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REWine 2022: Erbaluce e Nebbiolo per mostrare il fascino del territorio canavesano

Rewine 2022

È passato ormai un anno dalla prima edizione di REWine, rassegna vitivinicola organizzata dall’Associazione Giovani Vignaioli Canavesani, nata nel 2020 e guidata dal Presidente Vittorio Garda. La seconda, tenutasi dal 25 al 27 giugno del corrente anno, è stata un successo a 360°. Tutto ciò dimostra che l’impegno, il sacrificio e la voglia di comunicare, anzi di gridare la propria identità, o appartenenza, a un territorio per troppo tempo rimasto in ombra alla fine premia e fa ben sperare per il futuro. Quest’anno a mio avviso ancor più dell’anno scorso, ne ho scritto qui e qui, sono stati fatti grossi investimenti atti ad implementare ogni tipo di dettaglio per il successo della manifestazione. Consiglio caldamente la lettura o rilettura dei due articoli sopracitati, per tutti coloro che desiderano approfondire l’areale vitivinicolo dell’Erbaluce e quello di Carema, anche quest’anno protagonisti indiscussi della kermesse e del Canavese.

Teatro Giacosa, convegno sul tema terroir

L’anno scorso ricordo che il tema principale del convegno, tenutosi al Teatro Giacosa di Ivrea, poneva l’accento sulla capacità di far squadra da parte dei produttori canavesani e sull’importanza di promuovere i due veri cavalli di razza del territorio, due vitigni dal potenziale pressoché illimitato: erbaluce e nebbiolo. Quest’anno la sede dell’incontro è stata sempre Teatro Giacosa ma il focus verteva sul concetto di terroir a 360°. Il tutto è iniziato parecchie ore prima, per l’esattezza alle 10 presso il simbolo indiscusso di queste colline: lo scenografico e pittoresco Castello di Masino, dove quest’anno tra le altre cose è stata inaugurata la banca del vino del Canavese.

Armando Castagno e Vittorio Garda
Armando Castagno e Vittorio Garda

Armando Castagno, per quei pochi che non lo conoscono, è uno scrittore, giornalista, docente e divulgatore del mondo del vino e critico di storia dell’arte. Le sue pubblicazioni non si contano più, perlopiù dedicate ai vini francesi, Borgogna in primis, ma non solo, parecchie le monografie dedicate a diverse zone vitivinicole italiane. A mio avviso è stata la persona giusta al momento giusto per sviscerare, con la solita verve che oserei definire ipnotica, il senso assoluto del termine “terroir”. Il fine è imprimere nella nostra mente, e in quella dei viticultori canavesani, le potenzialità del territorio figlio della Serra Morenica d’Ivrea, areale che abbraccia tre province: Torino, Vercelli e Biella e confina con la bella Valle d’Aosta.

Carema
Carema

Il terroir, termine d’origine francese per il semplice fatto che i cugini d’Oltralpe son stati i primi a capire e divulgare l’importanza del significato di questa parola, è un concetto che si basa su diversi fattori, alcuni variabili e altri fissi. Negli ultimi 20-25 anni stiamo assistendo ad una vera e propria esaltazione del termine terroir troppe volte usato a sproposito se vogliamo, e convinti che la verità assoluta possa celarsi solo ed esclusivamente al centro di tale dogma e in quei vini che “sanno di terroir”; non è sempre stato così. Basti pensare che Olivier Jullien nel 1932 sosteneva che “Il vino che presentava gusto di terroir non era reputato adatto al commercio per la gente di città. Si contrapponeva in questo al vino nobile, al cru.”; insomma era considerato un difetto, mentre oggigiorno troppi “winelovers” non riescono più a godere della pienezza del frutto se non accompagnata da evidenti scie legate al terreno alla rusticità del tannino… a mio avviso urge fare chiarezza.

Pergole a Caluso, Vigna Crava
Pergole a Caluso, Vigna Crava

Facciamo un passo avanti e nel 1947 troviamo Joseph Capus, fondatore del “Comité National des Appellations d’Origine”, politico francese ed esimio professore di agricoltura; costui e considerato a pieno titolo l’antesignano dell’attuale INAO (Institut National des Appellations d’Origine). Di seguito una tra le sue massime circa il concetto di terroir: “La delimitazione delle AOC non trova giustificazione nella generica qualità del vino prodotto all’interno dell’areale. Questo non basta a fare un terroir. La delimitazione ha la sua ragione d’essere nel fatto che il vino che vi si produce esprime qualità esclusivamente in ragione dei fattori ambientali – suolo, sottosuolo, giacitura e clima – e del modo in cui il vitigno o i vitigni si adattano a questo ambiente. Un vero terroir è un luogo in cui la prima ragione della nascita di vini ottimi è il luogo stesso.” Trovo questa tesi più che mai attuale e di una chiarezza disarmante, soprattutto in terra canavesana; basterebbe applicarla alla lettera per poterne trarre subito beneficio.

