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Le recenti affermazioni del prof. Attilio Scienza, che io condivido pienamente, sottolineano la forte tendenza che si è avuta negli ultimi anni, e che non sembra ancora essersi arrestata, a “costruire” vini seguendo uno schema ormai standardizzato, con l’effetto di renderli certamente piacevoli ai palati meno esperti, ma terribilmente simili nelle loro caratteristiche espressive. “Abbiamo reso i vini uguali e banalmente piacevoli. Chiediamoci allora perché i consumatori apprezzano sempre di più i vini biodinamici che magari non sono perfetti, ma hanno il carattere di un territorio”. Quanto espresso dal prof. Scienza mi induce ad un’altra riflessione: qual’è l’elemento che ha proprietà tali da garantire ad un vino che non potrà essere “copiato” in alcuna parte del globo? Il terroir, termine francese ormai universalmente utilizzato per indicare una matrice qualitativa elevata e non riproducibile. Si, non ci sono altre possibilità, nemmeno nel vitigno cosiddetto autoctono, semplicemente perché questo può essere esportato in qualsiasi parte del mondo e non è detto che non trovi un habitat migliore di quello originario. Pertanto, se ci fosse la giusta lungimiranza da parte dei produttori italiani (perché sono questi che mi stanno a cuore), si lavorerebbe per esaltare il connubio fra l’unicità del territorio e le qualità peculiari di quei vitigni acclimatati da tempo e, pertanto, considerabili come autoctoni.
Se poi ci riferiamo, come in questo caso, al dolcetto, non abbiamo alcun dubbio sulle possibilità di raggiungere questo obiettivo. E se da una parte il mercato spinge ancora verso tipologie di vino che si discostano da ciò che può offrire questo vitigno, dall’altra sappiamo bene quanto sia sbagliato rincorrere le mode perdendo i punti di riferimento del proprio passato, errore oggi sempre più frequente e generalizzato. L’omologazione dei vini non è un rischio ma un dato di fatto, non ci vuole un palato fine per rendersene conto. Ci sono intere denominazioni che sono nate con l’obiettivo di rincorrere il miraggio del successo con una formula basata sull’equazione vitigno internazionale-barrique, come assurda scorciatoia verso qualcosa che non ha reale identità ma, almeno fino a qualche anno fa, sembrava garantire buoni successi nell’esportazione. Ora che persino l’Australia è in crisi, se non ci si scrolla di dosso al più presto questa malsana abitudine di copiare gli altri, e non ci si rende conto una volta per tutte che in Italia, soprattutto nelle zone di antica tradizione vitivinicola, è necessario salvaguardare il patrimonio ampelografico e lavorare non per sbancare colline dove la vite non c’è mai stata, ma per pianificare una sperimentazione seria e particellare, con il preciso intento di identificare le zone dove quel connubio di cui ho precedentemente parlato sia possibile e univoco. La Francia, che lo ha fatto già da tempo nelle zone che contano, oggi attraversa forse la più grave crisi del settore, perché ha perso anch’essa il lume della ragione, spaventata dalla forte concorrenza delle nuove realtà australiane, cilene, californiane, per citare le più evidenti. Ma la nostra vicina di casa, aveva un primato da difendere, si è potuta permettere finché ha dominato il mercato di dettarne le regole ed i prezzi. Noi, invece, ci siamo illusi di poter fare altrettanto quando, dallo scandalo del metanolo, abbiamo conquistato progressivamente l’attenzione del mondo grazie ad un lavoro di ricostruzione d’immagine e al radicale mutamento di rotta a favore di una maggiore qualità e una più contenuta quantità.
Se non ci fosse stata a partire dagli anni ’90, e questo purtroppo è tipicamente italiano (vedi i danni che ha fatto l’ingresso dell’euro sulle nostre tasche), la corsa al rincaro dei prezzi dei vini, alimentata anche dal meccanismo premiante delle guide di settore come garanzia teorica di sicura qualità, senza che queste, almeno nel primo periodo, considerassero l’enorme differenza che c’è fra una cantina storica che dimostra la sua costanza qualitativa in ogni suo prodotto, e una new entry che, grazie all’intervento di un winemaker di grido e, in molti casi ad un solo vino di punta prodotto in pochi esemplari, si vede salire in breve tempo al gotha dell’enologia nazionale, senza averne realmente i requisiti, probabilmente oggi non avremmo perso la bussola anche noi.
