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AnteprimeIl vino nel bicchiere

Alba Wines Exhibition 2004: per le strade del nebbiolo

Pietro Ratti e Annalisa Chiavazza (Wellcom)Un’annata buona ma decisamente impegnativa
Se con il Barbaresco 2001 si è potuta confermare la notevole qualità dell’annata, sicuramente vicina all’eccellenza, non si può dire la stessa cosa per il Barolo 2000, che in alcune zone ha dimostrato di aver sofferto in parte per le condizioni climatiche instabili della stagione. Certamente il tempo ci aiuterà a capire meglio le possibili evoluzioni dei vini, ma un quadro abbastanza chiaro e rappresentativo è emerso già dalla degustazione dei 179 campioni messi a disposizione dall’Unione Produttori Vini Albesi per la IX edizione di Alba Wines Exhibition.
Le difficoltà dell’annata sono emerse già con i primi interventi per combattere la peronospora, le cui avvisaglie si sono presentate immediatamente dopo le piogge di fine aprile. Interventi ostacolati in parte dal ritorno del maltempo nella seconda settimana di maggio. Il mese di giugno ha consentito una buona ripresa della vite grazie al clima decisamente caldo, anche se tra il 10 e il 13 giugno ci sono state ancora precipitazioni. Anche luglio, partito bene, ha subito un andamento alterno come nei mesi precedenti, provocando non pochi problemi con la grandinata dell’undicesimo giorno, che ha colpito un’area piuttosto vasta e portato un drastico abbassamento della temperatura. Come sempre succede in Langa, la grandine colpisce in modo disomogeneo, lasciando spesso intatti alcuni appezzamenti vitati.
Al momento dell’invaiatura (la fase in cui gli acini cambiano colore), a fine luglio, è comparsa la flavescenza dorata, altro incubo per i vignaioli che, se non prendono le giuste contromisure, rischiano di perdere gran parte della produzione. Come se non bastasse, il 2 agosto si è ripresentata la grandine, anche se non in tutte le zone, mentre il 4 è stato caratterizzato da forti precipitazioni, con conseguente ricomparsa della peronospora che ha dato non pochi problemi. Per fortuna nella seconda metà di agosto si è avuto un cambiamento positivo del clima, che finalmente ha raggiunto temperature ideali per una buona maturazione delle uve. A fine settembre, quando la maggior parte delle varietà era stata raccolta, il maltempo si è ripresentato, ma il nebbiolo era ormai abbastanza maturo per poter essere vendemmiato indenne la prima decade di ottobre, non appena il terreno si è asciugato.

Come si sono comportate le varie zone
Quello che è accaduto e che ho precedentemente descritto, basandomi sui dati forniti dal Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Roero, è solo un riferimento delle caratteristiche climatiche dell’annata. Ciò che invece accade nei vini, dipende anche dall’esperienza dei produttori e dall’intera equipe che dà  supporto in vigna e in cantina. Così non ci si deve stupire se anche da un’annata che ha presentato delle difficoltà oggettive, si possano ottenere prodotti di qualità mediamente elevata. E’ vero, si possono fare correzioni e aggiustamenti in cantina, inutile negarlo, ma se l’uva non arriva sana, non c’è tecnica che possa sostituirsi alla natura. Ecco perché è molto più importante il lavoro meticoloso in vigna, di cura e selezione delle uve migliori, anche a costo di ridurre drasticamente la produzione, per mantenere il livello qualitativo degno di un vino importante come il Barolo.
Ma veniamo alla degustazione che, come avevo già menzionato nel precedente articolo sul Barbaresco 2001 (vedi), ha visto sfilare i vini in base ai comuni di provenienza.