I giornalisti invitati a Carema
I giornalisti invitati a Carema

Troppe volte ci si nasconde ancora dietro ai paradossi, alle gelosie, ai campanilismi, tutta una serie di fattori che determinano arretratezza, e soprattutto non consentono di compiere passi avanti nel rispetto di madre natura che al Canavese – e a tutto il Nord Piemonte – ha donato svariate peculiarità e caratteristiche pedoclimatiche uniche in un certo senso. Armando Castagno insiste sulle variabili relative al concetto di terroir prendendo spunto dal tema legato all’agronomia, in essa convivono assieme diversi fattori: da una parte esistono i cosiddetti elementi naturali quali terreni, clima e suoli, dall’altra sono importantissimi i risvolti umani: la qualità e la costanza produttiva, la valorizzazione delle politiche di governance; solo “mantenendo viva la memoria” – e questa frase mi ha molto colpito – sarà possibile realizzare tutto ciò.

Mappa dei cru di Carema
Mappa dei cru di Carema

Nel pomeriggio, durante la masterclass dedicata a Carema, Armando presenta un progetto che oserei definire essenziale per quanto concerne, appunto, la memoria storica del paesaggio. Solo un autentico caremese come Achille Milanesio, nato e vissuto in questo borgo fiabesco della provincia di Torino, e aiutato da un baldo giovane quale Lorenzo Labriot, poteva realizzare la cosiddetta mappa dei cru; mappa che il nostro relatore ha illustrato con dovizia di dettagli e aneddoti. Ho dedicato tanta attenzione a Carema negli ultimi anni e non solo perché amo questo luogo da sempre, ma soprattutto perché riconosco che il nebbiolo, allevato tra questi muretti a secco costituiti da topie e pilun – con alle spalle il Monte Maletto – riesca a raggiungere vette di finezza ed eleganza difficilmente replicabili in gran parte del Piemonte enoico; tutto ciò mantenendo una longevità invidiabile.
Spero che questo progetto ancora in fasce possa presto arrivare all’attenzione del grande pubblico, un po’ com’è successo per territori quali Barolo, Barbaresco, Gattinara, Dolceacqua… e soprattutto affinché nomi storici quali: La Costa, Runc, Pera Pianca, Furiana, Fobbie, Neirere, non rappresentino più l’aneddoto curioso raccontatomi dai tanti produttori di Carema e Airale – intervistati in questi ultimi anni – ma una vera e propria mappa dei cru simile alle classiche MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive).

Erbaluce nel bicchiere
Erbaluce nel bicchiere

Veniamo alla degustazione vera e propria, ovvero alle due verticali dedicate ai vitigni più importanti del Canavese: erbaluce e nebbiolo.
Ci siamo concentrati sull’annata 2018, millesimo che dalle parti di Carema ha fatto registrare un fenomeno più unico che raro, è possibile riassumerlo in due parole: qualità e quantità. Nelle terre dell’Erbaluce ovvero nelle vigne di Caluso e Piverone, cito le due zone più rappresentative, l’annata è stata buona se non ottima e soprattutto regolare. Bisogna ringraziare il noto sistema di allevamento storico della zona, la pergola, che ha protetto con la sua naturale parete fogliare i grappoli, preservando acidità e dunque eleganza messe a dura prova dalle ondate di caldo eccessivo che hanno colpito gran parte della bella stagione.