Anche quest’anno, alla sua seconda edizione, la manifestazione Dolcetto & Dolcetto, indetta dall’Unione Vignaioli Piemontesi e svoltasi ad Alba dal 6 all’8 settembre 2006, ha confermato le mie perplessità sulla direzione che molti produttori hanno intrapreso nello stile di questo storico vino piemontese. Innanzitutto c’è da sottolineare il fatto che 12 denominazioni di dolcetto sono davvero eccessive e probabilmente ingiustificate. Quantomeno creano non poca confusione, soprattutto per il mercato estero (al quale, a quanto pare, molte aziende mirano). A rendere il messaggio ancora più complesso, e per certi aspetti inspiegabile, è la recente divisione in doc e docg del Dolcetto di Dogliani e del Dolcetto di Dogliani Superiore o semplicemente Dogliani. Cosa differenzia i due vini, provenienti dagli stessi comuni e dalla stessa composizione di terreni, e come farlo capire ai consumatori?
Osservando nel dettaglio i due disciplinari, gli unici elementi che li differenziano sono la fittezza d’impianto minima (3.300 ceppi/Ha per la doc e 4.000 per la docg), la resa di uva (80q.li/Ha per la doc e 70 per la docg), la gradazione alcolica minima (11,5% vol. e 13%) e, soprattutto, un invecchiamento obbligatorio di 1 anno per il Dogliani docg, senza che sia specificato il metodo utilizzabile (botte grande/barrique/acciaio ecc.). Ora, premesso che la maggior parte dei Dolcetto di Dogliani raggiunge agevolmente i 13 gradi, e spesso li supera, questa differenziazione perde di rilevanza. Inoltre qual’è il valore aggiunto che giustifica la presenza del termine “garantita“? I vini devono essere prodotti e imbottigliati entro i confini della provincia di Cuneo, in ambedue i casi, quindi non è obbligatorio l’intero processo produttivo in azienda. Verrebbe naturale aspettarsi, se la lingua italiana non ha subito mutamenti, che “garantita” sia sinonimo di prodotto la cui materia prima e il cui processo produttivo si svolgono nell’ambito aziendale e sotto il controllo delle autorità preposte, a garanzia della qualità del prodotto finito. In realtà, a voler essere cattivi, questa differenziazione fra due vini figli dello stesso vitigno e degli stessi luoghi, fa pensare più ad un’operazione di marketing, dove l’elemento che differenzierà le bottiglie sugli scaffali sarà il prezzo. Se poi, aggiungiamo il fatto che la superficie vitata del Dogliani docg occupa solo l’1% (44 ettari) di tutte le denominazioni, da cui si ottengono in media 200/250 mila bottiglie, mentre il Dolcetto di Dogliani doc ne occupa il 18% (982 ettari), con una produzione di 4/4,5 milioni di bottiglie, l’utilità commerciale di questa separazione rimane decisamente inspiegabile e appare controproducente (agli occhi del consumatore può sembrare che ci sia un Dolcetto di Dogliani di serie a e uno di serie b).
Vorrei infine sottolineare che attualmente il Dolcetto, nella sua generalità, è conosciuto e diffuso quasi esclusivamente nel triangolo Piemonte/Lombardia/Liguria (85%) e solo per il 10% nel resto d’Italia, mentre il 5% va all’estero. Sarebbe pertanto auspicabile, e a mio avviso più significativo, puntare ad una promozione del prodotto innanzitutto sul territorio italiano, ad esempio attraverso manifestazioni come Dolcetto & Dolcetto in forma itinerante. Perché è indubbio che svolgerla in Piemonte, significa trarne frutto principalmente per una diffusione sulla carta stampata estera, mentre avrebbe sicuramente un impatto a livello nazionale attraverso la presentazione dei vini ad un vasto pubblico in città già terreno fertile di altre manifestazioni enoiche di successo (mi viene in mente ad esempio “I vini di Langhe e Roero in Versilia“, l’evento ideato l’anno passato dall’equipe de L’Acquabuona, che ha visto sfilare in passerella i vini di oltre 50 produttori piemontesi).