I vini di Barolo
Le impressioni avute dai Barolo provenienti dal comune omonimo sono state positive, ma in parte al di sotto delle attese: complessivamente vini piuttosto chiusi all’olfatto, a volte con note già surmature e terziarie evidenti, in altri casi con qualche squilibrio Entrata Palazzo Mostre e Congressi di Alba e difficoltà di assestamento nella parte gustativa. Per fortuna, non sono stato dispensato dal provare belle emozioni,  con il Barolo Castellero dei F.lli Barale (molto fine all’olfatto, con note ben fuse tra l’etereo e il balsamico e suggestioni fruttate di prugna e ciliegia), con il Barolo Cannubi di Chiara Boschis (E. Pira e Figli) dai profumi eleganti di mora e ciliegia nera, cacao, liquirizia dolce e accenni balsamici, piena corrispondenza al gusto, ancora alla ricerca di una maggiore complessità ma molto promettente. Si conferma sempre ai vertici Poderi Luigi Einaudi con il Barolo nei Cannubi (sottobosco, eucalipto, more e mirtilli maturi, tannini di grande finezza e finale che si distende bene) e con il Costa Grimaldi (di poco inferiore, ha ancora bisognoso di assorbire il tostato del legno, ma è supportato da un frutto dolce e maturo molto accattivante) , mentre mi è sembrato davvero ottimo il Costa di Rose di Bric Cenciurio, dal taglio moderno, giocato su un bel frutto intenso e maturo (mora, prugna, ribes nero, mirtillo), cioccolato e un bello sfondo minerale. Questa volta il Barolo Cannubi di Michele Chiarlo (caffè torrefatto, prugna, mora, note eteree e minerali, bocca densa e tannino levigato) mi è parso migliore e più equilibrato del Barolo Cerequio (buono ma con qualche nota eterea di troppo). Anche il Barolo Preda di Cascina Adelaide si presenta ben fatto e dal gusto moderno e accattivante, ha bocca potente e tannino ben supportato da una grande mole di frutto, ma perde in parte quella suggestione tipica e dai caratteri unici di un grande nebbiolo, più evidente nel Barolo Cannubi che, pur non raggiungendo la stessa immediata piacevolezza, rivela tratti nobili e, con il tempo, potrebbe superarlo. Sempre affascinante il Cannubi Boschis di Luciano Sandrone, di poco inferiore alla versione 1999, ma che mantiene quei tratti raffinati ed eleganti che lo contraddistinguono. Anche il Barolo di Bartolo Mascarello, personaggio simbolo della grande tradizione langarola che non ha mai voluto nelle sue cantine quello strano barilotto proveniente dalla Francia, pur presentandosi più scorbutico e aggressivo della precedente versione, non perde quei tratti nobili e affascinanti che lo hanno da sempre reso famoso, con quella caratteristica nota di violetta in primo piano, seguita da ciliegia, lampone e prugna, fogliame e sottobosco, e un tannino che chiede un po’ di pazienza per smussarsi. Per quanto riguarda Damilano, ho preferito di poco il Cannubi (dai profumi intensi e variegati, che spaziano da note di sottobosco a frutta matura, in particolare mora e amarena, arricchite da nuances mentolate e balsamiche),  che mi sembra avere un maggiore equilibrio e una complessità superiore al Liste, nel quale si percepisce maggiormente l’apporto del piccolo legno e un tannino ancora un po’ duro.

