Il Consorzio delle Colline Saluzzesi a vent’anni dalla nascita

Trascorso quasi un ventennio dalla nascita del Consorzio delle Colline Saluzzesi, in una fredda e nevosa giornata di fine febbraio ci siamo ritrovati a Saluzzo per fare il punto sullo “stato dell’arte” di questo territorio a 360°. Ricco e pieno di spunti di interesse il programma messo a punto dal suo presidente, l’attivissima Vanina Carta, in stretta collaborazione con tutti i soci del sodalizio di tutela e con Michele Antonio Fino, docente all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo: dalle opere d’arte presenti a Saluzzo si passava ai vigneti in conduzione e sperimentali sparsi lungo la dorsale prospicente il massiccio del Monviso che si estende fino a Busca e da qui verso le Valle Maira, chiudendo il tour con una degustazione comparativa delle Doc più rappresentative .

Della storicità e potenzialità di questo territorio ne avevo già raccontato →qui. A distanza di un anno confermo il trend in crescita, sia in termini di prodotto ma soprattutto per l’entusiasmo e la convinzione con cui tutti i soci stanno portando avanti questo progetto di salvaguardia e promozione del territorio e dei loro vini. Purtroppo non ci sono segnali positivi sul fronte dei giovani che intraprendono questo duro mestiere, spesso però generoso di stime e soddisfazioni. Dalla costituzione del Consorzio, avvenuta nel 2001, in questo lasso di tempo non si contano nuove aziende produttrici rispetto alle otto in origine, cosicché il futuro rimane confinato nelle mani di poche giovani realtà, come quella ad esempio della presidentessa Vanina Carta, titolare dell’azienda Cascina Melognis, di Marco Occelli, capofila dei Produttori di Castellar, e di Serena Giordanino, co-titolare dell’omonima azienda specializzata nel tipicissimo vino Quagliano.

Al contrario il territorio ai piedi del Monviso ha preso coscienza dei propri mezzi e potenzialità varando il progetto “MOVE” (acronimo di Monviso and Occitan Valleys of Europe, con la “M” che richiama inevitabilmente la sagoma del Monviso) che coinvolge le cinque vallate alpine (Stura, Grana, Maira, Po, Varaita) e la pianura Saluzzese, per un totale di ben 69 comuni e 136.000 abitanti che animano ben 2.600 chilometri quadrati di regione Piemonte. La promozione e gli eventi organizzati hanno già dato ottimi responsi, con sostanziosi aumenti a due cifre di turisti e delle visite alle opere d’arte nel quadriennio 2014-2017 (ben + 47% fatto segnare dai musei del Saluzzese). Nell’occasione abbiamo avuto modo, passeggiando per Saluzzo, di ammirare i numerosi edifici risalenti al 1400, a cominciare da Casa Cavassa, nel cui interno sono custoditi preziosi affreschi risalenti al 1500, che furono salvati grazie alla preziosa opera di restauro ordinata a fine 800 dal marchese Tapparelli, sensibilità che ci permette di ammirarne lo splendore, insieme ad opere lignee medioevali e rinascimentali, ancora oggi.

Altro buon esempio di valorizzazione culturale il recupero dell’ex-carcere della Castiglia, operativo fino al 1992 e quindi abbandonato per oltre un decennio, diventato però grazie al progetto MOVE un museo dai due volti: da una parte il Museo della Memoria Carceraria che, attraverso un allestimento multimediale, presenta le figure che popolarono il primo carcere moderno del regno sabaudo, da personaggi famosi, reclusi e funzionari a briganti e poveri marginali; dall’altra il Museo della Civiltà Cavalleresca, in cui rivivere non solo i tratti salienti dell’identità culturale espressa dai Marchesi e dai ceti dirigenti a loro collegati fra XII e XV secolo, ma anche il loro ruolo chiave nelle relazioni con il Papato, l’Impero, il regno di Francia, gli Angioini, gli stati grandi e piccoli della Penisola.

Sul fronte agroalimentare è stato realizzato l’Atlante dei sapori del Monviso, oltre 100 pagine di ricette, prodotti e produttori frutto di un attento censimento delle materie prime e dei cibi caratteristici del territorio compreso tra le Valli Stura, Grana, Maira, Varaita, Po, Infernotto-Bronda e la Pianura del Saluzzese svolto dal dottor Paolo Olivero, con il coordinamento e la supervisione dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo nelle vesti del professore Michele Antonio Fino.
Parte di questi prodotti, insieme a libri e artigianato locale, è possibile degustarli ed acquistarli presso il punto Tastè Move di Saluzzo, allestito nell’Antico palazzo comunale di Salita al Castello, un’autentica vetrina dei prodotti enogastronomici e artigianali del territorio, gestita dall’associazione Ratatoj.

Un posto di tutto rispetto meritano le iniziative legate alla tutela del vino di queste vallate, come testimonia il vigneto sperimentale di Villanovetta, creato nel 2008 su una superficie di circa 5.000 metri quadrati a 500 metri di altitudine, gestito dalla Scuola Agraria di Verzuolo in collaborazione con quella di Alba, dove si coltivano tre tipologie di vitigni rossi autoctoni dati quasi per scomparsi, tra cui il Bubbia, e un paio di bianchi, in cui predomina il Bianchetto di Saluzzo, uve recuperate grazie al campo catalogo di Grinzane Cavour che annovera un patrimonio di vitigni piemontesi di circa 450 specie diverse con l’obiettivo di estendere la Doc Colline Saluzzesi, nata nel 1996, anche ai vini bianchi.