La degustazione
Per amor di sintesi, anche perché su internet si è abituati ad articoli più snelli, descriverò i vini che mi hanno maggiormente colpito, suddivisi per denominazione.
DOLCETTO D’ACQUI – i vini proposti erano 13, cinque del 2005, cinque del 2004 e tre del 2003: L’Ardì 2005 – Vigne Regali sono stato colpito positivamente dal Dolcetto della cantina piemontese di proprietà Banfi, dai profumi di fiori macerati, ciliegia, lampone e amarena, e dall’impatto gustativo fresco, dinamico, con un frutto vivo e gradevole e un finale piacevolmente sapido. (@@@/85) La Cresta 2005 – Cascina Bertolotto vivace nel colore, presenta un naso gradevolmente fruttato di ciliegia e lampone, e dai toni di rosa e fiori rossi. In bocca ha buona spinta di freschezza e tannino abbastanza esuberante ma piacevole. Molto corretto. (@@@/83) 2004 – Cascina Sant’Ubaldo Naso con incipit di fragola e lampone, fiori di campo, leggera speziatura; in bocca non è banale ma ha buona complessità, tannino giusto e frutto croccante. (@@@/84) Argusto 2003 – Vigne Regali assai diverso ed atipico questo Dolcetto, ancora di Vigne Regali, con tre anni sulle spalle e stravaganti note di cipria, profumeria, mirtillo maturo; in bocca è più dinamico, buon frutto corrispondente, ha ancora slancio. (@@@/81)
DOLCETTO DI OVADA – altri 13 vini, di cui solo tre del 2005 e cinque sia del 2004 che del 2003: La Gaggina 2005 – Terre da Vino sono davvero pochi tre vini per valutare l’annata, ma La Gaggina se l’è cavata abbastanza bene, proponendo un naso gradevole, prevalentemente di frutti di bosco, non molto aperto; al palato è lineare e corrispondente, anche se la materia prima è un po’ magra. (@@@/81) Tenuta Carlotta e Rivarola 2004 – Carlotta e Rivarola uno dei più originali, piuttosto chiuso al naso ma con notevoli nuances speziate, all’assaggio è complesso, ampio, strutturato, diverso ma interessante. (@@@/85) Gherlan/Castello di Grillano 2003 – Carlotta e Rivarola questa è un’azienda da tenere in considerazione, anche il Castello di Grillano, in un’annata certamente non indimenticabile come la 2003, ha tirato fuori una piacevolezza, un’integrità espressiva e una dinamica freschezza inusitate. (@@@@/86) Superiore 2003 – Castello di Tagliolo non fa un figurone questo Dolcetto di Ovada Superiore 2003, naso un po’ dolciastro, ma al gusto dimostra ancora buona grinta e soprattutto appare ancora un vino piacevole e possibile da bere. (@@@/81)
DOLCETTO D’ALBA – cinquanta vini di cui ben 32 del 2005, 16 del 2004 e solo 2 del 2003. Il cospicuo numero di vini ha offerto una panoramica sufficiente per valutare l’andamento della nuova annata: media buona con qualche picco in alto, pochi eccessi e sovraccarichi nelle vinificazioni, qualche vino scorbutico e scomposto, alcuni impresentabili. Bricco Galante 2005 – Luigi Penna e Figli uno dei migliori di tutta la serie, naso molto lineare, pulito, con richiami alla viola, al frutto fresco; in bocca è di grande impatto, lungo, pulito, serbevole, frutto pieno e avvolgente, finale sapido. (@@@@/87) 2005 – Terre del Barolo una vera sorpresa il dolcetto base 2005 di questa storica cooperativa di Castiglione Falletto: impatto molto profumato, bel frutto vivo e varietale; in bocca annuncia tutta la sua piacevolezza, molto buono e rotondo, giusta freschezza, bell’equilibrio, un dolcetto da tenere in alta considerazione, anche per il costo assolutamente contenuto. (@@@@/87) 2005 – Rizzi lo devo