Una buona serie da Castiglione Falletto
Situazione controversa e non da tutti condivisa, quella di Castiglione Falletto. E’ inevitabile che fra degustatori, a fine lavori, si senta il desiderio di verificare le impressioni degli altri, pour parler, non tanto per avere conferme quanto per rilevare le diverse opinioni e i personali punti di vista. Così c’è chi ha ritenuto i Barolo (scusate, ma il plurale non mi piace proprio) di Castiglione inferiori a quelli di Barolo e chi li ha invece preferiti. E si, non illudiamoci che la nostra sia una scienza esatta, perché il gusto personale, la scuola di pensiero, lo stato di salute (già, si dovrebbe avere sempre una bocca perfetta e un naso che non teme allergie) incidono non poco sul nostro giudizio finale. Certo, quando le impressioni sono molto distanti, sarebbe interessante scoprirne le cause, ma quasi sempre la risposta è nel metodo analitico utilizzato. Basti pensare alla teoria del vino-frutto di Luca Maroni che, per forza di cose, non può coincidere con un metodo di valutazione più classico come quello A.I.S. o con la versione rivisitata della guida Vini d’Italia di Gambero Rosso-Slow Food.  E non è meno rilevante, ai fini del giudizio, l’entusiasmo per uno stile moderno e meno condizionato da disciplinari o metodologie tradizionali, o l’attaccamento ad una cultura antica e rispettosa di ciò che madre Natura ci ha generosamente messo a disposizione. Si potrebbe continuare all’infinito, ma ciò che al fine conta e non deve mai mancare è la voglia di capire, cercando di allontanarsi per quanto possibile da rigide posizioni che, quasi sempre, non permettono di cogliere l’essenza di quel prezioso contenuto, frutto delle infinite variabili uomo-natura, comunemente conosciuto col nome di “vino”.
Chiusa la parentesi filosofica, i vini di Castiglione Falletto mi sono piaciuti molto, ma solo in parte. Mediamente già pronti e maturi, hanno dimostrato una buona complessità e tannini non arroganti; qualche piccola delusione e qualche piacevole sorpresa. Il migliore mi è parso il Barolo Rocche di Brovia, certamente tradizionale nello stile sin dal colore granato medio; i profumi eleganti e complessi si aprono a note di fiori macerati, di viola e rosa, per poi offrire spunti fruttati di mora e ciliegia mature, note balsamiche e minerali. Suggestivo al palato, grazie a tannini già vellutati e ad un frutto che ritorna appena surmaturo ma sostenuto da sufficiente acidità. Il Bricco Boschis dei F.lli Cavallotto ha colore granato compatto e abbastanza profondo, naso con sfumature di lampone, mora, prugna e liquirizia, nuances erbacee e speziate; in bocca è già maturo e godibilissimo, con un bel frutto pieno e rotondo che ritorna e si mantiene vivo nel lungo finale. Di taglio moderno ma senza eccessi il Bricco Fiasco di Azelia, dal colore granato cupo e concentrato, naso fine e variegato con cenni minerali, liquirizia dolce, menta, mora, prugna e ciliegia nera; al palato è intenso e sapido, con bella trama tannica equilibrata dalla componente morbida dell’alcol e dei frutti maturi. Molto interessante la prova del Barolo base della famiglia Boroli, un’azienda giovane che sembra avere le idee chiare e uno stile già delineato: colore caratteristico, granato medio, bouquet elegante e intenso di fiori appassiti, ciliegia, prugna, tabacco in foglia e una sottile vena tostata; al gusto è raffinato e molto piacevole, corpo snello ma ben delineato, come una bella donna, grazie anche a tannini estremamente vellutati. Non è da meno il cru Villero, più concentrato nel colore e appena più marcato dal legno, ma con belle nuances fruttate di mora, mirtillo, mon chéri e una spolverata di cacao; all’assaggio mostra una buona struttura e tannino forte ma ben estratto, rotondità di frutto che accompagna il finale appena ammandorlato. Mi aspettavo di più dal Barolo Rocche di Castiglione dei F.lli Oddero (molto meglio l’altro cru di Monforte) dai profumi un po’ spenti e non pulitissimi e dalla struttura poco incisiva.

Ottima prova a Monforte d’Alba
Tutti i vini hanno raggiunto una fascia medio-alta, segno che il millesimo 2000 in quest’area è stato generoso ed equilibrato. Il Barolo Colonnello di Aldo Conterno mi è piaciuto addirittura più della versione 1999, assaggiata lo scorso anno: al naso esprime un bouquet affascinante e progressivo, con note di ribes, ciliegia, prugna, tabacco in foglia, pepe, cuoio e una bellissima nota minerale che ne esalta l’eleganza; in bocca ha tannino ancora aggressivo e una bella acidità, un vino che con il tempo esprimerà grandi cose. Grande impressione mi ha fatto il Vigna d’La Roul del Podere Rocche dei Manzoni (il Vigna Cappella di S.Stefano mi è piaciuto meno) intenso e maturo, dal gusto già morbido e dal lunghissimo finale. Migliore che in altre occasioni l’unico cru presentato da Marziano ed Enrico Abbona, il Barolo Pressenda, ben calibrato sia al naso che in bocca, con un frutto intenso e dolce, moderno ma non troppo. Ma i vini di rilievo sono davvero tanti, hanno ben figurato Gianfranco Alessandria, sia con il San Giovanni che con il Barolo base, i F.lli Oddero con il Mondoca di Bussia Soprana, Franco Conterno con il Bussia Munie, Armando Parusso con il Bussia Vigna Rocche, Tenuta Rocca con il Barolo Tenuta Rocca (sempre magistrale nella fusione fra frutto e spezie, con in più una struggente mineralità), Prunotto con il sempre ottimo Bussia (bella struttura, tannini come sempre forti ma grande equilibrio e pulizia), Domenico Clerico con il Ciabot Mentin Ginestra (sorprende la convivenza fra i sentori di viola e le note vanigliate e tostate), Cascina Ballarin con il Barolo Bussia (ma a La Morra è andata ancora meglio), Poderi Colla con il Bussia Dardi Le Rose (belle sfumature di viola e rosa macerate, pepe bianco, sottobosco), Mauro Veglio con il Castelletto (anche lui è andato ancora meglio a La Morra). Una piacevole sorpresa i vini di Costa di Bussia, in particolare il Tenuta Arnulfo, ma anche il Campo dei Buoi, che l’anno passato non mi aveva convinto. Ottima prova anche per il Sorì Ginestra (grande è l’intensità della viola, ma anche le note di mora e ribes, tabacco e grafite) e il Vigna del Gris (più minerale e speziato) di Conterno Fantino. E che dire del Barolo Giblin (non male anche il Barolo base proveniente dalle colline di Serralunga, dai sentori affumicati e di polvere pirica, sottobosco e frutta in confettura) di Gemma, dai profumi intriganti di fiori passiti, ciliegia e prugna in confettura, tabacco e spezie che si ripresentano fedeli al gusto? Insomma una serie davvero notevole di prodotti qualitativamente quasi ineccepibili, da tenere a mente per arricchire la propria cantina.

