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L’Armangia, la “rivincita” di Ignazio Giovine, il viticoltore ed enologo che cerca di essere vignaiolo

Ignazio Giovine de L'Armangia

Canelli, situata tra Langhe e Monferrato, assunse una notevole importanza fin dall’epoca romana vista la sua particolare posizione geografica dove, grazie anche a una combinazione pedoclimatica è da sempre considerata come il miglior areale per la produzione del Moscato d’Asti. Il terreno fortemente calcareo di medio impasto, unitamente al clima temperato contribuisce alla produzione di vini bianchi ricchi e longevi. Qui si trova l’Azienda l’Armangia, una realtà familiare di lungo corso, dove Ignazio Giovine gestisce questa preziosa realtà con la moglie Giuliana e i loro figli. Ignazio, essendo enologo, si occupa direttamente della cantina e dei vigneti senza ricorrere a tecnici esterni, dando in tal modo ai suoi vini il carattere esatto con il quale li aveva immaginati. “Armangia” in dialetto piemontese vuol dire rivincita questa la scommessa di Ignazio e della sua famiglia, ossia di contribuire a riportare la fama di Canelli a livello delle altre grandi città del vino, ripulendola dall’immagine ormai superata di realtà industriale, sedimentata negli ultimi decenni.
Fiero di conoscere e curare le sue vigne, per Ignazio Giovine il vignaiolo è colui che interpreta il territorio, il vitigno e il “genius loci”.

Tutti si definiscono vignaioli, ma cosa si cela realmente dietro all’utilizzo di questo termine?
È un modo per darsi una storicità e una credibilità, per avere più appeal sul consumatore evocando mulini bianchi e amore per la terra, ma a volte è solo un bluff di gente che indossa camicie a quadri e anfibi, ma non ha le radici piantate a fianco delle sue viti, non si nutre degli stessi elementi, non è con esse in sintonia, non le conosce. Magari le visita nel fine settimana, magari ci lavora tutti i giorni controvoglia.

Come si identifica il vignaiolo secondo te? Pensi di rientrare a pieno titolo in questo ruolo?
Vignaiolo è un termine molto di moda, ma usato spesso impropriamente; a mio avviso chi lavora la vigna e vinifica le uve che produce legalmente può sentirsi tranquillo, ma il significato più profondo dovrebbe essere anche quello di interprete del territorio, del vitigno e del “genius loci”. Non basta imbottigliare un qualcosa di buono, occorre portare nella bottiglia valori immateriali che facciano la differenza fra un vino anonimo ed uno espressivo, che resti ben impresso nella mente di chi lo beve.
Io sono viticoltore ed enologo e cerco di essere vignaiolo, se merito l’appellativo o no non sta a me dirlo. Di certo non mi dispiacerebbe.

Ignazio Giovine de L'Armangia

Quali sono i caratteri distintivi e quale il senso che dai a questo termine?
Vive la vigna lavorandoci, la ama, la protegge e la sa interpretare, sa trarne buoni vini e dalla loro vendita trae il reddito per vivere. Se vive di altro probabilmente è un buon imprenditore agricolo.

A tuo modo di vedere artigiano e vignaiolo sono parenti stretti? 
Certamente, ma il vignaiolo parte dalla preparazione delle vigne, ne ricava materia prima (uva) e la trasforma in un semilavorato o in un prodotto finito. Tempi lunghissimi e risultati spesso soggetti a influenze negative da lui indipendenti (meteo, parassiti ecc.), molto più di un normale artigiano.

Come ci si può orientare in una serie di definizioni e attributi che vengono utilizzati in modo – a volte – generico e superficiale?
Chiedendosi se chi sta utilizzando tali definizioni sia affidabile o cialtrone, preparato o improvvisato. Non c’è una Accademia della Crusca che se ne possa occupare, dobbiamo ogni volta usare sensibilità e ragione. Incontrare molti produttori di diverso stampo può aiutarci a valutare autonomamente le varie casistiche

Esiste un rapporto fra vignaiolo e modo di lavorare in vigna e cantina? Ovvero il vignaiolo è automaticamente sinonimo di approccio più “naturale”?
Il vignaiolo vero protegge le sue vigne e i suoi suoli nel modo più efficace e meno invasivo possibile, perché sono il suo bene più prezioso; con le stesse attenzioni segue i suoi vini, quindi direi di si, al netto delle più  svariate interpretazioni del termine “Naturale”, anch’esso abusato spesso e volentieri.

C’è un nesso tra essere vignaiolo e i concetti di agricoltura biodinamica o praticare una agricoltura biologica?
Io sono un tecnico, a me interessano le buone pratiche agricole, l’ambiente, la sostenibilità della produzione negli anni, per nulla le certificazioni. Da dove viene un buon principio è ben accetto. Semino erba nei filari, ma non sovescio, uso prodotti ammessi in agricoltura biologica, ma non sono certificato, non uso preparato 500, ma non ne escludo l’efficacia. Allo stesso modo si comportano tanti colleghi più bravi di me. Quindi direi che in un certo senso il nesso esiste, ovviamente non nel caso che si tratti di scelte dettate dal marketing o da esigenze di visibilità.

Fosca Tortorelli

Fosca Tortorelli

È Sommelier e Degustatrice ufficiale A.I.S. rispettivamente dal 2003 e dal 2004; ha sviluppato nel suo lavoro di dottorato in Industrial Design, Ambiente e Storia, la tesi sperimentale dal titolo “Reinterpretare le Cellae Vinariae. Ambiente, Processo, Produzione” e una successiva pubblicazione in collaborazione con la Prof. Muzzillo F. dal titolo “Vitigni del Sud: tra storia e architettura” (Roma Natan Edizioni, 2012). Ha conseguito il Master Sommelier ALMA-AIS (luglio 2016) presso ALMA a Colorno (Parma). Fa parte dei Narratori del Gusto e insieme al Centro Studi Assaggiatori di Brescia partecipa a panel di degustazione di rilievo nel settore enogastronomico. Fa parte anche dell’associazione Donne del Vino, ha scritto sulla rivista l’Assaggio, oltre che su diverse testate registrate e ha preso parte alle degustazioni per la Guida Vitae, per la guida Slow wine 2017 e per la guida Altroconsumo. Dal 2018 è giornalista pubblicista.

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