confessare, i vini di questa pregevole cantina di Treiso (di cui vi parlerò molto presto), gestita da Ernesto Dellapiana e dai bravissimi figli Enrico e Jole, mi piacciono parecchio, e non fa eccezione il loro Dolcetto d’Alba, ricco di frutto, ciliegia e prugna in particolare, gustoso, assolutamente tipico, anche nel caratteristico finale delicatamente ammandorlato, di quelli che, in un’occasione conviviale, verrebbero velocemente prosciugati. (@@@/85) 2005 – Cascina Albano naso abbastanza lineare, con toni di ciliegia e lampone, leggero floreale di rosa e violetta; in bocca ha un bell’attacco, buona struttura e frutto molto gradevole, sapido. (@@@/85) Vigneti in Rio Sordo 2005 – Cascina Bruciata naso minerale, piuttosto particolare, frutto un po’ maturo, fiori misti; in bocca si fa bere, anche se un pizzico di freschezza in più non gli farebbe male; bel vino. (@@@/85) Colombè 2005 – Renato Ratti i vini di Pietro Ratti sono una sicurezza, difficilmente sbaglia un colpo; questo Dolcetto d’Alba Colombè ha tutte le carte in regola pe rdare soddisfazione a chi lo acquista: gradevole e fruttato, ricco di sfumature e sensazioni minerali, con tratti di riconoscibilità del vitigno ma spiccata personalità, bocca corrispondente e pulita, grande serbevolezza, giusto apporto tannico e bella freschezza. (@@@/85) Basarin 2005 – Castello di Neive colore molto intenso e profondo, naso un po’ chiuso ma interessante, con note speziate e minerali; al palato è intenso, ampio, molto fruttato, un po’ forte nell’impatto ma piacevole e di buona persistenza. (@@@/85) Barturot 2005 – Ca’ Viola non nascondo che non ho mai amato i vini di Beppe Caviola, la sua mano in passato è sempre stata troppo pesante, tanto da riconoscerla facilmente nei vini di altre aziende dove ha prestato la sua esperienza di enologo. Ma ultimamente, soprattutto con il Barturot, ho notato una maggiore attenzione a non strafare, una volontà diversa di proporre un vino di territorio che non spiccasse solo per potenza grassezza, ma che ritrovasse una certa classe ed equilibrio. Così è con la versione 2005 (ma già con la 2004), che si propone di colore rubino intenso con sfumature violacee, note di susina e lampone, speziatura dolce, bocca ampia e avvolgente, ricca di polpa con finale delicatamente floreale. (@@@/85) Frach 2005 – Rivetto dal 1902 olfatto dai richiami speziati, successivamente arriva il lampone, impatto interessante; in bocca ha buona trama, nerbo e tannino appena duro, finale piacevole. (@@@/84) Meritano di essere ricordati anche il Bussia 2005 di Cascina Ballarin (@@@/83), il San Lorenzo 2005 di Giacomo Brezza (@@@/83), il Dolcetto d’Alba 2005 di Negretti (@@@/83), il Vigna di Sorì Rocca 2005 di Tenuta Rocca (@@@/82) e il Treiso 2005 di Fontanafredda (@@@/81). Per quanto riguarda la versione 2004, ci sono state belle sorprese tra i vini che non erano stati presentati nella scorsa versione di Dolcetto & Dolcetto. 2004 – Rizzi come per il 2005, ci troviamo di fronte ad un vino di grande piacevolezza e dinamicità espressiva, ora è nelle migliori condizioni per essere apprezzato. (@@@@/86) Galletto 2004 – Osvaldo Viberti bel colore intenso e luminoso, rubino netto con venature purpuree, naso interessante e di buona complessità, ben giocate tra frutto e spezie; bocca ricca di frutto, un po’ spinta e il tannino si fa sentire, il vino è giovane e il tessuto è nervoso ma promette bene. (@@@/85) Magallo 2004 – F.lli Casetta naso di piccoli frutti di bosco, non perfetto ma abbastanza gradevole; al palato è pulito e fresco, il frutto è sorretto da giusta vena acida, si lascia bere con piacere e mostra una buona tipicità. (@@@/85) Bricco Caramelli 2004 – F.lli Mossio all’olfatto è piuttosto vinoso e dolce, ma c’è molta ricchezza di frutto, ciliegia, amarena, lampone; in bocca è un po’ amarognolo ma senza eccedere, mantenendo un buon livello di piacevolezza. (@@@/83)
