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AnteprimeIl vino nel bicchiere

Anteprima Vernaccia di San Gimignano 2022: il gelo nei vini penalizza la degustazione

Torri di San Gimignano

Se c’è un vino bianco in Toscana che si distingue da tutti gli altri, questo è certamente la Vernaccia di San Gimignano, non solo per la sua storia (quest’anno ricorrono i 50 anni dalla nascita del Consorzio), ma soprattutto perché in quel territorio attraversato dalla Via Francigena ha sviluppato le sue radici e rivelato una personalità in qualche modo unica e riconoscibile.
Con il 2022 siamo alla XVII edizione dell’anteprima, che ancora una volta si è svolta nel Museo di Arte Moderna e Contemporanea De Grada mercoledì 23 marzo. Ambiente un po’ freddo ma perfetto per le sale bianche e ben illuminate e per il servizio sommelier ormai rodato; purtroppo però, e non è la prima volta, chi come me ha rinunciato, a malincuore, all’attraente evento “Il Vino Bianco e i suoi territori” nella Sala Dante del Palazzo Comunale, preferendo degustare le nuove annate di Vernaccia al mattino, fascia oraria ideale per le papille gustative, si è trovato di fronte a vini semplicemente gelati, tanto che era una battaglia persa tentare di scaldarli con le proprie mani, ci sarebbe voluto troppo tempo per 40 2021, 12 2020, 4 2019 e per quanto riguarda le Riserve, 4 2020, 10 2019, 5 2018 e una 2017, per un totale di 76 campioni.
Un problema serio, che ha in buona parte vanificato lo sforzo di comprendere dei vini, soprattutto delle annate più giovani, davvero imbalsamati nel ghiaccio, tanto che le componenti acido-citrina da una parte e legnosa nelle Riserve erano esaltate alla massima potenza, a tutto discapito di una trama olfattiva chiusa e difficile da interpretare.
Non so quali difficoltà abbia l’organizzazione nel gestire il problema delle temperature dei vini, cosa di cui abbiamo dato segnalazione anche in anni precedenti, ma dispiace che un’occasione così importante, unica per poter capire cosa esprimeranno questi vini, si è resa quasi impossibile. Non è un mio problema, consultandomi con altri giornalisti presenti ho avuto conferma che la degustazione della mattina è stata davvero difficile, mentre, mi hanno riferito, che nel pomeriggio i vini erano meno freddi. A saperlo prima…
Infine, ma so che al momento è una battaglia persa, se si capisse una volta per tutte che vini bianchi come questo vanno presentati un anno dopo e non appena imbottigliati, perché sono nettamente migliori, più rifiniti e complessi (non dimentichiamoci che è l’unica DOCG bianca toscana), soprattutto più apprezzabili da chi li berrà, avremmo fatto un bel regalo a una denominazione ancora oggi, a mio avviso, non sufficientemente valorizzata per le sue notevoli capacità evolutive, forse proprio perché si trova in un Comune in grado di accogliere più di 5 milioni di turisti all’anno. Eppure a tavola quelle Vernacce potrebbero lasciare un segno importante proprio in quei turisti che vengono da ogni parte del mondo…
Comunque, in qualche modo, con beneficio d’inventario, ho tentato di sciogliere il bandolo della matassa e tirare fuori dal mazzo una lista delle Vernacce che, pur in condizioni difficili, hanno dimostrato di avere qualcosa di significativo da raccontare.
Inutile fare classifiche, graduatorie e quant’altro, preferisco evidenziare i vini che mi sono piaciuti, che hanno regalato impressioni valide, che hanno espresso comunque una qualità rassicurante e una personalità già definita, in ordine di degustazione.

degustazione vernacce 2022

2021
Clara Stella, Cappellasantandrea: Flavia Del Seta e il marito Francesco Galgani ci regalano una Vernaccia ottenuta da contatto con le fecce fini per 3 mesi. Si tratta di un vino salino e con quella percezione minerale che emerge facilmente in questi terreni ricchi di fossili e scheletro, ma non mancano anche i richiami floreali, il cedro, sfumature di erbe aromatiche; un vino luminoso, pieno di energia e dall’esecuzione precisa, molto fine.

Benozzo Gozzoli, Casale Falchini: l’azienda nata nel 1964 sui resti di uno storico convento ad opera di Riccardo Falchini, ha iniziato la produzione proprio con questa Vernaccia, che nella versione 2021 regala profumi di susina e pesca bianca, agrumi, mandorla, equilibrato al gusto, definito, persistente, suggestivo.

Vigna a Solatìo, Casale Falchini: qui è la componente floreale di gelsomino, ginestra e minerale a spiccare, ma anche la mela Granny Smith si fa sentire; ha una trama elegante che sfocia in un sorso agrumato ma non acidulo, persistente e dal finale piacevolmente ammandorlato.

