio perché più ne approfondiamo la conoscenza e più ci rendiamo conto di quanto ancora ci resta da imparare. Ed è quello che mi capita spesso trascorrendo il mio tempo “vinicolo” in Alto Adige, una terra dove convivono colori e cromie ineguagliabili e dove la pluralità dei dettagli rende davvero stimolante ogni approfondimento territoriale.
Il suolo della zona vitivinicola altoatesina è alquanto variegato e complesso, in quanto la composizione geologica varia spesso nel raggio di pochi metri tra vigneto e vigneto, anche se, a grandi linee, è possibile individuare due formazioni principali: quella del fondovalle (soprattutto a Bolzano e Salorno dove vengono inoltre coltivate superfici maggiori) in cui prevale un terreno alluvionale, fertile e permeabile; quella invece delle vigne di colline e montagna in cui prevale invece un terreno ghiaioso, formatosi attraverso l’asportazione di frammenti di suolo e la successiva erosione avvenuta durante l’ultima era glaciale. In quest’ultima, a tutti gli effetti, si concentra maggiormente la viticoltura.

Nella conca torrida di Bolzano (così come anche quella di Merano) il suolo viticolo è composto principalmente da roccia vulcanica, ovvero porfido rosso, spesso e volentieri mescolato ad argilla e sabbia. In tale areale arido e povero di humus la vite, per adattarsi riesce a sviluppare radici profonde con l’intento di estrarre l’acqua e ciò favorisce, fra l’altro, la produzione di vini equilibrati e con un grado di acidità ridotto.

Nella Bassa Atesina è la roccia calcarea e dolomitica a fare da padrona (da Termeno a Cortaccia), dove si trova anche l’argilla rossa, mentre nell’estremo sud è presente la marna sabbiosa con terreni caldi e permeabili che elargiscono vini bianchi decisi e di corpo.

Nell’Oltradige domina la roccia calcarea e porfirica e i terreni sono perlopiù acidi di origine morenica nei pressi di Cornaiano. Nella Val d’Adige la base è il porfido rosso mentre la pietra calcarea permeabile è di casa a Nalles e Andriano.

Nelle sottozone settentrionali della Valle Isarco le viti radicano in un terreno di roccia primitiva composta da ardesia mica disgregata (fillite quarzifera) e solo in parte l’ardesia, con terreni sabbiosi di ghiaia. La capacità di questi due minerali d’immagazzinare l’acqua è superiore a quella del porfido ed è necessaria, poiché lì, tendenzialmente, le precipitazioni sono piuttosto inferiori rispetto alla Bassa Atesina. E ancora, nella Val Venosta, la caratteristica principale è l’ardesia da disgregazione, poi granito e gneis, con terreni poveri e sabbiosi.
La cosa importante da sottolineare è infatti questa costante ricerca dei vari tipi di suolo che sta alla base del miglioramento qualitativo della viticoltura altoatesina. Ecco perché i vari viticultori sanno che, per esempio, il Lagrein predilige un “suolo caldo” composto da ghiaia e sabbia, che dai terreni di porfido rosso a Terlano nascono bianchi atti all’invecchiamento, oppure ancora che il Gewurztraminer coltivato nella zona di Termeno ama in particolar modo un terreno ricco di calcare e argilla.

In parole povere, gli ingredienti dell’eccellenza vinicola dell’Alto Adige sono il mix di fattori climatici, geologici e geografici, ideali per vendemmiare uve mature e ricche di aromaticità: una catena alpina che scherma efficacemente i venti settentrionali; un’orografia meridionale che apre accogliendo gli influssi benefici del Mediterraneo; una temperatura media di 18 gradi durante il periodo vegetativo; una forte escursione termica fra il giorno e la notte; una viticoltura praticata a quote variabili (dai 200 ai 1000 metri di quota) con microclimi assai eterogenei.

Non soltanto allora carattere e peculiarità, ma aggiungerei anche coerenza, costanza e consistenza come fattori che hanno generato e generano tuttora valore per la denominazione in un territorio caratterizzato da una molteplicità di imprese alquanto parcellizzate: un sistema apparentemente “debole, ma che grazie all’aggregazione e alla condivisione ha saputo rispondere in modo eccellente e adeguato alle sollecitazioni del mercato.
Inoltre, in tale e proficuo contesto segnato da una storicità e da una fedeltà quasi maniacale alla propria vocazione, divengono autentici e schietti i concetti di vigna e capitale umano, affermandosi in maniera forte e condivisa tra gli stessi produttori.
In definitiva, la tensione positiva che la storia vitivinicola riconosce di fatto all’Alto Adige è legata fortemente alla capacità delle varie aziende (siano esse piccole realtà o cantine cooperative) di saper cogliere e interpretare i tanti segnali che arrivano dal consumatore, per poi trasformarli in assoluta qualità. Figure vinicole quindi tenaci e lungimiranti si palesano dietro ai loro grandi vini alpini, sia rossi che bianchi, perché come ci ricordano in loco “il terreno è molto di più che una superficie produttiva: è la nostra identità e il nostro orgoglio”.
Lele Gobbi