DOLCETTO DI DIANO D’ALBA – quaranta campioni in degustazione, di cui ben 37 del 2005 e 3 del 2004: le impressioni sulla nuova annata non sono state molto buone, molti vini presentavano difetti o sovraestrazioni che portavano a surmaturazioni di frutto e scarsa freschezza. Sorì Santa Lucia 2005 – Cantina Produttori Dianesi fondata quasi 40 anni fa, nel 1968, la Cantina Produttori Dianesi dispone di 25 ettari vitati principalmente a nebbiolo, barbera, dolcetto e moscato, da cui ricava 150 mila bottiglie l’anno, sotto la direzione di Giampaolo Boffa e Carlo Gallizio. Fa piacere degustare un Dolcetto di questo livello, dal naso di lampone netto e intenso, al palato ha discreto nerbo, tannino presente ma non aggressivo, frutto piacevole e ben delineato, finale di carattere e tipicità, davvero serbevole e ben fatto. (@@@@/86) Sorì dei Bertinetti 2005 – Michelino Veglio e Figli un vino che mi ha coinvolto più al palato che nei profumi, più contenuti e ancora in fase di definizione fra frutto e spezie; in bocca ha un certo slancio, si distende bene e mantiene un’ottima persistenza gustativa. (@@@/85) Garabei 2005 – Giovanni Abrigo naso particolare, forse un po’ maturo ma con richiami terrosi interessanti; concentrato all’assaggio, riesce però a trovare un suo equilibrio grazie ad una buona freschezza che lo sostiene, mentre la trama ha una certa complessità e mantiene un buon nerbo gustativo nel finale. (@@@/84) Sorì Bric Maiolica 2005 – F.lli Accomo/Poderi Sinaglio propone un frutto integro e suggestivo, un tessuto gustativo calibrato, dove il tannino si fa sentire il necessario, la ciliegia, l’amarena, la prugna tornano morbide e convincenti in un finale più che dignitoso. (@@@/82) Vigna La Sorda/Vigna della Rivolia/Sorì du Rabin 2005 – Renzo Castella tutti e tre i vini meritano una menzione pur presentando caratteristiche assai diverse. Personalmente ho preferito il primo, molto particolare e riccamente speziato, indubbiamente atipico, mentre al palato è denso e compatto ma lineare e lascia maggiore spazio al frutto (@@@/82); il Vigna della Rivolia è molto concentrato, terroso, con note di amarena, ciliegia, fragolina di bosco, che si ripropongono molto bene anche al gusto (@@@/81); il Sorì du Rabin è il meno convincente, poco incisivo all’olfatto, sprigiona invece una trama gustativa fin troppo consistente e un tannino mordace, l’impressione è che il vino abbia sostato nel legno ma senza giovarsene. (@@/79) Sorì Richin 2005 – Marco Casavecchia colore davvero gradevole, molto luminoso, peccato che all’olfatto non voglia aprirsi, rimane decisamente chiuso e poco espressivo; in bocca invece va meglio, trova un suo equilibrio tra tannino, freschezza e frutto, lascinado una sensazione di buona gradevolezza. (@@@/81) Sorì del Sot 2005 – F.lli Savigliano naso maturo ma non estremo, note di viola, ciliegia, bocca integra, non particolarmente complessa ma almeno dà una sensazione di piacevolezza. (@@/80)