Madre Terra, Collemucioli: Luigi Mugnaini e il figlio Nico portano avanti con impegno quest’azienda biologica situata in località Cellole, che volge al Santuario di Maria Santissima Madre della Divina Provvidenza, nella vicina Pancole. Il Madre Terra mi ha convinto per lo slancio agrumato, le note di nespola e biancospino, una coerenza al palato che pecca solo, guarda caso, di un’estrema giovinezza.

da Fugnano, Fattoria di Fugnano: Laura ha ereditato la passione dal nonno, ma devo dire che con un panorama come quello che ha davanti all’azienda, in parecchi potendo sceglierebbero di produrre vino 😉
Dal vigneto Bombareto nasce questa Vernaccia fermentata con i lieviti presenti sulle bucce, mi piace per i profumi di mandorla, agrumi, susina, pesca bianca, mela golden, timo e ginepro; bocca sapida, minerale, di buona intensità, ancora un po’ in tensione, ma fra temperatura gelata e giovinezza è già un miracolo.

Fattoria San Donato: due notti di macerazione sulle bucce, lunga fermentazione in acciaio e cemento, agrumato, questo è il biglietto di presentazione di un vino che sprigiona un bouquet progressivo di ginestra, pompelmo, cedro e lime, pesca bianca e susina; al palato ha buona espressione di frutto, trama agrumata non verde e una piacevole vena sapida sul finale.

Villa Cusona, Guicciardini Strozzi: azienda che si perde nella notte dei tempi, con oltre mille anni di storia, il località Cusona, ovvero nella parte orientale di San Gimignano; della Vernaccia fa due versioni, il Titolato e Villa Cusona, io ho preferito questo, l’ho sentito più in sintonia nei profumi e al gusto con quello che la Vernaccia solitamente esprime. Naso non facile, ancora imbrigliato, ma al palato sciorina un corpo di bella intensità, freschezza e dinamicità.

Selvabianca, Il Colombaio di Santa Chiara: Giampiero, Stefano ed Alessio conducono l’attività iniziata da babbo Mario in località San Donato. La loro Vernaccia si fa sempre apprezzare, come in questo caso in cui regala profumi di erbe aromatiche, salvia, melissa, agrumi, bocca fresca e coerente, c’è slancio e una buona persistenza, sicuramente fra un paio d’anni sarà fra le migliori.

Il Lebbio: altra azienda, quella dei fratelli Nicolini, che sforna una Vernaccia sempre di grande interesse, a un prezzo (7 euro) che sinceramente è al di sotto del suo valore. La 2021 esprime una buona armonia e finezza, note di biancospino, albicocca e spunti agrumati; in bocca ha buona intensità e una freschezza giusta, senza spinte citrine, un bel bere che lascia un piacevole fondo sapido e ammandorlato.

La Lastra: azienda biologica collocata fuori zona, in prossimità di Siena, ma con 7 ettari vitati nel comprensorio sangimignanese. La Vernaccia 2021 esprime note di fiori bianchi, cedro, pesca, erbe di campo; al palato ha una buona materia, senza pungenze, con un bel ritorno fruttato succoso e un finale che mantiene viva l’attenzione.

Palagetto: Arianna, Niccolò e Luca Fioravanti conducono una realtà tramandata di generazione in generazione, hanno vigneti sia a San Gimignano che a Montalcino; naso con una buona trama fruttata, note di pompelmo, erbe aromatiche, bocca coerente, buon sviluppo espressivo, tratti molto da vernaccia.

Santa Chiara, Palagetto: uno dei pochi campioni che, nonostante la temperatura gelida, non ha fatto emergere note boisé, segno che qui il legno è stato usato con oculatezza (solo un terzo della massa in barriques di secondo passaggio). Una Vernaccia molto fine, bell’espressione fruttata, anche un po’ floreale, bocca carnosa, c’è una bella energia, pulito, senza sbavature, anche minerale. Ancora molto giovane ma con prospettive evolutive davvero interessanti.

Panizzi: Giovanni Panizzi, silenziosamente scomparso il 14 ottobre del 2010, è stato sicuramente colui che ha maggiormente contribuito a modernizzare la Vernaccia, ad elevarne il livello anche sul piano concettuale, sua è la prima Vernaccia ad ottenere i 3 bicchieri del Gambero Rosso nel 1998. L’uso del legno per lui era doveroso per un grande bianco, una riserva capace di invecchiare. Oggi la proprietà è della famiglia Niccolai. Questa versione offre spunti di erbe aromatiche, tiglio, ginestra, leggero agrume, mela verde, al palato ha buon slancio, qui l’agrume è più determinante, non male però, si sente una materia sufficiente a fare da base a un buon sviluppo evolutivo, ha eleganza ed è in sicura crescita.