Serralunga d’Alba, forse la migliore
Difficile valutare quale dei due comuni ha ottenuto risultati migliori, se non fosse per qualche punta più elevata a vantaggio di Serralunga, ma nel complesso hanno goduto al meglio di questo millesimo. Mi ha quasi entusiasmato il Barolo Serralunga di Giovanni Rosso,  ancora migliore dell’anno passato, di grande equilibrio e finezza olfattiva, giocato su nuances floreali e minerali arricchite da un frutto giusto, non ammiccante e una bocca grassa e piacevolissima dal finale interminabile. Quasi sullo stesso piano il Ca’ Mia di Brovia, fine e balsamico, arricchito da sfumature di fiori secchi e una bella mineralità, al gusto profondo e ben calibrato nei tannini. Davvero notevole il Prapò (cuoio, tabacco, prugna, mora e una bocca intensa e non banale) di Ettore Germano, quest’anno leggermente superiore al Cerretta (caffé tostato, vaniglia, sottofondo minerale e terroso, legno di liquirizia, mora matura). Lunga è la sequenza di vini di grande valore: il Barolo Serralunga d’Alba  e il Lazzarito Vigna La Delizia di Fontanafredda si sono mostrati in gran forma, il Prapò di Mauro Sebaste (dal ventaglio olfattivo di grande piacevolezza, pervaso da fiori appassiti, mora, mirtillo nero e amarena mature, avvolti da un velo minerale e balsamico), il Sorano Coste & Bricco di Ascheri (di poco superiore al Sorano) dai ricordi di tartufo e sottobosco, liquirizia dolce e una vena di menta. Ottimi il Parafada (complesso e ricco di sensazioni speziate e floreali, arricchite da un frutto generoso, soprattutto al gusto, che nasconde bene la potenza tannica) e il Margheria (dai sentori di ginepro, pepe rosa, ribes nero e ciliegia, bocca intensa e corrispondente, penalizzata da un finale piuttosto amaricante) di Vigna Rionda. Affidabile il Boscareto (dominato dai frutti di bosco in confettura, mora, mirtillo, ciliegia nera, e da note balsamiche e di legno aromatico) di Ferdinando Principiano, molto vicini il Vigneto Marenca (rubino-granato quasi impenetrabile, profumi di mora, fragola e ciliegia in confettura, caffé, menta, liquirizia e nuances balsamiche, bocca potente e moderna) e il Vigneto Margheria( con sentori di viola, prugna, ciliegia, mora, cacao, carrube) di Luigi Pira, ben fatto il Meriame di Paolo Manzone (ampio e coinvolgente, soprattutto al palato). Quest’anno Vietti ci ha presentato un ottimo Barolo Lazzarito, compensando parzialmente la mancanza del Rocche e del Villero; solido come sempre il San Rocco di Azelia, anche se ha bisogno di tempo per integrare i toni del legno nella polpa fruttata. Sorprendente il Vigna Broglio di Palladino, elegante e suggestivo, già equilibrato e maturo. Chiude la serie dei migliori il Vigna della Ginestra dei F.lli De Nicola, dal colore (quantomeno improbabile per un nebbiolo) rubino cupo molto concentrato, che soffre ancora di eccessi vanigliati e tostati, ma che mostra un bel frutto scuro e fitto, mora, mirtillo ciliegia nera; tannino molto fine e un’impronta moderna abbastanza spinta.