DOLCETTO DI DOGLIANI DOC e DOGLIANI DOCG – Come già espresso nell’articolo, sono molto perplesso sulla linea adottata a Dogliani, soprattutto perché non trova riscontro, a mio avviso, nella qualità dei vini. Dei 38 vini presentati, 25 riguardano l’annata 2005, 12 sono relativi al 2004 e uno al 2003. Cinque vini sono a Docg Dogliani, quindi una rappresentanza davvero esigua, ma sufficiente a capire qual’è la filosofia adottata dai cinque produttori: colore concentratissimo, struttura potente, alcolicità elevata, frutto spinto e maturo; l’antitesi del Dolcetto di tradizione, qui a Dogliani sicuramente più corposo e strutturato ma pur sempre con tratti di piacevolezza e bevibilità. Con tutta la buona volontà non sono riuscito a trovare, fra i cinque campioni a Docg 2005, un vino che mi colpisse positivamente o mi emozionasse, ma mi rendo conto che forse non sono la persona adatta per valutare vini opulenti e di stile internazionale, ai quali non sono mai stato incline. Le mie impressioni non sono particolarmente migliorate neanche di fronte ai Dolcetto di Dogliani Doc 2005, sui quali ho riscontrato mediamente la stessa filosofia, con le dovute eccezioni. Troppo duro nel giudizio? Può darsi, vedremo in futuro come si evolverà la situazione. Dolcetto di Dogliani Briccolero/San Luigi 2005 – Quinto Chionetti quanto affermato non trova riscontro nei vini del grande maestro Chionetti, che sebbene abbiano struttura da vendere, si giovano di una complessità e di una marcata impronta territoriale che li rende unici e riconoscibili fra mille. Solitamente ho una leggera preferenza per il San Luigi, ma in questo caso debbo dire che sono entrambi emozionanti: colore molto simile, rubino violaceo elegante e di luminosità cristallina; il Briccolero ci propone una miscellanea di frutti di bosco, susina, ciliegia, mora, marasca, toni erbacei e speziati, mentre il San Luigi è orientato più su lampone e ciliegia, con sensazioni vinose spiccate e avvincenti. Al palato il primo è sapido, croccante nel frutto e intriso di un tannino ancora fitto e un po’ aggressivo, il secondo pur avendo un tannino altrettanto incisivo e una sensazione di giovinezza più spiccata, riesce con la portanza di frutto a trovare già un buon equilibrio e piacevolezza di beva. Sulla persistenza se la giocano quasi alla pari. (@@@@/86) Bricco 2005 – Cascina Minella il Dolcetto di Gianluca Marchisio non trova ancora gli equilibri espressivi della versione 2004, ma promette un futuro altrettanto radioso. Per ora dà il meglio di sé al naso, con belle sensazioni fruttate di ciliegia e lampone, sfumature di cannella e liquirizia, mentre al palato è ancora scorbutico, molto fresco e con un frutto che sta iniziando a distendersi. E’ solo questione di tempo. (@@@/84) Surì Vinsant 2005 – Carlo Romana rubino pieno senza venature violacee; naso molto gradevole, note di viola e frutti di bosco; in bocca ha buon equilibrio, giusta polpa e massa, freschezza misurata, da prendere in considerazione. (@@@/83) 2005 – Caraglio rubino molto concentrato con unghia violacea; naso maturo, di ciliegiona e visciola, bocca molto piena ma equilibrata, sorretta da buona acidità. Non è il mio vino ma si fa apprezzare (@@@/82) Vigna del Pilone 2005 – San Romano profumo gradevole con note di viola e piccoli frutti di bosco, cacao, mora; in bocca è piuttosto maturo, con note di cacao evidenti, mora, mirtillo, abbastanza atipico ma comunque interessante. (@@@/82)
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