Signano: sessant’anni di storia iniziata da Ascanio Biagini partendo da un appezzamento di soli 2 ettari, oggi è il figlio Manrico a condurne ben 25. La 2021, che si giova di un contatto con le fecce fini prolungato oltre la fermentazione, è molto pulita, fresca, profuma di agrumi gialli ed erbe mediterranee; al palato è ancora scalpitante ma la materia sembra davvero promettente.

Poggiarelli, Signano: la selezione ha una marcia in più, senza perdere in tipicità, si sente la mandorla ma anche sfumature di camomilla, cedro e limone, al palato ha stoffa e coerenza, giovanissimo ma prestante, bella tessitura, un vino che ti coinvolge e che avrà davvero molto da raccontare.

Tenuta Le Calcinaie: altra azienda biologica condotta dal lontano 1986 da Simone Santini, per me uno dei punti di riferimento a San Gimignano. Nonostante l’annata 2021 sembri avere qualche limite, qui l’impressione è ancora una volta eccellente, naso ben rifinito, un gioco di agrumi, mele ed erbe aromatiche fini, tanta mineralità; al palato è coerente, preciso, con un bel frutto tornito, fresco al punto giusto, tanta eleganza.

Vigneti Tenuta Montagnani

2020
Ciprea, Podere La Castellaccia di Alessandro Tofanari: la Vernaccia di Alessandro e Simona merita un capitolo a parte. Con loro sembra di tornare a quel carattere territoriale e diretto che in parte era andato perduto. In gran parte del territorio sangimignanese c’è grande presenza di fossili marini, probabilmente è la ragione principale per cui qui le note salmastre spiccano in maniera preponderante, accompagnate dalle classiche sfumature agrumate, alloro, timo; al palato il salmastro si traduce in una base fortemente salina che rende la beva suggestiva e profonda.

Astrea, Podere La Castellaccia di Alessandro Tofanari: si differenzia per un prolungato contatto con le fecce fini, ma questo non fa che esaltare uno stile traditional, lineare e profondo anche al palato, dove freschezza e misura accompagnano un finale progressivo e avvincente.

Rialto, Cappellasantandrea: mi aspettavo qualcosa in più da questo cru, ma è anche vero che ha bisogno di tempo per equilibrarsi, soprattutto olfattivamente, si percepisce una leggera nota di timo e influssi agrumati dolci, non manca qualche tocco di erba aromatica; man mano si schiude e al palato rivela una notevole stoffa, giusta freschezza e un buon ritorno di frutti ed erbe aromatiche, finale sapido e stimolante.

Campo della Pieve, Il Colombaio di Santa Chiara: note di salvia, melissa, timo, bocca di buona intensità, ha slancio e profondità, succo, bella materia fine, termina salino e coinvolgente, ineccepibile.

Tradizionale, Montenidoli: naso dai toni maturi e terrosi, l’agrume è appena accennato, si distingue da tutti gli altri, al palato ha un equilibrio e una maturità di frutto del tutto diversi, molto profondo, lungo, persistente, non si può bere distratti.

Viti Sparse, Terre di Sovernaja: ho conosciuto Federico Montagnani quattro anni fa e ne sono rimasto piacevolmente colpito, nella tenuta si fa vino da secoli, anche se è stato il nonno a etichettare la prima bottiglia negli anni ’60. La sua Vernaccia è fra quelle che chiedono anni e tengono bene per decenni, ora è come raccontare un bambino, fresco, agrumato, diretto, a tratti tagliente, ma sempre stimolante.

LE RISERVE
Qui la situazione si fa dura, la temperatura dei vini ha evidenziato in modo prepotente la presenza del legno, rendendo gran parte dei vini faticosi e poco leggibili, un vero peccato perché sono certo che in condizioni diverse sarebbero emerse buone cose.
Per ora sono costretto a limitarmi a citare quelle Vernacce che sono riuscite a rivelare comunque il loro fascino, le migliori sono state L’Albereta 2019 de Il Colombaio di Santa Chiara, preciso, intenso e già di notevole ampiezza; il Vigna ai Sassi 2019 di Tenuta Le Calcinaie, ben definito, sapido, profondo, elegante, incisivo. A seguire il Benedetta 2019 di Fattoria San Donato, caratterizzata da profumi di zenzero e agrumi, pulita e in progressione; infine Signano con la Ginestra 2019, erbe aromatiche, vaniglia, frutta esotica, bocca ancora un po’ legnosa ma di buona finezza.

Roberto Giuliani

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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