Il Carema nel bicchiere
Il Carema nel bicchiere

Tra i sette Caluso DOCG indubbiamente spicca il solito fuoriclasse, Camillo Favaro con il suo Chiusure in stato di grazia; naso di fiori gialli freschissimi e una scia salmastra che impreziosisce l’insieme, c’è tanto altro: ananas, mango e calcare. Palato succoso, estratto da vendere inserito in un corpo adeguato, così come la sapidità mai adombrante e perfettamente allineata alla freschezza, gran bel vino.
Peccato per Scelte di Vite, Cantina 366 di Agliè, il campione era tappato, spero di assaggiarlo in altra occasione.
Cantine Crosio, sede a Caluso, presenta un Erbaluce tutto giocato sul floreale e l’agrume dolce, maggiorana e salsedine; sale da vendere, buona progressione, manca un filo di freschezza a rendere l’insieme godurioso, tuttavia un buon vino, non c’è che dire.
Bella prova anche per Azienda Agricola San Martin di Moncrivello, naso più generoso, cangiante: miele agli agrumi, refoli balsamici e lieve idrocarburo, si distingue per via di una tensione acida da grande bianco “nordico”, oserei dire ritmato in bocca, praticamente interminabile; tra i migliori dell’intera batteria.
La storica Cantina della Serra di Piverone, un’istituzione del territorio canavesano, presenta un vino prodotto con uve derivate da un solo vigneto: il Cariola. Mix di fiori e frutti gialli: ananas, sambuco, susina e cedro, continua su timo limone e lieve smalto; palato per nulla adombrante, centro bocca denso e al contempo slanciato, chiude fresco e pulito, non infinto ma convincente.
L’Andromeda di Fontecuore, Cantina di San Giorgio Canavese, in questa fase è molto “goloso”, dal naso di miele d’acacia e c’era d’api, agrume candito che si alterna a lavanda e maggiorana; in bocca è morbido, in linea con la parte nasale, si presta a svariati abbinamenti della cucina canavesana grazie a una bella scia sapida in chiusura, un po’ di freschezza in più e sarebbe stato ancora più piacevole.
Chiude la masterclass una tra le Cantine più importanti del Canavese, a livello storico e in termini di numeri, ovvero Cieck di San Giorgio Canavese. Il Caluso Misobolo è un vino potente, austero, forse tra i più convincenti per timbro, lunghezza e sapidità; tuttavia la consueta freschezza dell’erbaluce non tarda ad arrivare, così come le suggestioni floreali, in questo caso leggermente appassite e un agrume dolce e convincente. Ha un potenziale interessante ed è giunto solo a metà del proprio cammino.

Orizzontale 2018 di Erbaluce e Carema
Orizzontale 2018 di Erbaluce e Carema

Passiamo ora ai sette Nebbioli degustati, tra cui un Canavese Rosso e sei Carema. Spicca per grande appartenenza al territorio Achille Milanesio di Cantina Togliana, con una Riserva che ha lasciato l’intera platea, compreso Armando Castagno, senza parole. Un vino antico, austero, affascinante, un Carema che riporta alla mente annata ante 2000 dove sensazioni ferrose, rocciose ed ematiche – ricoperte da toni di erbe officinali – conquistano il naso; il palato mostra un equilibrio sensazionale, un tannino ricamato a mano in un sorso di profondità, garbo, succo ed estrema piacevolezza.
Costante come sempre la Cantina dei Produttori di Carema con l’etichetta nera classica, il suo agrume vivace che sa di scorza di pompelmo rosa e ribes rosso, incenso e grafite; in bocca incanta per un andirivieni di sensazioni acide e sapide ben bilanciate tra loro.
Da segnalare l’ottima prova del Canavese Rosso di Figliej di Settimo Vittone, vinoso e floreale al punto giusto, con una spezia fine e continua che ritorna anche a livello retronasale in un sorso di medio corpo e struttura.
Muraje, di proprietà di Federico e Debora Santini, presenta nuovamente il Carema Sumiè 2018, rispetto all’anno scorso, complice l’affinamento, offre un frutto più leggiadro, croccante: ribes, liquirizia, leggero smalto su una coltre lievemente balsamica e un richiamo alla pietra calda al sole; il palato come sempre mostra il giusto assetto gustativo, con un corpo importante per nulla eccessivo e una coerenza di note olfattive impressionante, grande bottiglia, tra le migliori della batteria.
Il buon Vittorio Garda oltre ad essere il Presidente dei Giovani Vignaioli Canavesani è anche il titolare di Sorpasso, Cantina con sede ad Airale; il suo Carema 2018 sa di violetta – anche in caramella – grafite, pepe rosa e chiodo di garofano, il tannino è levigato e in bocca non risparmia colpi, ritmato, materico, succoso, sicuramente in divenire.
Dopo un campione ahimè nettamente dominato dal legno a 360° di CellaGrande, Cantina di Viverone – e la cosa mi spiace molto perché l’anno scorso ho recensito un vino che aveva tanto a che fare con Carema, anzi auguro all’Azienda di ritrovare il giusto piglio – passiamo a Gian Marco Viano e al suo La Costa 2018 dell’Azienda Monte Maletto. Premetto: l’anno scorso ho degustato e recensito lo stesso vino, tuttavia in quest’occasione ho avuto l’opportunità di testare una magnum, e ai soliti stupendi giochi floreali che dipingono un quadro di struggente bellezza, ritrovo i frutti croccanti e il pepe rosa in un ricordo di smalto e cosmesi che culmina in un’evoluzione commuovente: ma quanta (altra) strada farà questo giovane e motivato ragazzo?
Non ho potuto ignorare l’assenza di due produttori all’interno della masterclass: Ferrando e Chiussuma, due aziende valide – di cui una storica – che ho già illustrato parecchie volte e che mi auguro di ritrovare l’anno prossimo al REWine 2023. Il territorio, soprattutto in questa fase di rinascita, deve rimanere coeso ed inseguire un obiettivo comune, ovvero quello di valorizzare Carema e il suo enorme potenziale a 360°, non c’è spazio per nient’altro a mio avviso.

Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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