Degustazioni
Prima di degustare le tipicità enologiche di questo territorio, la premessa è stata che le Colline Saluzzesi si possono suddividere in tre zone vitate:
- Da Saluzzo fino a Verzuolo terreni di argilla rossa caratterizzato da ripidi pendii
- Da Costigliole fino a Busca e quindi a destra verso la Val Maira zona più dolce
- Pagno e Piasco caratterizzata dalla coltivazione del vitigno Quagliano, vinificato in maggior parte dolce, uva che tra l’altro si presta bene a un consumo a tavola considerata la sua naturale dolcezza
Molto saggiamente il primo vino ad essere presentato è stato il Colline Saluzzesi Pelaverga Doc, vitigno autoctono Pelaverga Grosso per antonomasia di cui c’è ancora qualche tratta nelle Colline Torinesi in versione dolce con il nome di “Cari”. Le origini in questa zona viene fatta risalire alla fine dell’VIII secolo, impiantato dai frati seguaci di →San Colombano nei pressi del monastero a →Pagno. Caratteri genetici diversi, evidenti anche osservando il grappolo con chicchi di grandi dimensioni scarichi di colore e il gusto dell’uva, lo differenziano notevolmente con l’omonimo vitigno di Verduno.

Colore scarico, note floreali di geranio, leggera speziatura di pepe in bocca, il Divicaroli 2016 della Cascina Melognis di Revello, 11% di alcool ed appena cinque ore di fermentazione per interpretare questo vitigno in maniera fresca e sincera, ideale per il periodo estivo. Le uve vengono raccolte nella storica Vigna San Carlo, fortemente voluta e realizzata dallo scomparso Conte Alessandro Reyneri, grande appassionato e conoscitore dei vitigni autoctoni di questo territorio, un autentico gioiello enologico tanto da meritarsi nel 2011 il premio come miglior vigneto del Saluzzese, portato ora avanti con la stessa dedizione dalla figlia Marialuce Reyneri di Lagnasco.
La Casa Vinicola Fratelli Casetta di Vezza d’Alba interpreta in maniera diversa le potenzialità di questo vigneto. Ernesto Casetta, uno dei “padri” della Doc Colline Saluzzesi è stato lungimirante nell’impiantare questo vitigno in un appezzamento di circa un ettaro in Val Bronda a oltre 500 metri di altitudine circondato da boschi, con pendenze importanti che obbligano la coltivazione interamente manuale. Cappello sommerso, fermentazione e vinificazione a temperatura controllata per una settimana, l’annata 2016 si presenta di un rubino tenue ed esprime profumi delicati di frutti rossi selvatici, fragola, lampone, un leggero tannino fresco, un vino di maggior persistenza e struttura del precedente.

Personalmente ho molto apprezzato il 2016 dei Produttori di Castellar, una minuscola società con appena 3 soci presieduta dal trentenne Marco Occelli, uno dei pochi giovani che credono nel futuro della viticoltura nel Saluzzese, dal colore rubino, sentori speziati, tannino deciso e buona persistenza.
Spazio quindi al Colline Saluzzesi Rosso, dove si celebra il matrimonio tra i vitigni Barbera e Chatus. L’Ardy 2015 della Cascina Melognis è figlio al 70% di Barbera proveniente da due distinti appezzamenti, così come il 30% di Chatus. Fermentazione spontanea in acciaio e affinamento per 18 mesi in barrique non nuove per un vino ricco di colore e di polifenoli, ben 34 grammi/litro di estratto secco, acidità giusta per garantirgli longevità e netti aromi di ciliegia e frutti rossi.
Il Provana del Sabbione 2012 di Emidio Maero deriva dalla vinificazione contemporanea di un intero vigneto a Manta di circa mezzo ettaro con rese sotto i 50 q/ha, dove predomina la Barbera in coabitazione con vitigni autoctoni, come il Neiretta e il Bibieras. In questo vino di punta dell’azienda, dedicato alla contessa Elisabetta Provana del Sabbione, degustando anche le annate 2009 e 2008, si percepisce come l’iniziale bouquet ricco di frutta rossa fresca lasci spazio via via alle spezie, alla ricerca di un equilibrio che si ritrova dopo 5-6 anni dalla vendemmia.
Molto convincente anche il Pensiero 2013 dei Produttori di Castellar, frutto di due vendemmie distinte: la Barbera del vigneto di Pagno a inizio ottobre, mentre lo Chatus di Castellar nella terza decade di ottobre. Colore fitto, sentori di mora e di viola, un vino originale, dal gusto unico che esprime appieno la tipicità del territorio.
Nel Bricco Romanico 2015 dell’azienda agricola di Giampiero Fornero di Busca fa la sua comparsa il Nebbiolo, in parti uguali insieme a Barbera e lo Chatus proveniente da un vigneto risalente al 1954. Un vino che esprime appieno la sua giovinezza, con sentori di rosa canina, dal colore fino e un gradevole finale mandorlato.
Altro punto di forza di questo territorio i vini di Chatus in purezza, come il Neirantich 2016 dell’azienda agricola di Dario Tomatis e figli di Busca. Il disciplinare del Colline Saluzzesi Rosso ammette l’utilizzo al 100% di quest’uva dalla buccia spessa e utilizzata quasi esclusivamente da taglio soltanto dal 2010. Vendemmia oltre la metà di ottobre, vinificazione e affinamento solo in acciaio per preservarne l’unicità al naso e in bocca, dove a prevalere sono ancora una volta i frutti neri e le spezie di contorno a un corpo e una struttura da non sottovalutare.

Conclusione di giornata degustando il Quagliano, vino da dessert per eccellenza, di bassa gradazione come i suoi “fratelli” Brachetto e Malvasia, ideale per l’abbinamento con i dolci delle feste, dalle paste di meliga fino al panettone tradizionale grazie agli invitanti sentori di fragola e lampone, splendidamente interpretato dalle aziende di Aurelio e Serena Giordanino e di Giampiero Fornero.