Ma La Morra non sta a guardare
Se fino ad ora l’annata 2000 poteva presentare qualche discrepanza che rischiava di pregiudicarne le potenzialità, i vini di La Morra fanno pendere il piatto della bilancia dalla parte “buona”, confermando che, nonostante le difficoltà climatiche oggettive, i risultati sono complessivamente ben al di sopra della sufficienza. Fra l’altro, da questo comune sono forse arrivate le maggiori sorprese, da aziende come Luigino Grimaldi, Stefano Farina, Dosio, Cascina del Monastero (ottimo il Bricco Luciani dai sentori eleganti di humus, tabacco, prugna e ciliegia sotto spirito, note balsamiche), Mario Marengo, Cavagnero, Flavio Saglietti (con il Cerequio), Massimo Penna e Mario Gagliasso (soprattutto con il Torriglione) per citarne alcuni. Notevole si è rivelato il Bricco Rocca di Cascina Ballarin dal naso equilibrato e ben bilanciato fra frutto (ciliegia, mora, ribes) e spezie (tabacco, liquirizia, accenni al goudron), arricchito da accenni di cuoio e cioccolato amaro, bocca intensa e corrispondente, molto accattivante e dal lungo finale. Il Vigna Gancia di Mauro Molino si apre senza reticenza a sentori di eucalipto, viola passita, humus, ribes e ciliegia in confettura, tabacco e liquirizia; al gusto ha un bell’impatto, profondo e coinvolgente, esemplare nella persistenza. Si mantiene ai piani alti il Barolo Roggeri di Ciabot Berton, dalle eleganti tonalità floreali, di cannella, di prugna e ciliegia sotto spirito; il tannino ancora recalcitrante non nasconde la buona fattura e personalità del vino. Diverse le possibilità evolutive del Vigna Giachini e del Vigneto Arborina di Giovanni Corino: il primo chiede ancora tempo per dischiudersi all’olfatto, pur presentando un corredo che lascia presagire una notevole capacità evolutiva, con note di frutti di bosco, chiodi di garofano, liquirizia, tabacco dolce e cenni minerali, mentre al gusto ha buon impatto, tannino no troppo serrato ed un finale non del tutto espresso; nel secondo è più percepibile l’apporto del legno, poi si apre a ciliegia, mora e prugna, tabacco e spezie in formazione, mentre in bocca il tannino è serrato e astringente, bisognoso di tempo per essere assorbito almeno in parte. Manca di un soffio il massimo riconoscimento il Rocche dell’Annunziata (seguito a poca distanza dal non meno interessante Vigna Conca) dei F.lli Revello, dal colore granato cupo e concentrato, naso arricchito da note di mora e ciliegia nera in confettura, pepe e ginepro, tabacco su un fondo appena minerale, corrispondente al palato, evidenzia tannini misurati e un lungo finale. Di grande eleganza il Barolo Marcenasco di Renato Ratti, dai profumi di ciliegia, amarena e mirtillo, liquirizia dolce, sfumature di rosa, gusto corrispondente, pulito ed equilibrato.

Verduno, Novello e gli altri
Anche dai comuni “minori”, qualche piacevole sorpresa. Da Verduno si è fatto notare lo splendido Barolo Acclivi del Comm.G.B.Burlotto, azienda di origini lontane (intorno al 1850) che sta progressivamente sviluppando una nuova personalità, rilevabile nei sentori puliti di tabacco scuro, ribes, menta e liquirizia, su un fondo gradevolmente balsamico; per nulla banale al gusto, dimostra una buona concentrazione e pulizia, tannini setosi e un finale suggestivo. Altro vino di grande interesse è il Barolo Riva di Claudio Alario, in questo caso una conferma: di taglio moderno ma senza eccedere, mostra un ventaglio aromatico ampio e originale, con sentori di mirtillo, ciliegia e mora, tabacco e caramella balsamica, sottobosco; in bocca ha una bella struttura, tannino fitto ma elegante, ben sostenuto da un frutto vivo ma non dolciastro. Novello regala spunti interessanti al Barolo Ravera di Elvio Cogno, dal naso sottile ma elegante e dal tannino ancora tenace e giovane. Più volto verso l’esaltazione delle spezie che disponibile al frutto, il Sorì Gepin de La Spinona, che al gusto mostra una certa potenza e concentrazione, anche se il finale cede a qualche amaritudine.

BAROLO 2000 E RISERVE 1998

Alba Wines Exhibition 2004 - BaroloAlba Wines Exhibition 2004 - Barolo2Roberto Giuliani

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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